Mattia Chiaravalloti

Mattia Chiaravalloti 🖋 Digital Freelance | Copywriter | Storyteller

Due uomini stanno viaggiando in treno uno di fronte all’altro. Sono Giosué e Filiberto. Giosué nota che Filiberto ha una...
13/10/2022

Due uomini stanno viaggiando in treno uno di fronte all’altro.

Sono Giosué e Filiberto.

Giosué nota che Filiberto ha una banana incastrata nell’orecchio.

Dopo minuti passati a rimuginare se sia opportuno o meno farglielo notare, Giosué decide di esporsi:

“Mi scusi?” si schiarisce la voce. “Mi scusi, non so se se n’è accorto, ma ha una banana incastrata nell’orecchio.”

Filiberto non dà segno di averlo sentito.

Giosuè allora sfiora il ginocchio del suo compagno di scompartimento per catturare la sua attenzione.

Questo solleva lo sguardo e gli sorride radioso:

“Salve!” saluta con voce tonante. “Bella giornata, vero?”

“Sì, ha ragione, davvero una bella giornata. Scusi se la disturbo, volevo solo dirle che ha una banana incastrata nell’orecchio.”

Filiberto fa una smorfia d’incomprensione:

“Mi perdoni, come dice?”

Giosuè alza la voce e, indicando l’orecchio otturato, esclama:

“Dico, ha una banana, proprio qui, nell’orecchio!”

Filiberto corruga la fronte, scuote la testa, si sporge e grida:

“Scusi eh, può parlare più forte che non la sento? Sa, ho una banana incastrata nell’orecchio!”

Ho letto questo aneddoto quindici anni fa. Ci stavo ripensando in questi giorni.

Non spiegare agli asini le tabelline, questa è la morale: tu ti sfianchi e l’asino si stizzisce.

Il fatto è che siamo tutti degli asini se messi di fronte alle giuste evidenze.

Non vogliamo proprio sentirle, certe verità.

Sotto sotto ne siamo consapevoli, ma affrontarle?

No, troppo scomodo.

Non parlateci dei bambini ammalati di leucemia, della fame in Africa, non nominate la bomba nucleare, Greta Thunberg e la morte.

Fatevi i cazzi vostri.

Noi con le banane conficcate nell’orecchio ci stiamo bene.

Almeno per adesso.

Sto per assopirmi, ma il trambusto mi scuote. “Soffocatemi, pugnalatemi nel sonno, ma non svegliatemi, non ora.” penso.G...
07/09/2022

Sto per assopirmi, ma il trambusto mi scuote. 

“Soffocatemi, pugnalatemi nel sonno, ma non svegliatemi, non ora.” penso.

Gola secca, sabbia e sudore. Apro gli occhi e il sole è una macchia radioattiva in cielo. 

La vita oggi mi risulta fastidiosa. 

Un motivo non c'è, non serve. 

Ogni tanto va così, la coscienza decide di farsi insostenibile.

E lo sa anche lei, per questo periodicamente ci concede delle tregue da se stessa.

Ma non a me, non adesso.

Sono stati degli schiamazzi di giubilo a svegliarmi.

Mi domando chi mai possa esser così felice di esistere e poi li vedo: 

dei bambini che giocano sulla risacca con un prete.  

Sono tutti disabili: affetti da sindrome di down, in carrozzella, senz'arti. 

Li osservo. 

Mi concentro soprattutto su questo bambino di otto o nove anni:

è senza una gamba e, con l’unica che gli resta, saltella sul bagnasciuga, si tuffa, lotta con le onde, scende, sale, ricomincia da capo, con un'energia e una forza d'animo inconcepibili.

Non ho mai visto nessuno ricavare tanta gioia dal mare. 

Continuo ad osservarlo rapito, sospeso, per un tempo che si distende come il blu che ho davanti.

Poi mi alzo, mi sbatto la sabbia di dosso e mi siedo sulla riva.

"Che st***zo che sono." penso, mentre le onde mi bagnano i piedi.

Questo è successo sette anni fa, in Sicilia. 

