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L'election day 2027 e la politica dei "forni": ovvero  l’arte di cuocere da tutte le parti senza bruciarsi In Italia abb...
17/08/2026

L'election day 2027 e la politica dei "forni": ovvero l’arte di cuocere da tutte le parti senza bruciarsi
In Italia abbiamo mille modi per dire "parati il sedere". Uno dei più antichi, e meno usati, è la "politica dei tre forni". Non è una dottrina scritta sui libri. È una pratica.
Insomma, , quella politica , davvero di basso livello, del, " dove mi conviene sto". Come ha già annunciato Cateno De Luca, in un suo post, molto probabilmente si voterà il prossimo aprile per le regionali e nazionali. Lo stesso Cateno, ha detto: " la campagna elettorale è già partita".
Sicuramente, sarà bene informato. In ogni caso , nel 2027, si voterà. In questo agosto torrido, anche se non ufficialmente, si continua a parlare di politica e di possibili accordi. I rumors provenienti dalle spiagge sono tanti. Sono rumors, o chiacchere di strada, se vi piace di più.
Tra i politici più attivi, in provincia di Trapani , per le prossime elezioni, sembra esserci il poliedrico, onorevole Turano. Il motivo c'è . La Lega perde consensi e la possibile alleanza con la DC siciliana, voluta da Cuffaro nel 2022, non da molte garanzie." Lu sirvizzu " non manca. Tanti gli aderenti allo scudo crociato che possono lasciare , il partito, in ragione di questa alleanza con Salvini. Poi insiste il rischio Massimo Grillo su Marsala. Grillo si sta muovendo per le prossime regionali e a Marsala lo sanno bene. Turano non è "fissa" e , secondo le voci autorevoli del gossip da spiaggia , avrebbe già avuto ferme garanzie a Roma, per un seggio sicuro alle Nazionali, ovviamente passando dalla candidatura alle regionali. Turano deve fare la lista per l'ARS e portare il seggio. Deve comunque dimostrare di avere largo consenso. Ci vorrà un candidato anche a Castelvetrano? Probabilmente si. La scelta potrebbe ricadere sull'amico Lentini, sull'imprenditore, Franco Lombardo, o magari su gente più giovane. Ovviamente, chi capisce di politica, sa , che con Turano, arrivando secondi, si può conquistare il posto a Palazzo dei Normanni. Sempre se tutto va bene.
E il gioco si fa più bello. Nelle segreterie provinciali si comincia a discutere. A quanto pare, l'on. Lo Curto, in rotta con Turano fino a qualche giorno fa, sembra ci stia ripensando. Nell'attesa, aveva strizzato l'occhio a Cateno De Luca. Meglio un piano B. Ma se "Mimmo" va a Roma, il progetto cambia. Si apre uno spiraglio.
Se la Lo Curto torna con la Lega, Turano respira. Sono tanti voti. Nel 2022 la Lega prese il seggio grazie anche ai voti della Lo Curto. a Marsala. Stavolta, Grillo permettendo Se scende in campo sarà determinante.
A Castelvetrano, l'assessore regionale , non avrà problemi. Ha tanti amici in Giunta e fuori dalla Giunta, pronti a spendersi per la causa. La lista la completa di sicuro. E gli altri? Sono tutti al sole ed aspettano le decisioni dei leaders regionali, per schierarsi. Forza Italia, ha diverse turbolenze tra Scilla, Pellegrino e altri pretendenti. Anche dentro Fratelli d'Italia ci sono tensioni. Sembra che a Mazara del Vallo, la famiglia Torrente voglia sostenere una candidatura forte. Torrente, figlio dell'ex assessore provinciale, si candiderà dentro FDI? Bisognerà attendere. Attualmente sono solo voci sotto l'ombrellone.

Agosto 1980: viene ucciso il sindaco di Castelvetrano, Vito LipariIl Belice, la valle dei misteri: cosa determinò l’ucci...
15/08/2026

Agosto 1980: viene ucciso il sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari

Il Belice, la valle dei misteri: cosa determinò l’uccisione di Vito Lipari?
A distanza di oltre 40 anni, molti i lati oscuri che rimangono legati al violento omicidio di Lipari . Un delitto che cambiò per sempre la vita politica castelvetranese. Fu un uomo determinante per la città , in particolare nel periodo post terremoto. Eppure, a Castelvetrano, ufficialmente, non si ricorda questa data e la scomparsa avvenuta il 13 di agosto del 1980.
Il giorno del suo assassinio la città rimase sgomenta. Nessuno poteva immaginare. Era un leader in ascesa. Uno che nella DC siciliana contava. A soli 29 anni, nel 1967, diventa sindaco di Castelvetrano , con la DC. Lo farà per un anno , dopo una lunga esperienza nell'Azione Cattolica dove si era formato. A Lipari, nato a Gibellina, venne intestata anche una importante arteria del centro di Castelvetrano.

LA VALLE DEI MISTERI
Perche è stato ucciso. Quale è stato il vero movente? Chi prese il comando politico a Castelvetrano dopo la sua eliminazione?
Lipari venne ucciso perche disse "NO" ai corleonesi che volevano “conquistare” Castelvetrano, come il resto del trapanese, con i loro sporchi affari? Vi presentiamo una sintetica ricostruzione dei fatti attraverso la consultazione di archivi online.

