04/01/2026
😍 . Da giorni la mia mente lavora su una parola sola: . Più ci penso, più capisco che non è un verbo: è un’idea di .
Ne ho parlato con alcuni colleghi destination manager in giro per l’Italia… e sì: piace.
Perché dentro c’è pasto, passo, territorio e relazioni, senza banalità.
Da domani si cucina sul serio: ci siete?
.
Parola da osteria vera, non da trend. E proprio per questo può diventare un progetto turistico.
Dopo il riconoscimento UNESCO della Cucina Italiana, il rischio è noto: trasformare tutto in uno slogan (“si mangia bene ovunque”) e perdere ciò che conta davvero: comunità, filiere, gesti, territorio. Io vorrei fare il contrario. Ripartire da una parola antica, concreta, quasi dimenticata, e usarla come chiave per costruire un’offerta nuova, non banale.
🚩Etimologia prima di tutto.
è netta: pasteggiare deriva da pasto e, in origine, significa “fare il pasto”; in uso antico anche “fare convito, fare festa a tavola”.
Oggi sopravvive quasi sempre nella forma che conosciamo: pasteggiare “a” o “con” qualcosa, soprattutto una bevanda, o ancora in “vino da pasteggio / da pasto”. E “pasto” a sua volta viene dal latino pastus, legato a pascĕre (nutrire, pascere): dentro quella radice c’è il nutrimento come gesto quotidiano, quasi “primordiale”, non la performance gastronomica.
Se vogliamo spingerci ancora più indietro: nel Vocabolario della Crusca “pasteggiare” è semplicemente “far pasto”, con rimando all’idea di convito (epulum).
E nei repertori storici troviamo anche forme antiche/affini (come pastigiare, pastinare) che raccontano un verbo vivo, popolare, non salottiero.
🚩E poi c’è un proverbio toscano che è un manifesto di turismo di valore, prima ancora che esistesse la formula: “Il vino che si pasteggia non imbriaca”. Perché il punto non è sballarsi: è accompagnare, misurare, stare dentro una relazione.
🚩E poi c’è un serio che mi piace: in “pasteggiare” io sento anche “passeggiare”. Pasto + passo. Tavola + territorio. Il progetto nasce qui: itinerari brevi, pensati per essere vissuti lentamente, dove il viaggio non è una lista di assaggi ma un percorso di relazione.
Si cammina per capire: mercati, orti, botteghe, laboratori, cucine domestiche. E poi ci si siede per connettere: una tavola vera, senza patine, dove l’esperienza è fatta di persone prima che di piatti.
🚩Un contemporaneo può essere il gin, non come moda da bancone ma come “geografia liquida”: botaniche, bacche, essenze, coltivazioni che cambiano da regione a regione e raccontano paesaggi e saperi. Sempre con una regola: qualità, misura, consapevolezza.
PASTEGGIARE non è un tour.
È un format replicabile e una rete: destination manager che, in diverse regioni, costruiscono micro-offerte 24–48 ore, curate, autentiche, non mainstream (ma capaci di diventarlo). Un patto tra territorio e viaggiatore, all’insegna delle relazioni.
A questo link viene approfondito il progetto:
https://www.linkedin.com/pulse/pasteggiare-andrea-cerrato-fyi2f
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