A quel bambino senza una gamba, ci ripenso ancora oggi, di tanto in tanto, quando il sonno comincia a farsi più attraente della vita

L’ultima volta. Andavano a letto una volta ogni tanto, lei e questo mio amico. Poi una sera lei gli scrive un messaggio:...
05/05/2022

L’ultima volta.

Andavano a letto una volta ogni tanto, lei e questo mio amico.

Poi una sera lei gli scrive un messaggio:

“Mi sono rimessa assieme al mio ex, non possiamo più vederci.”

E il mio amico mi fa:

“Se avessi saputo che l’ultima volta che l’ho vista sarebbe stata l’ultima volta chissà, forse mi sarei goduto di più il momento.”

Io ci ho pensato tornando a casa, un po’ sbronzo e lievemente turbato.

La notte era coperta, camminavo per le stradine del paese e mi dicevo:

Quasi mai sappiamo quando facciamo qualcosa per l’ultima volta …

Non è strano?

Ho pensato:

“E se la pizza che ho mangiato stasera fosse l’ultima, perché divento celiaco, così di botto?”

“E se la chiacchierata con questo mio amico fosse l’ultima, perché si schianta in macchina?”

E se questo passo fosse l’ultimo? Questo respiro? Schiatto io, magari. Adesso”

No. Respiro ancora. Una, due volte …

Non saranno questi gli ultimi …

Adesso una voce nella mia testa mi schernisce:

“Ma smettila di farti pippe, mona, va tutto bene, tutto continua come sempre ...”

La vedo, questa voce:

un uomo di mezz’età, con una birra in mano, che si lamenta del governo grattandosi la pancia.

Di fianco a lui però c’è qualcuno: un tipo pallido e mingherlino che fuma una p**a nella penombra di una libreria vestito con una giacca di tweed.

Lui dice:

“Ma prima o poi lo sarà, l’ultima volta. E con molta probabilità non arriverà adesso, ma quell’adesso arriverà. É già arrivato in passato, per molte cose.”

E’ lui che mi turba.

Mi turba perché ha ragione.

Diamo per scontato che ci sarà un’altra volta.

Ma chi ce lo assicura?

Nessuno, se non il nostro atteggiamento di viziata abitudinarietà verso la vita.

Essere consapevole di questo mi ancora al presente, mi rende grato di tutto.

Anche di questa camminata, mezzo sbronzo con l’aria umida in faccia.

Ieri sera sono andato a trovar mia nonna. È nata in dicembre, durante la guerra; ha paura dei fantasmi e dei campi spogl...
17/02/2022

Ieri sera sono andato a trovar mia nonna. 

È nata in dicembre, durante la guerra; ha paura dei fantasmi e dei campi spogli. 

“Jero giusto drio piansar”

Mantengo il dialetto veneto. Spero lo capiate. 

“Perché?”

“No o so. Ze buio e so tuta soea.“

Malinconica come il paesaggio di Chernobyl, appunto. 

“E ti come steto?” mi fa. 

“Bene”

“Bene …” soppesa incerta. 

“Come sito co e to robe? Lavoro, morosa? “

Non rispondo, non faccio a tempo. Dice: 

“No te ghe niente.”

Bum. 

Sentenza lapidaria. 

Ogni tanto le sgancia così.

Non è la nonna dei Looney Tunes, mia nonna.  

“Non hai niente”. Questo ha detto. 

Se ci pensate, se analizzate a fondo la frase, è un commento pesante da fare.

Lì per lì però non ci ho fatto caso …

c’era il TG in TV e stavano intervistando un pischello chiuso in un riformatorio fuori Milano. 

Oggi, invece, davanti allo schermo, ci sto ripensando. 

Mi dico: 

“Qualcosa ce l’ho”.

Un cuore, amici, un tetto, i capelli, delle pentole. 

Qualcosa, sulla lista, la posso spuntare.

Qualcosa, non tutto, ovvio.  

Mi domando però quante spunte servano prima di essere felici. 

Una moto, un mutuo, una bomboniera?

Cosa manca?

Una volta bastavano due stracci e un brodo caldo. 