Le indagini e il depistaggio

Poche ore dopo il delitto ,una Renault 30, venne fermata da una pattuglia di carabinieri a Mazara del Vallo. A bordo vi erano Mariano Agate, capo del mandamento mafioso di Mazara del Vallo, Nitto Santapaola, capo del mandamento di Catania, Francesco Mangione e Rosario Romeo. I quattro non vennero sottoposti al gu**to di paraffina poiché Santapaola dichiarò di aver partecipato, il giorno precedente, ad una battuta di caccia. Ricostruzione che fece scattare delle indagini ulteriori.
Quattro anni dopo, il capitano Vincenzo Melito, comandante del nucleo investigativo dei Carabinieri di Trapani, venne arrestato con l’accusa di aver avallato il falso alibi di Santapaola in cambio della stessa automobile su cui il boss catanese e i suoi amici erano stati trovati il giorno dell’omicidio di Lipari.

A chi giovò la morte di Lipari a Castelvetrano?

Dirigente del Consorzio sviluppo industriale di Trapani. Dirigente della Democrazia Cristiana, fu sindaco di Castelvetrano (TP) dal 1974 al 1976. Vicino alle posizioni dell’allora ministro della Difesa, Attilio Ruffini.
Tornato sindaco dall’ottobre 1978 all’aprile 1979, alle elezioni politiche del 3 giugno 1979 risultò primo dei non eletti alla Camera dei deputati nella lista DC nella circoscrizione Sicilia Occidentale[2] dove, sostenuto dagli esattori Ignazio e Antonino Salvo, della stessa corrente Dorotea, ottenne ben 46 000 preferenze.

Divenuto segretario provinciale della DC e tornato sindaco da appena un mese, venne assassinato il 13 agosto 1980, dopo essere uscito dalla sua casa nella frazione marinara di Triscina, a colpi di pi***la tra cui quello di grazia alla testa. Lipari aveva creato attorno a se un gruppo di giovani politici democristiani che lo seguiva sempre. Era un emergente. Un leader. L’unico che politicamente sapeva imporsi nel contesto provinciale a favore della sua città. Ovviamente era molto criticato dalle opposizioni. La DC era molto forte a Castelvetrano e anche il PCI. Lo scontro era forte ma solo politico. Mai nulla di personale. In quel tempo, Insisteva un altro modo di far politica. Finita la discussione consiliare, si andava al bar insieme, a prendere il caffè. Lipari era un democristiano "puro sangue" e sentiva l'importanza di aprire ad altri partiti. Nonostante la Dc a Castelvetrano aveva un consenso enorme, a metà degli anni 70, non si oppose ad sindaco comunista. Fu il compagno , Giovanni Cascio a rivestire quel ruolo. Allora, i sindaci venivano eletti tra i consiglieri comunali.
Qualche anno dopo la morte di Lipari, DC e PCI a Castelvetrano governeranno insieme, per un anno circa, con l'elezione a sindaco di Vito Li Causi e vice sindaco, il comunista Di Bella.

Cosa sapeva Lipari? A chi diede fastidio? Si oppose all'arrivo dei corleonesi e ai loro metodi barbari? Sono domande a cui anche le sentenze non hanno dato risposta chiara.
Secondo una ricostruzione investigativa, Lipari sarebbe stato al corrente di vari interessi per la ricostruzione del Belice. Sapeva che tutto il piano di ricostruzione della zona compresa tra Castelvetrano e Gibellina era falso? Il cosiddetto Piano Comprensoriale n. 4 a cui seguì negli anni 90 il il nuovo piano regolatore di Castelvetrano . Ci vollero molti anni per avere un piano regolatore. Molti sindaci di Castelvetrano sono andati a sb****re contro questo piano. Solo Beppe Bongiorno ci riuscì a farlo approvare, con l'aiuto del consiglio comunale dell'epoca,(1994) tramite la formula del" silenzio assenso regionale". Da allora partì la maxi espansione di Castelvetrano e la nascita dell'area commerciale di Strasatto.

Delitto comandato dalla mafia, sentenziano gli inquirenti.

Vito Lipari era un personaggio importante della DC e puntava molto in alto. Sindaco con diverse maggioranze, decise di candidarsi alle elezioni politiche del 1979 aveva ottenuto molti voti di preferenza, risultando nella Sicilia occidentale il primo dei non eletti alla Camera. A poco più di quarant’anni, vantava amicizie , forti e sicure. Per esempio, quella dell’ex ministro, Attilio Ruffini, e poi quelle della famiglia Salvo, gli esattori, parenti di Luigi Corleo, il ricchissimo e vecchio proprietario terriero sequestrato e mai più tornato a casa. In quella guerra di mafia diverse furono le vittime .

Omicidi e politica

Nel 1982 scompare, dopo un interrogatorio con la polizia di Palermo, anche L’ingegnere Ignazio Lo Presti, originario di Salemi, fratello di Gino Lo Presti uomo da sempre vicino a Mimmo Turano. Il clima politico del tempo era molto pesante. Diversi leader politici regionali venivano uccisi. Lo stesso anno, il 1980, a gennaio, finiva sotto le fucilate della mafia e forse di altri, la vita di Pier Santi Mattarella. L'anno prima ammazzavano, Michele Reina, segretario Dc a Palermo. Sono diversi i politici , di quel tragico periodo finiti sotto i colpi di lupara. Due anni dopo , toccherà a Pio La Torre. E nel Belice, si tornerà a sparare a uomini delle istituzioni. Verrà ucciso , dopo qualche anno, anche il vice sindaco di Partanna, Stefanino Nastasi, ricordato con un busto nella casa comunale e l'ex sindaco di Palermo, il DC, Insalaco.
Ancora oggi, in tanti aspettano di sapere la verità sull'omicidio Lipari e su altri delitti rimasti misteriosi.
Il silenzio , o peggio ancora "il non ricordo", non aiuta il raggiungimento di questo obiettivo.

