09/08/2026
Gardini e quel “filo” miliardario che porta anche a Castelvetrano e ai Messina Denaro
Raul Gardini, l’imprenditore del Nord che divenne socio della mafia
Quando partì il colpo di pi***la, la mattina del 23 luglio 1993, Raul Gardini aveva davanti a sé tre grossi problemi, pronti a esplodere come una bomba a orologeria. Lo aspettava il Pm, Antonio Di Pietro per accettare il “patto” della confessione per non finire in galera. Lo ha confermato a “LA 7” lo stesso ex magistrato. Tante le testate che si sono più volte occupate del perverso sistema affaristico mafioso che legava il nord con il sud.
“Pecunia non olet”
Gardini sarebbe stato arrestato, forse lo stesso giorno, per la madre di tutte le tangenti, il mazzettone miliardario per l’affare Enimont. Gardini era arrivato ad un bivio. I conti della Ferruzzi erano disastrosi, aveva portato al crac il grande gruppo affidatogli dal vecchio Serafino Ferruzzi. Il terzo problema è affiorato solo molti anni dopo: Gardini aveva consegnato alcune società del suo gruppo nelle mani di Cosa Nostra che avevano m***agne di soldi da riciclare.
Il colpo di Walther PPK 7.65 ebbe un effetto immediato. Regolò in una frazione di secondo tre questioni per capire le quali, noi ,abbiamo avuto bisogno di molti anni. Più svelto a capire fu, Nino Buscemi, imprenditore siciliano per conto di Cosa Nostra. Parlando di Lorenzo Panzavolta, l’uomo di Gardini per il settore appalti, Buscemi un giorno esclamò: «Quello è un duro, meglio di un vero uomo d’onore».
Nella sua bella casa milanese di piazza Belgioioso, Gardini morì. Le indagini successive stabilirono che si era trattato di suicidio. Fu uno dei momenti più drammatici degli anni di "Mani pulite": quella stessa mattina, nella chiesa di San Babila, non troppo distante da palazzo Belgioioso, si celebravano i funerali di Gabriele Cagliari, manager socialista che si era ucciso in carcere. Gardini era molto noto in Italia e all’estero. Era stato a capo del secondo gruppo privato italiano, la Ferruzzi. Era l’uomo che con il Moro di Venezia aveva sfidato le barche più veloci e i velisti più bravi del mondo. Era stato soprannominato il Contadino, il Pirata. Aveva dichiarato «la chimica sono io», quando aveva cercato di impadronirsi di tutta l’Enimont, la grande joint venture che avrebbe dovuto unire le aziende chimiche pubbliche dell’ENI e quelle private di Montedison-Ferruzzi.
Gardini, uomo non abituato a perdere, nell’estate 1993 era uno sconfitto. Prima aveva visto naufragare l’appena celebrato matrimonio Enimont. Poi aveva fallito il tentativo di impadronirsi della chimica italiana. Infine la famiglia Ferruzzi lo aveva estromesso dal gruppo. Anche il Moro di Venezia aveva perso la sua sfida con America Cube. Chi avrebbe mai pensato che Gardini – l’uomo che aveva avuto le copertine dei grandi giornali d’Italia e del mondo – potesse essere un socio di Cosa Nostra? Indicibile, impensabile.
Ma come era accaduto, dunque, che il secondo gruppo privato italiano, quotato alla Borsa di Milano, con rapporti d’affari in tutto il mondo, fosse finito nell’orbita di Cosa Nostra? Per comprenderlo è necessario partire dal tavulinu e dal tavolone, dalla rivoluzione corleonese della mafia in Sicilia ma anche dal giro milanese degli affari e dal sistemone romano politico-affaristico per la spartizione degli appalti. Una storia, in definitiva, molto italiana.