Adesso abbiamo alzato l’asticella dei requisiti minimi. L’abbiamo fatto come individui e come società. 

Il problema è che a quell’asticella non ci arriveremo mai. 

Come l’asino con la carota, presente? 

Inseguiamo, inseguiamo, inseguiamo.

Inseguiamo cosa?

Miraggi di un'oasi, quando nell’acqua ci stiamo sguazzando. 

Avere tutto, avere niente; dipende da dove guardi, da cosa guardi. 

La felicità è un’attitudine mentale, nonna. 

Anche quando si fa sera e sei sola.

Qualche tempo fa mio padre mi ha detto:“Mattia, sei come tua madre, un perenne indeciso”.Da venti minuti tentennavo dava...
05/01/2022

Qualche tempo fa mio padre mi ha detto:

“Mattia, sei come tua madre, un perenne indeciso”.

Da venti minuti tentennavo davanti al frigo tentando di scegliere cosa cucinare.

Da venti minuti, cristo.

“C’ha ragione. Sono un indeciso.”

È che scegliere è sfiancante; troppi fattori, troppe variabili.

Il libero arbitrio è una tortura spirituale.

Che poi non sono nemmeno le scelte importanti che mi bloccano.

No, quelle le prendo in un battito di ciglia.

Ad esempio, la scorsa settimana dovevo decidere a quale master iscrivermi.

In due minuti avevo già scelto il corso, la scuola e inviato il bonifico.

Sono quello che premerebbe il pulsante della bomba atomica a mente sgombra …

Ma poi chiedimi cosa voglio mangiare a pranzo e guardami andare in tilt sull’orlo di una crisi esistenziale mentre parlo con me stesso scrutando i ripiani del frigo:

“Funghi o ragù di lenticchie?”

“Ragù, che domande.”

“Okay, ma con quello ci devo fare la pasta.”

“E allora?”

“La pasta è pesante. Poi mi abbiocco e butto via il pomeriggio …”

“I funghi però ci metti troppo tempo a cucinarli, devi tagliarli pulirli, farci il risotto …”

“E chissenefrega.”

“E nei funghi ci va l’aglio. Poi puzzi.”

“E chissenefrega.”

“Va beh, se poi stasera non ti parla manco tua madre sono affari tuoi però.”

“Mm.”

“Ma andare in gastronomia no?”

“Alle otto c’è la partita, ci prendiamo una pizza. Non spendo soldi anche a pranzo.”

“Che braccetto che sei oh ...”

“Va beh, faccio pasta dai.”

“Al ragù?”

“Sì.”

“Bravo. Così mi piaci. Quale pasta?”

“Spaghetti.”

“Spaghetti al ragù. Aggiudicato.”

“ … Ma il pacco è quasi finito.”

“Sarà un etto. Ti basta.”

“No che non mi basta, c’ho una fame vigliacca.”

“Va beh, allora fa un’altra pasta.”

“Col ragù si fanno gli spaghi. Punto e stop.”

“E chi lo dice?”

“Il buonsenso, lo dice.”

“E allora riso, che ti devo dire?”

“Riso col ragù?”

“E beh?”

“Manco al cottolengo fanno riso col ragù …”

“Che fai, insulti i malati mentali? Non ti vergogni? Guarda che se sta conversazione interiore la sente qualcuno … ”

“Risotto con i funghi. Deciso. DE-CI-SO.”

“Deciso eh?”

“Sì.”

“Va beh, tu fai quello che vuoi. Poi se puzzi d’aglio ti arrangi. Ah, by the way … Sai chi esce stasera con voi?”

“Chi?”

“La Gina, presente? Quella che ti piace tanto … Se poi le parli e si volta dall’altra parte sono affari tuoi, te lo dico …”

È una guerra di logoramento che potrebbe andare avanti per secoli.

Ci potrei morire, davanti al frigo.

E questa lotta si presenta ogni giorno, due volte al giorno.

Benvenuti nella fragile mente degli abitanti del mondo occidentale del ventunesimo secolo.

I nostri bisnonni morivano in trincea, noi moriamo davanti al ragù di lenticchie.

Ad ogni generazione le sue battaglie.

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