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Castelvetrano e quel 28 aprile 2017 giorno delle dimissioni del sindacoSono passati 9 lunghi anni dal giorno in cui l’ex...
14/08/2026

Castelvetrano e quel 28 aprile 2017 giorno delle dimissioni del sindaco
Sono passati 9 lunghi anni dal giorno in cui l’ex primo cittadino, Felice Errante si dimise da sindaco della città. Sono passati anche 9 lunghissimi anni da quando gli ispettori del Ministero arrivarono nelle stanze comunali per una ispezione che nel giugno del 2017 porterà allo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose. In molti si ricorderanno il clima di quei mesi. Il Caso Giambalvo, la relazione del Prefetto Priolo, i continui servizi giornalistici e il feroce attacco politico alla giunta Errante che è opportuno ricordare per i primi tre anni, fu sostenuto anche dal PD con Marco Campagna che rimase vice sindaco, fino a gennaio 2015.
Un periodo complicato che aveva registrato già nel 2016, la fine del consiglio comunale per le dimissioni di molti consiglieri e l’arrivo dell’ex Procuratore di Palermo, Messineo. Inizia in quell’anno un periodo di “commissariamento” che durerà fino all’elezione di Alfano

Errante il 28 aprile 2017 lascia e affida il suo commiato ad una lunga lettera dopo aver amministrato circa 3 anni con il PD e per 14 mesi con il Centro Destra , compresa l’area politica di Lo Sciuto. “Ho registrato la lacerazione di tanti rapporti personali– scriverà nella missiva- per colpa della “politica”, la qual cosa mi ha addolorato più di tante altre – scrive Errante – Negli ultimi anni ho dovuto rinunciare ad una vita sociale normale, ma questo era nel conto, e per il rispetto che è dovuto alla carica che ho rivestito, ho subito in silenzio attacchi di ogni genere, specie sui social, alcuni dei quali clamorosamente falsi ed infamanti“. Errante, legato ad una storica amicizia con Marco Campagna , logorata poi dalla rottura del progetto politico del 2012, finì nel tritacarne anche per colpe non sue. I mali del comune partivano da lontano. Oltre 30 milioni di debiti non li aveva potuti generare solo la sua amministrazione. Eppure, oltre alle questioni mafiose e massoniche Errante, volutamente fu pure preso di mira per i debiti , per sospette amicizie con ambienti mafiosi e per aver imbarcato Giambalvo nella sua maggioranza. Il tiro a bersaglio, stranamente , si fece solo di Lui e la stampa,( quasi tutta orientata a sinistra) fece di tutto per non ricordare la presenza del PD nel progetto fortemente voluto da Gianni Pompeo(UDC-area centro destra) e dall'allora potente deputato PD, Baldo Gucciardi e di dimenticare i leader di sinistra che avevano voluto Errante sindaco. l’ex sindaco, addirittura venne pure arrestato con l'operazione Artemisia , insieme a Luciano Perricone, Lo Sciuto e altri. Finirà sotto processo per il reato legato alle legge Anselmi .Il primo grado di giudizio per il reato legato ad una presunta sua partecipazione ad una loggia segreta vietata, ha dato ragione all'ex sindaco di Castelvetrano. I giudici trapanesi, hanno assolto Errante ed altri. Questa loggia segreta, per i giudici non esisteva. L'iter processuale non è ancora finito. I PM di Trapani si sono appellati. Il processo si sposta a Palermo. La Giustizia farà il suo corso. In ogni caso, leggendo le tesi accusatorie, il reato contestato ad Errante non si lega a responsabilità dirette come sindaco della città.

Sono passati tanti anni e nonostante anni di relazioni prefettizie, carte inviate alla Procura, scioglimento per infiltrazione mafiosa e condanne mediatiche , non risultano indagati per eventuali reati collegati alla funzione dei vari responsabili presenti nelle varie relazioni . E di nomi e cognomi in quelle relazioni ve ne sono molti. Se si escludono i casi del consigliere Giambalvo, processato per fatti non legati al comune( è stato consigliere per due mesi) e la vicenda dell’ex assessore Adamo( che fu assessore con Pompeo, finito sotto inchiesta per vicende non collegate direttamente al periodo Errante, di altri indagati non se ne conoscono. Insomma i castelvetranesi ancora aspettano di conoscere chi ha abusato del comune per agevolare la famiglia mafiosa e anche tutti coloro che hanno fatto lievitare il debito a oltre 30 milioni di Euro. Molti castelvetranesi, dopo tutto quello che è stato detto è scritto, si aspettavano di sentire nelle aule dei tribunali le voci degli accusati . Invece, dopo tutti questi anni si devono accontentare delle sole sentenze mediatiche e di tanti articoli di stampa a difesa di una parte politica e contro il gruppo di centro destra. Quella stampa fece di tutto per nascondere la presenza PD a Palazzo Pignatelli , in giunta , con ruoli importanti. Probabilmente non si accorsero di nulla o Errante era "tutto fare" e molto bravo a nascondere. Anche i gatti del Sistema delle Piazze, hanno detto tra di loro che non credono alla versione: "Errante piglia tutto". Eppure i media locali e nazionali sono andati giù duro con il comune di Castelvetrano e con Errante in particolare, dimenticando che, come hanno suggerito i gatti, Errante non ha amministrato mai da solo. Le colpe , eventualmente politiche, andrebbero ripartite. Sono davvero "piccoli "gli uomini che sono forti quando il vento è in poppa e scappano quando la nave rischia di affondare. Oggi, il caso Ranucci, ci fa capire che si può anche distorcere l'informazione che serve per mantenere il potere