Tavulinu e Sistemone
La mafia moderna, come già più volte dimostrato da Falcone e Borsellino, va dietro ai soldi e non ai morti di fame. Segue quel semplice concetto” tratta chiddi megghiu di tia e apizzaci li spisi”. La mafia ha sempre cercato di guadagnare dagli appalti e dai grossi affari, ma non poteva agire da sola. La sua logica era più o meno quella del pizzo, o della guardiania: l’azienda che otteneva un lavoro nel territorio di pertinenza di una Famiglia, doveva versarle una certa somma che pagava innanzitutto la “protezione” dei cantieri. In più, doveva affidare i subappalti a imprese suggerite o direttamente controllate dalla Famiglia. Negli anni settanta e nella prima parte degli ottanta in Sicilia si erano formati comitati d’affari composti da politici e imprenditori che con la mafia amoreggiavano I più potenti erano quelli dei cavalieri del lavoro di Catania (Costanzo, Rendo, Graci, Finocchiaro) e della santa trinità d’Agrigento (Filippo Salamone, Giovanni Miccichè, Antonio Vita).Si sedevano al tavolo con i politici locali, perlopiù democristiani, qualche volta socialisti, se era necessario anche con le coop rosse. Il fine giustificava i mezzi.
Si decidevano le strade e le dighe, gli acquedotti e i piani regolatori. Cosa Nostra, certo, c’era. Ma lasciava fare agli amici, ben sapendo che su quegli amici avrebbe sempre potuto contare. E alla fine, comunque, passava a riscuotere. Per i lavori medi e piccoli, i comitati d’affari erano più ruspanti, ma non meno agguerriti: Cosa Nostra, tramite le sue imprese, sedeva direttamente al tavolo delle spartizioni. Per la provincia di Palermo poi, quella centrale per Cosa Nostra, funzionava un sistema inflessibile, che aveva come signore politico Salvo Lima, il capo degli andreottiani siciliani, come imprese una corona di società in parte controllate direttamente dalla mafia, e come intermediario un personaggio che era diventato noto per le sue avventure di pilota da corsa e per la sua faccia da attore del cinema: Angelo Siino, detto Bronson.
Siino, molto noto anche a Castelvetrano e amico dei Messina Denaro, è stato il vero “genio” per i corleonesi. Li fece elevare al rango di uomini d’affari
Lasciate le corse, aveva impiantato alcune imprese attive nel settore dei lavori pubblici. E soprattutto non aveva mai smesso di tessere rapporti con politici e amministratori – la sua vera risorsa competitiva – anche attraverso i legami massonici: Siino era infatti iscritto alla loggia Orion di Palermo. È stato proprio lui a raccontare dall’interno (confermato da una decina di collaboratori di giustizia, ultimo un pezzo da novanta come Giovanni Brusca) il sistema del "tavulinu", i segreti degli appalti siciliani, gli insospettabili alleati della mafia che venivano dal Nord. Come Raul Gardini.
La politica decideva gli appalti, cioè dove far piovere i soldi delle opere pubbliche, strade o gallerie, dighe o impianti di potabilizzazione; le aziende lavoravano, e spesso erano degli amici o degli amici degli amici; alla fine passava Siino a riscuotere le tangenti per Lima. «Posso dire» racconta a verbale Bronson «che ho controllato 30 miliardi di tangenti in quattro anni, di cui la metà destinata ai politici e metà a Cosa Nostra.» Da dove proveniva l’investitura di Siino, che gli aveva consentito di maneggiare affari così delicati, muovendosi tra personaggi così particolari? Forse dalla sua faccia da Bronson, dalla sua capacità di rapporti, dalla fama conquistata al volante, da una certa professionalità nel trattare con politici e mafiosi. Siino al comune di Castelvetrano era di casa. Fu Lui che sponsorizzo l’appalto Saiseb delle fognatrure. Un appalto costato lacrime di sangue ai castelvetranesi
Siino conosceva Balduccio, che era suo compaesano e anche un po’ suo parente, alla lontana, per parte di suocera; ma la conoscenza diventò amicizia nel 1980, per merito della comune passione per i rally: alla gara automobilistica della Conca d’Oro corsero sia Siino che Di Maggio e Bronson prestò a Balduccio, per correre, una Opel Ascona 20
Cambia la musica
Attorno al 1986, però, il sistema degli appalti cambia. Balduccio la racconta così: «Verso il 1986 viene da me Angelo Siino e mi dice: “Ci sono dei lavori della Provincia che vanno spersi, straviati così, la gente fa offerte maggiori del 25, del 30 percento… Se noi ci mettiamo ’sti lavori in mano – che io conosco dei politici che mi fanno avere gli elenchi delle gare – organizziamo noi le gare e cerchiamo di guadagnare qualche cosa anche noi”. Io» risponde Di Maggio «ci dissi: guarda, ne devo parlare e ti faccio sapere qualcosa».
Attenzione: se invece di lasciar gestire le gare a politici e imprese, ci si accorda fin dall’inizio su chi deve vincere, magari inventando un sistema di turnazione per non scontentare nessuno o quasi, si riuscirà a spuntare più soldi per tutti. Perché lasciare le gare d’appalto in balia dei meccanismi della libera concorrenza, con il bel risultato di aggiudicare lavori con ribassi anche del 25 o del 30 percento? Meglio accordarsi tutti sulla cifra da scrivere nelle buste chiuse, e chi vince lo fa con ribassi minimi (tanto, paga la cassa dell’ente pubblico di turno). Tutti più contenti: imprese, politici, mafiosi; perché ci sono più soldi per tutti.
Nasce così un nuovo sistema. Basta con il metodo un po’ primitivo di mungere denaro alle imprese a cose fatte. Si può fare meglio, entrare alla grande nel business, avviare un metodo scientifico: controllare fin dall’inizio gli appalti, fin dalla gara per la loro assegnazione. Che meraviglia, che modernizzazione! La stessa che – segno dei tempi – era maturata a Milano (il “lodo Natali” per gli appalti della metropolitana e di tutto il resto) e a Roma per i mega appalti nazionali. Qualche anno dopo troverà un nome che avrà successo: Tangentopoli.
Scrivono i magistrati di Palermo: “Dopo la guerra di mafia e la sistematica eliminazione di tutti gli esponenti della cosiddetta ala tradizionalista, il gruppo vincente dei corleonesi ha stabilmente occupato la struttura di vertice dell’organizzazione mafiosa operando una concentrazione progressiva delle leve del potere […]. Dalla convivenza parassitaria e di infiltrazione occulta nel tessuto politico-istituzionale-economico, si passa ad affermare un ruolo di supremazia di Cosa nostra nelle attività economiche. Invadendo un terreno prima dominato esclusivamente da imprese di dimensione nazionale e dai loro referenti politici, secondo il sistema di illecita spartizione lottizzatoria degli appalti pubblici chiamato Tangentopoli”.
Palermo impara da Milano e da Roma, la mafia assume i metodi degli affari e della politica. Ma ci aggiunge del suo: la presenza di Cosa Nostra. E Milano e Roma, senza alcun tentennamento, accettano subito la proposta indecente di Palermo, anzi, ci si buttano a capofitto. Nella grande ristrutturazione (“modernizzazione”, l’ha chiamata molti anni dopo nel corso di un dibattito radiofonico l’ex presidente della Regione Rino Nicolosi), cambiano i rapporti di forze. E alla fine ne fa le spese lo stesso Siino: «Fu Di Maggio» racconta Bronson ai magistrati «che mi rimproverò per il ruolo che stavo assumendo nel controllare gli appalti e mi disse che da quel momento per qualsiasi appalto dovevo prima parlare con lui.»
Nasce così il sistema del "tavulinu"; Siino, continuando a far riferimento a Lima, si occupa soltanto degli appalti inferiori ai 5 miliardi e di tutti quelli, grandi o piccoli, della provincia di Palermo; per i lavori sopra i 5 miliardi scatta il sistema Salamone. Attorno a u "tavulinu" si siedono gli imprenditori, si siedono i politici. E si siedono i mafiosi: soprattutto Nino Buscemi e Giovanni Bini, che riferivano direttamente a Riina. Salamone, scrivono i magistrati di Palermo, è “l’organizzatore del comitato d’affari costituito da imprenditori e politici che ha gestito per lungo tempo senza contrasti, fino all’ingresso nel sistema di Cosa Nostra, l’illecita spartizione degli appalti sull’intero territorio nazionale”.