Lavitola confessa: "sono stato io il mandante dell'attentato a Ranucci"Valter e Sigfrido: “È un fratello: vicino ai giud...
12/08/2026

Lavitola confessa: "sono stato io il mandante dell'attentato a Ranucci"
Valter e Sigfrido: “È un fratello: vicino ai giudici, è il più potente”

L'amico del giornalista più potente e più intoccabile d'Italia sarebbe l'ideatore del vile attentato a Ranucci. Davvero incredibile. Per il bene di Ranucci, Lavitola, una sera lo invitava a cena, e l'altra ordinava bombe che, per puro caso non hanno fatto male alla figlia di Ranucci. Come è noto: con le bombe non si scherza. Invece, Lavitola , ama giocarci, facendo simpatici scherzi agli amici. Addirittura organizza attentati per il bene dell'amico giornalista super potente per quella ricerca spasmodica della verità verso i partiti di centro-destra. I gatti del quartiere dove abita Ranucci , hanno detto che non credono molto a queste ricostruzioni. Non se la bevono neanche davanti al Kitecat .E sono gatti. Gli umani si dividono per interesse e per faziosità. Molti non credono a nessuna parola e pensano che ci sia altro dietro a questo attentato voluto da Lavitola. Altri, dicono che Ranucci sia profeta e il suo giornalismo, vangelo. A quanto pare , una cosa è certa: il Governo non è stato il mandante. Già questo rassicura i democratici e chi crede nelle istituzioni libere. Pensate se il mandante fosse stato il presidente del consiglio o qualche collaboratore. Apriti cielo. Fortunatamente , la gente che Governa questo Paese sembra essere lontana da questi sporchi inciuci. Questa storia puzza come il pesce lasciato al sole in piena estate. Puzza anche il silenzio di tanti giornalisti "rossi", antimafia" e "distruttori" seriali di vite altrui. Le indagini continuano. Il pregiudicato Lavitola poteva avere altri interessi? E poi, Ranucci, non aveva capito davvero nulla del compagno di cena? Confidiamo nella magistratura senza colore politico

Il giornalismo d’inchiesta fazioso e la sete di potere: quando la verità ha sempre bisogno di un padroneIl giornalismo d...
11/08/2026

Il giornalismo d’inchiesta fazioso e la sete di potere: quando la verità ha sempre bisogno di un padrone
Il giornalismo d’inchiesta nasce con una promessa semplice: andare dove gli altri non vanno, scavare nei documenti, dare voce a chi non ce l’ha e mostrare i fatti nudi. Ovviamente , lontano dal prendere ordini da sistemi politici o da uffici delle procure.
Il giornalismo d’inchiesta fazioso parte invece da un’altra promessa: dimostrare che avevo ragione" io" e sempre "io" . Se se contro di me, sei merce da procura.
Come funziona il faziosismo? Nell’inchiesta non è sempre menzogna. Spesso è selezione. La tesi prima dei fatti: si decide il colpevole, poi si cercano le prove che lo confermano. Spesso , prove farlocche. Tutto ciò che non combacia viene scartato o sminuito. Le fonti a senso unico: si intervistano solo testimoni, esperti e documenti che vanno nella stessa direzione. Le voci contrarie diventano "di parte" o "non attendibili". Il linguaggio come arma: verbi come "scandalo", "complotto", "sistema" sostituiscono "ipotesi", "possibile", "secondo alcuni". I fatti diventano aggettivi. Il timing politico: l’inchiesta esce il giorno prima del voto, della sentenza, della nomina. Non per caso.
Perché è pericoloso ? Un’inchiesta faziosa è più credibile di una fake news palese. Perché usa documenti piu o meno veri, nomi , dati e si sostiene sui sospetti investigativi o sulle indagini senza contradditorio delle procure. Li m***a come un trailer di un film: togliendo il contesto. Il risultato è triplo. Scredita le vittime vere: se poi emergono zone grigie, tutto il caso viene bollato come "m***atura". Assolve i colpevoli veri: dando argomenti a chi vuole dire "sono tutti uguali, è solo propaganda". Uccide la fiducia: il pubblico smette di distinguere tra inchiesta e editoriale. E quando tutto è propaganda, nessuno crede più a nulla. Fazioso di parte. Essere "di parte" è legittimo. Un giornale può avere una linea editoriale, dei valori, delle battaglie.
Diventa fazioso quando la parte prevale sul metodo. Questo sistema è stato usato da certi giornalisti antimafia che , non solo , non ne hanno azzeccato una, ma tutti hanno cercato visibilità anche passando sulle pelle di gente spesso innocente. Quando non cerchi più la notizia, ma la conferma alle tue strategie faziose, finisce la libertà. Quando la domanda non è "cosa è successo?" ma "come lo faccio sembrare peggio/meglio?" .Il buon giornalismo d’inchiesta invece fa l’opposto: parte da un sospetto, ma è disposto a sm***arlo. Va a parlare anche con "il nemico". Pubblica anche i documenti che complicano la storia. I segnali per riconoscerlo da lettore ci sono . Zero contraddittorio: nell’articolo non c’è mai una risposta, una smentita, un “abbiamo chiesto ma non ha risposto”. Solo monologo. Sostantivi al posto dei verbi: "è un sistema corruttivo" . Usare la Procura come prova, sminuendo il ruolo di giudici e avvocati. Dire sempre: "secondo la procura X avrebbe ricevuto Y" e non cercare repliche ma solo dichiarazioni che annebbiano la vittima.