Dopo la svolta, pur di mantenere la sua posizione e il controllo dei grandi appalti, Salamone “ebbe ad allacciare rapporti assai stretti con i Corleonesi, ponendosi sotto la loro ala protettrice”. Costituisce così “per volontà di Salvatore Riina, con Antonino Buscemi e Giovanni Bini, una sorta di comitato d’affari sovraordinato, da cui veniva decisa, di comune accordo con politici e imprenditori, la spartizione dei grandi appalti”.
Riina, vero padrone finale del sistema, su ogni lavoro impone una percentuale dell’1 per cento, poi ridotta (bontà sua) allo 0,80 per cento, che gli viene passata da Salamone, il quale diventa il gestore del metodo. L’addizionale Riina viene pagata da Salamone nelle mani di Giovanni Brusca, che se ne occupa personalmente dopo che Siino viene arrestato, l’11 luglio 1991, dopo la prima timida indagine sulla Tangentopoli siciliana. In un interrogatorio reso il 13 agosto 1997, Siino racconta che presso la sede di Agrigento dell’azienda di Salamone, l’Impresem, nella stanza di un impiegato attigua a quella del socio Micciché, era conservato uno schedario dove venivano segnati i pagamenti delle tangenti. Nello stesso interrogatorio parla dei rapporti con il sistema mafioso e imprenditoriale trapanese e dell’ottimo rapporto con i politici e la mafia di Castelvetrano. Erano gli anni della prima Repubblica. anni in cui Don Ciccio era molto potente e amico dei corleonesi. Siino a Castelvetrano porta il sistema mafia-appalti e lo collega con Lu "tavulino”. Castelvetrano con alcuni politici dell’epoca e con i Messina Denaro entrano nella stanza dei bottoni. Con loro anche imprenditori locali e affermati professionisti utili per gli appalti. Tutto questo accadeva sotto l’indifferenza di alcune procure.Arrivano dal Nord
Alla festa siciliana dei lavori pubblici, insieme a politici e mafiosi,
partecipano senza batter ciglio, tra gli altri, la Fiat impresit
del gruppo Agnelli( già in affari con il cavaliere Carmelo Patti), la Lodigiani di Milano, antica e un tempo rispettabile azienda edile, la Rizzani De Eccher di Udine, la Tor
Di Valle ( Gruppo Saiseb) e la Federici di Roma, le cooperative rosse emiliano-romagnole.
Così fan tutti. E così ha fatto anche il gruppo Ferruzzi.
Nella spartizione della torta, una bella fetta era sempre riservata
a un commensale speciale: le aziende del gruppo Ferruzzi
di Raul Gardini. Un rapporto stretto, costante, durato per oltre
quindici anni, quello tra il gruppo Ferruzzi e Cosa Nostra.
“Allo stato delle indagini” scriveranno i magistrati
di Palermo “non è dato conoscere se vi sia stata una molla scatenante che abbia indotto i maggiori rappresentanti di uno dei gruppi imprenditoriali più importanti del nostro paese a mettere totalmente e del tutto consapevolmente a disposizione
di pericolosissimi esponenti di Cosa Nostra la loro struttura, il
credito acquisito presso il sistema bancario, il loro prestigio.”
Certo è che si firma una sorta di joint venture Ferruzzi-Cosa
Nostra. È la famiglia Buscemi, mandamento di Boccadifalco, a
stringere concretamente l’accordo. In forza di questo, il gruppo
di Gardini si garantisce l’incontrastato sfruttamento delle cave
in Sicilia, diventa il fornitore monopolistico di cemento
nell’isola, conquista una fetta degli appalti pubblici. Le società
operative che scendono in campo sono soprattutto la Calcestruzzi
SPA, la CISA, la Gambogi.
Confessa Siino: «Sono a conoscenza di un accordo tra Buscemi
Antonino e il gruppo Ferruzzi, nella persona di Raul Gardini,
tramite Panzavolta Lorenzo». Che personaggio, Panzavolta
detto Panzer: nato a Ravenna nel 1922, partigiano, ex dirigente
delle cooperative rosse emiliano-romagnole, stimato dal
vecchio Serafino Ferruzzi, usato dal giovane Raul Gardini.
Panzer bada ai risultati: per raggiungerli, al Nord paga mazzettoni,
al Sud si allea con la mafia.
Fonte: Blog , documenti investigativi