Il giornalismo d’inchiesta fazioso è giornalismo a metà. Ha il coraggio di scavare, ma non l’onestà di dubitare. In un’epoca di polarizzazione fa più views, più condivisioni, più like. Ma svuota la parola "inchiesta" del suo significato: cercare la verità, non usarla. La differenza è sottile ma decisiva: il giornalista serve ai fatti. Nel fazioso, sono i fatti a servire al giornalista. Fa ridere Ranucci e qualche altro suo collega, quando parla del male fatto ai suoi figli per gli articoli. Lui e tanti altri come Lui , non si mai preoccupati di far male usando spesso il metodo fazioso
Fonte: Blog Post

Castelvetrano: Filippo Guttadauro, il mafioso “elegante” cognato di Messina Denaro e amico dei notabili della cittàFu ar...
09/08/2026

Castelvetrano: Filippo Guttadauro, il mafioso “elegante” cognato di Messina Denaro e amico dei notabili della città

Fu arrestato a Palermo, Filippo Guttadauro nel luglio del 2006. L’uomo, fratello di Giuseppe Guttadauro, capomafia di Brancaccio, è stato considerato, per anni , il “portavoce” del boss latitante Matteo Messina Denaro.

Castelvetrano era la sua seconda città. Nonostante la condanna per associazione mafiosa, finita di scontare alla fine degli anni 90, Guttadauro con estrema scaltrezza, si era infiltrato bene nei gangli del tessuto sociale ed economico di Castelvetrano. Come il cognato , amava vestirsi bene e spendere soldi per divertirsi.

Nel periodo del suo massimo potere a Castelvetrano si spendono decine e decine di milioni di Euro tra lavori pubblici, legge 488 e nuove attività imprenditoriali , quasi tutte finanziate con soldi pubblici. In quegli anni, nasce e si sviluppa ,l’area commerciale e artigianale di Contrada Strasatto

Lui frequentava tutti: politici, professionisti, imprenditori, gente di cultura. Filippo, sempre elegante, tutto griffato, con una discreta cultura, non era uno qualunque. Matteo Messina Denaro lo sapeva bene. Di lui si fidava. Guttaduro oltre ad ingraziarsi il cognato ,riuscì pure ad essere “bene accetto” presso il circolo dei notabili di Castelvetrano. Frequentava il “Gioventù” quasi tutti i giorni. Era di casa. Amava giocare a carte. Chi lo ricorda ne parla come un uomo distinto che amava la buona conversazione con gli astanti e apprezzava i tavoli da gioco impegnativi. I carabinieri lo guardavano a distanza e spedivano relazioni che forse non interessavano i PM dell’ epoca. Frequentare un circolo?Nulla di particolare. Forse.
La questione si complica se si tiene in considerazione ciò che ha detto Giuseppe Grigoli, imprenditore condannato per associazione mafiosa ,al Processo di Marsala del 2010. “Mio compare Filippo mi portava gli ordini di Matteo e io li eseguivo”. spiegò Grigoli ai giudici di Marsala. Gli ordini dati all’ex titolare del gruppo 6 GDO sono noti e si trovano agli atti del processo che portò alla condanna dell’imprenditore. Quello che rimane nel mistero e su cui , stranamente non esiste indagine, sono i dialoghi che Guttadauro fino al luglio 2006 mese in cui finisce in carcere per la seconda volta ,intratteneva con la cosiddetta “Castelvetrano bene”.Possibile che il portavoce di Messina Denaro disponesse obblighi e regole solo a Grigoli e a qualche imprenditore della zona? Secondo quanto asserisce Grigoli, le disposizioni di Guttadauro su suggerimento di Matteo “lu siccu” , erano legge per tutti.

E allora ,se la matematica non è un opinione, è possibile ipotizzare che Guttadauro, attraverso relazioni fidate con l’alta borghesia castelvetranese impartisse ordini e provvedimenti da attuare, anche in altri ambiti della vita comunale? Sarebbe davvero opportuno capire se Guttadauro avesse certe influenze anche su politici e professionisti locali. Se la versione di Grigoli è corretta sarebbe necessario capire chi erano gli amici con la giacca elegante di Guttadauro e che cosa hanno fatto nell’interesse della famiglia mafiosa di Castelvetrano. E queste “giacche eleganti” per quanto tempo hanno ricevuto ordini ? Strano che i Pm non abbiano mai cercato di capire come Guttadauro risolvesse tanti problemi burocratici a Grigoli , frequentando spesso gli uffici pubblici. Del resto, aprire un centro commerciale, non è semplicissimo. Molti non ci sono mai riusciti.

Di certo Guttadauro non andava dietro a morti di fame e a poveracci.

Sceglieva con occhio mirato le sue conoscenze e sapeva molte cose del “palazzo” che riferiva al cognato. Contava , tra le sue amicizie, anche diversi politici locali che ovviamente avevano un certo potere. Possibile anche che sostenesse alcuni di loro nelle campagne elettorali di quel periodo

Dal 1998 al 2006 si è mosso liberamente

Guttadauro avrebbe anche svolto la funzione di collegamento fra il capomafia trapanese e Bernardo Provenzano. Gli investigatori sono arrivati a identificare il numero 121 che più volte viene indicato nei “pizzini” di Provenzano, grazie a diversi elementi di riscontro che hanno permesso di risalire a Filippo Guttadauro. Nei confronti dell’uomo vi è anche una perizia grafica che conferma il fatto che una lettera trovata nel covo di Provenzano sia stata scritta di suo pugno. Guttadauro nel ’97 era già stato condannato per associazione mafiosa, scontando la pena. Guttadauro non ha mai parlato. Potrebbe dire molto sul sistema economico, finanziario e forse politico che ha permesso la realizzazione di molte strutture importanti.In quel periodo , a Castelvetrano,sono arrivate m***agne di soldi per la 488 e per favorire la costruzione di alberghi. Peccato che nessun Pm abbia cercato di capire come si muoveva Guttaduro dentro i palazzi del potere locale.

Gardini e quel “filo” miliardario che porta anche a Castelvetrano e ai Messina DenaroRaul Gardini, l’imprenditore del No...
09/08/2026

Gardini e quel “filo” miliardario che porta anche a Castelvetrano e ai Messina Denaro
Raul Gardini, l’imprenditore del Nord che divenne socio della mafia

Quando partì il colpo di pi***la, la mattina del 23 luglio 1993, Raul Gardini aveva davanti a sé tre grossi problemi, pronti a esplodere come una bomba a orologeria. Lo aspettava il Pm, Antonio Di Pietro per accettare il “patto” della confessione per non finire in galera. Lo ha confermato a “LA 7” lo stesso ex magistrato. Tante le testate che si sono più volte occupate del perverso sistema affaristico mafioso che legava il nord con il sud.

“Pecunia non olet”

Gardini sarebbe stato arrestato, forse lo stesso giorno, per la madre di tutte le tangenti, il mazzettone miliardario per l’affare Enimont. Gardini era arrivato ad un bivio. I conti della Ferruzzi erano disastrosi, aveva portato al crac il grande gruppo affidatogli dal vecchio Serafino Ferruzzi. Il terzo problema è affiorato solo molti anni dopo: Gardini aveva consegnato alcune società del suo gruppo nelle mani di Cosa Nostra che avevano m***agne di soldi da riciclare.

Il colpo di Walther PPK 7.65 ebbe un effetto immediato. Regolò in una frazione di secondo tre questioni per capire le quali, noi ,abbiamo avuto bisogno di molti anni. Più svelto a capire fu, Nino Buscemi, imprenditore siciliano per conto di Cosa Nostra. Parlando di Lorenzo Panzavolta, l’uomo di Gardini per il settore appalti, Buscemi un giorno esclamò: «Quello è un duro, meglio di un vero uomo d’onore».

Nella sua bella casa milanese di piazza Belgioioso, Gardini morì. Le indagini successive stabilirono che si era trattato di suicidio. Fu uno dei momenti più drammatici degli anni di "Mani pulite": quella stessa mattina, nella chiesa di San Babila, non troppo distante da palazzo Belgioioso, si celebravano i funerali di Gabriele Cagliari, manager socialista che si era ucciso in carcere. Gardini era molto noto in Italia e all’estero. Era stato a capo del secondo gruppo privato italiano, la Ferruzzi. Era l’uomo che con il Moro di Venezia aveva sfidato le barche più veloci e i velisti più bravi del mondo. Era stato soprannominato il Contadino, il Pirata. Aveva dichiarato «la chimica sono io», quando aveva cercato di impadronirsi di tutta l’Enimont, la grande joint venture che avrebbe dovuto unire le aziende chimiche pubbliche dell’ENI e quelle private di Montedison-Ferruzzi.

Gardini, uomo non abituato a perdere, nell’estate 1993 era uno sconfitto. Prima aveva visto naufragare l’appena celebrato matrimonio Enimont. Poi aveva fallito il tentativo di impadronirsi della chimica italiana. Infine la famiglia Ferruzzi lo aveva estromesso dal gruppo. Anche il Moro di Venezia aveva perso la sua sfida con America Cube. Chi avrebbe mai pensato che Gardini – l’uomo che aveva avuto le copertine dei grandi giornali d’Italia e del mondo – potesse essere un socio di Cosa Nostra? Indicibile, impensabile.

Ma come era accaduto, dunque, che il secondo gruppo privato italiano, quotato alla Borsa di Milano, con rapporti d’affari in tutto il mondo, fosse finito nell’orbita di Cosa Nostra? Per comprenderlo è necessario partire dal tavulinu e dal tavolone, dalla rivoluzione corleonese della mafia in Sicilia ma anche dal giro milanese degli affari e dal sistemone romano politico-affaristico per la spartizione degli appalti. Una storia, in definitiva, molto italiana.

Tavulinu e Sistemone

La mafia moderna, come già più volte dimostrato da Falcone e Borsellino, va dietro ai soldi e non ai morti di fame. Segue quel semplice concetto” tratta chiddi megghiu di tia e apizzaci li spisi”. La mafia ha sempre cercato di guadagnare dagli appalti e dai grossi affari, ma non poteva agire da sola. La sua logica era più o meno quella del pizzo, o della guardiania: l’azienda che otteneva un lavoro nel territorio di pertinenza di una Famiglia, doveva versarle una certa somma che pagava innanzitutto la “protezione” dei cantieri. In più, doveva affidare i subappalti a imprese suggerite o direttamente controllate dalla Famiglia. Negli anni settanta e nella prima parte degli ottanta in Sicilia si erano formati comitati d’affari composti da politici e imprenditori che con la mafia amoreggiavano I più potenti erano quelli dei cavalieri del lavoro di Catania (Costanzo, Rendo, Graci, Finocchiaro) e della santa trinità d’Agrigento (Filippo Salamone, Giovanni Miccichè, Antonio Vita).Si sedevano al tavolo con i politici locali, perlopiù democristiani, qualche volta socialisti, se era necessario anche con le coop rosse. Il fine giustificava i mezzi.
Si decidevano le strade e le dighe, gli acquedotti e i piani regolatori. Cosa Nostra, certo, c’era. Ma lasciava fare agli amici, ben sapendo che su quegli amici avrebbe sempre potuto contare. E alla fine, comunque, passava a riscuotere. Per i lavori medi e piccoli, i comitati d’affari erano più ruspanti, ma non meno agguerriti: Cosa Nostra, tramite le sue imprese, sedeva direttamente al tavolo delle spartizioni. Per la provincia di Palermo poi, quella centrale per Cosa Nostra, funzionava un sistema inflessibile, che aveva come signore politico Salvo Lima, il capo degli andreottiani siciliani, come imprese una corona di società in parte controllate direttamente dalla mafia, e come intermediario un personaggio che era diventato noto per le sue avventure di pilota da corsa e per la sua faccia da attore del cinema: Angelo Siino, detto Bronson.
Siino, molto noto anche a Castelvetrano e amico dei Messina Denaro, è stato il vero “genio” per i corleonesi. Li fece elevare al rango di uomini d’affari

Lasciate le corse, aveva impiantato alcune imprese attive nel settore dei lavori pubblici. E soprattutto non aveva mai smesso di tessere rapporti con politici e amministratori – la sua vera risorsa competitiva – anche attraverso i legami massonici: Siino era infatti iscritto alla loggia Orion di Palermo. È stato proprio lui a raccontare dall’interno (confermato da una decina di collaboratori di giustizia, ultimo un pezzo da novanta come Giovanni Brusca) il sistema del "tavulinu", i segreti degli appalti siciliani, gli insospettabili alleati della mafia che venivano dal Nord. Come Raul Gardini.

La politica decideva gli appalti, cioè dove far piovere i soldi delle opere pubbliche, strade o gallerie, dighe o impianti di potabilizzazione; le aziende lavoravano, e spesso erano degli amici o degli amici degli amici; alla fine passava Siino a riscuotere le tangenti per Lima. «Posso dire» racconta a verbale Bronson «che ho controllato 30 miliardi di tangenti in quattro anni, di cui la metà destinata ai politici e metà a Cosa Nostra.» Da dove proveniva l’investitura di Siino, che gli aveva consentito di maneggiare affari così delicati, muovendosi tra personaggi così particolari? Forse dalla sua faccia da Bronson, dalla sua capacità di rapporti, dalla fama conquistata al volante, da una certa professionalità nel trattare con politici e mafiosi. Siino al comune di Castelvetrano era di casa. Fu Lui che sponsorizzo l’appalto Saiseb delle fognatrure. Un appalto costato lacrime di sangue ai castelvetranesi

Siino conosceva Balduccio, che era suo compaesano e anche un po’ suo parente, alla lontana, per parte di suocera; ma la conoscenza diventò amicizia nel 1980, per merito della comune passione per i rally: alla gara automobilistica della Conca d’Oro corsero sia Siino che Di Maggio e Bronson prestò a Balduccio, per correre, una Opel Ascona 20

Cambia la musica

Attorno al 1986, però, il sistema degli appalti cambia. Balduccio la racconta così: «Verso il 1986 viene da me Angelo Siino e mi dice: “Ci sono dei lavori della Provincia che vanno spersi, straviati così, la gente fa offerte maggiori del 25, del 30 percento… Se noi ci mettiamo ’sti lavori in mano – che io conosco dei politici che mi fanno avere gli elenchi delle gare – organizziamo noi le gare e cerchiamo di guadagnare qualche cosa anche noi”. Io» risponde Di Maggio «ci dissi: guarda, ne devo parlare e ti faccio sapere qualcosa».

Attenzione: se invece di lasciar gestire le gare a politici e imprese, ci si accorda fin dall’inizio su chi deve vincere, magari inventando un sistema di turnazione per non scontentare nessuno o quasi, si riuscirà a spuntare più soldi per tutti. Perché lasciare le gare d’appalto in balia dei meccanismi della libera concorrenza, con il bel risultato di aggiudicare lavori con ribassi anche del 25 o del 30 percento? Meglio accordarsi tutti sulla cifra da scrivere nelle buste chiuse, e chi vince lo fa con ribassi minimi (tanto, paga la cassa dell’ente pubblico di turno). Tutti più contenti: imprese, politici, mafiosi; perché ci sono più soldi per tutti.

Nasce così un nuovo sistema. Basta con il metodo un po’ primitivo di mungere denaro alle imprese a cose fatte. Si può fare meglio, entrare alla grande nel business, avviare un metodo scientifico: controllare fin dall’inizio gli appalti, fin dalla gara per la loro assegnazione. Che meraviglia, che modernizzazione! La stessa che – segno dei tempi – era maturata a Milano (il “lodo Natali” per gli appalti della metropolitana e di tutto il resto) e a Roma per i mega appalti nazionali. Qualche anno dopo troverà un nome che avrà successo: Tangentopoli.

Scrivono i magistrati di Palermo: “Dopo la guerra di mafia e la sistematica eliminazione di tutti gli esponenti della cosiddetta ala tradizionalista, il gruppo vincente dei corleonesi ha stabilmente occupato la struttura di vertice dell’organizzazione mafiosa operando una concentrazione progressiva delle leve del potere […]. Dalla convivenza parassitaria e di infiltrazione occulta nel tessuto politico-istituzionale-economico, si passa ad affermare un ruolo di supremazia di Cosa nostra nelle attività economiche. Invadendo un terreno prima dominato esclusivamente da imprese di dimensione nazionale e dai loro referenti politici, secondo il sistema di illecita spartizione lottizzatoria degli appalti pubblici chiamato Tangentopoli”.

Palermo impara da Milano e da Roma, la mafia assume i metodi degli affari e della politica. Ma ci aggiunge del suo: la presenza di Cosa Nostra. E Milano e Roma, senza alcun tentennamento, accettano subito la proposta indecente di Palermo, anzi, ci si buttano a capofitto. Nella grande ristrutturazione (“modernizzazione”, l’ha chiamata molti anni dopo nel corso di un dibattito radiofonico l’ex presidente della Regione Rino Nicolosi), cambiano i rapporti di forze. E alla fine ne fa le spese lo stesso Siino: «Fu Di Maggio» racconta Bronson ai magistrati «che mi rimproverò per il ruolo che stavo assumendo nel controllare gli appalti e mi disse che da quel momento per qualsiasi appalto dovevo prima parlare con lui.»

Nasce così il sistema del "tavulinu"; Siino, continuando a far riferimento a Lima, si occupa soltanto degli appalti inferiori ai 5 miliardi e di tutti quelli, grandi o piccoli, della provincia di Palermo; per i lavori sopra i 5 miliardi scatta il sistema Salamone. Attorno a u "tavulinu" si siedono gli imprenditori, si siedono i politici. E si siedono i mafiosi: soprattutto Nino Buscemi e Giovanni Bini, che riferivano direttamente a Riina. Salamone, scrivono i magistrati di Palermo, è “l’organizzatore del comitato d’affari costituito da imprenditori e politici che ha gestito per lungo tempo senza contrasti, fino all’ingresso nel sistema di Cosa Nostra, l’illecita spartizione degli appalti sull’intero territorio nazionale”.

Dopo la svolta, pur di mantenere la sua posizione e il controllo dei grandi appalti, Salamone “ebbe ad allacciare rapporti assai stretti con i Corleonesi, ponendosi sotto la loro ala protettrice”. Costituisce così “per volontà di Salvatore Riina, con Antonino Buscemi e Giovanni Bini, una sorta di comitato d’affari sovraordinato, da cui veniva decisa, di comune accordo con politici e imprenditori, la spartizione dei grandi appalti”.

Riina, vero padrone finale del sistema, su ogni lavoro impone una percentuale dell’1 per cento, poi ridotta (bontà sua) allo 0,80 per cento, che gli viene passata da Salamone, il quale diventa il gestore del metodo. L’addizionale Riina viene pagata da Salamone nelle mani di Giovanni Brusca, che se ne occupa personalmente dopo che Siino viene arrestato, l’11 luglio 1991, dopo la prima timida indagine sulla Tangentopoli siciliana. In un interrogatorio reso il 13 agosto 1997, Siino racconta che presso la sede di Agrigento dell’azienda di Salamone, l’Impresem, nella stanza di un impiegato attigua a quella del socio Micciché, era conservato uno schedario dove venivano segnati i pagamenti delle tangenti. Nello stesso interrogatorio parla dei rapporti con il sistema mafioso e imprenditoriale trapanese e dell’ottimo rapporto con i politici e la mafia di Castelvetrano. Erano gli anni della prima Repubblica. anni in cui Don Ciccio era molto potente e amico dei corleonesi. Siino a Castelvetrano porta il sistema mafia-appalti e lo collega con Lu "tavulino”. Castelvetrano con alcuni politici dell’epoca e con i Messina Denaro entrano nella stanza dei bottoni. Con loro anche imprenditori locali e affermati professionisti utili per gli appalti. Tutto questo accadeva sotto l’indifferenza di alcune procure.Arrivano dal Nord

Alla festa siciliana dei lavori pubblici, insieme a politici e mafiosi,
partecipano senza batter ciglio, tra gli altri, la Fiat impresit
del gruppo Agnelli( già in affari con il cavaliere Carmelo Patti), la Lodigiani di Milano, antica e un tempo rispettabile azienda edile, la Rizzani De Eccher di Udine, la Tor
Di Valle ( Gruppo Saiseb) e la Federici di Roma, le cooperative rosse emiliano-romagnole.
Così fan tutti. E così ha fatto anche il gruppo Ferruzzi.
Nella spartizione della torta, una bella fetta era sempre riservata
a un commensale speciale: le aziende del gruppo Ferruzzi
di Raul Gardini. Un rapporto stretto, costante, durato per oltre
quindici anni, quello tra il gruppo Ferruzzi e Cosa Nostra.

“Allo stato delle indagini” scriveranno i magistrati
di Palermo “non è dato conoscere se vi sia stata una molla scatenante che abbia indotto i maggiori rappresentanti di uno dei gruppi imprenditoriali più importanti del nostro paese a mettere totalmente e del tutto consapevolmente a disposizione
di pericolosissimi esponenti di Cosa Nostra la loro struttura, il
credito acquisito presso il sistema bancario, il loro prestigio.”
Certo è che si firma una sorta di joint venture Ferruzzi-Cosa
Nostra. È la famiglia Buscemi, mandamento di Boccadifalco, a
stringere concretamente l’accordo. In forza di questo, il gruppo
di Gardini si garantisce l’incontrastato sfruttamento delle cave
in Sicilia, diventa il fornitore monopolistico di cemento
nell’isola, conquista una fetta degli appalti pubblici. Le società
operative che scendono in campo sono soprattutto la Calcestruzzi
SPA, la CISA, la Gambogi.

Confessa Siino: «Sono a conoscenza di un accordo tra Buscemi
Antonino e il gruppo Ferruzzi, nella persona di Raul Gardini,
tramite Panzavolta Lorenzo». Che personaggio, Panzavolta
detto Panzer: nato a Ravenna nel 1922, partigiano, ex dirigente
delle cooperative rosse emiliano-romagnole, stimato dal
vecchio Serafino Ferruzzi, usato dal giovane Raul Gardini.
Panzer bada ai risultati: per raggiungerli, al Nord paga mazzettoni,
al Sud si allea con la mafia.

Fonte: Blog , documenti investigativi

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Via Alessandro Manzoni 26
Castelvetrano
91022

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