Wine Selection Sebastiano Ramello

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Wine Selection Sebastiano Ramello Italian wines, the necatar of the gods (Le foto non sempre corrispondono alla data dello scatto) I also deal with trade and i write on few wine food magazine.

I am International Wine Consultant and Italian wine promoter, i represent several Importer, Distributor in the main Country in the world and several wineries from Italy as Brand, Export, Marketing Manager. I write in several wine food magazine and i am a Italian territory promoter. My big passion: wine and travel

LO SAPEVATE CHE IN TOSCANA SI PRODUCE UN TEMPRANILLO?Quando si parla di Tempranillo, il pensiero corre immediatamente al...
30/09/2026

LO SAPEVATE CHE IN TOSCANA SI PRODUCE UN TEMPRANILLO?
Quando si parla di Tempranillo, il pensiero corre immediatamente alla Spagna: Rioja, Ribera del Duero, grandi rossi strutturati, frutto, spezie e capacità di evolvere nel tempo.
Eppure esiste un angolo di dove questo vitigno ha trovato una seconda casa.
Siamo a San Miniato, nel cuore della Toscana, alla cantina Pietro Beconcini, e qui nasce IXE, un vino che rappresenta una delle storie più curiose e affascinanti della viticoltura italiana.
L’annata che ho avuto il privilegio di degustare in questi giorni è la 2008: un vino composto per il 90% da Tempranillo e per il 10% da Sangiovese, con una gradazione di 14,5% vol.

Ma la vera storia comincia dalla vigna.

Per molti anni quelle piante erano considerate una misteriosa “varietà X”, perché nessuno era riuscito a identificarle con certezza. Solo attraverso le analisi del DNA venne stabilito che si trattava di Tempranillo, il celebre vitigno a bacca rossa iberico. Ed è proprio da quella “X” che nasce il nome IXE, pronunciato secondo la fonetica toscana.

Ma come è arrivato il Tempranillo in Toscana?

È questa la parte più affascinante. Le vecchie viti presenti nella proprietà sono considerate storiche e la loro presenza viene fatta risalire, secondo la ricostruzione aziendale e alcune fonti, a diversi secoli fa. Una delle ipotesi è che il vitigno possa essere arrivato attraverso gli antichi traffici che percorrevano la Via Francigena, adattandosi poi progressivamente al territorio di San Miniato. Non si tratta però di una provenienza documentata con certezza: la sua origine toscana rimane uno degli elementi più misteriosi di questa storia.
Ed è proprio questa lunga permanenza ad aver trasformato un vitigno spagnolo in qualcosa di molto particolare: un Tempranillo toscano, capace di esprimere il territorio in modo diverso rispetto ai suoi parenti iberici.
Per IXE vengono utilizzati i vigneti più giovani ottenuti dalla selezione massale delle antiche viti. La vinificazione segue una filosofia piuttosto naturale: fermentazione in vasche di cemento con lieviti indigeni, circa tre settimane di macerazione sulle bucce, quindi fermentazione malolattica. L’affinamento avviene per circa 14-15 mesi in barrique di rovere francese e americano già utilizzate per Vigna Le Nicchie, seguito da ulteriore affinamento in bottiglia.
🍷 E il 2008?
Qui il tempo ha fatto il suo lavoro.
Nel bicchiere ho trovato un rosso ancora dotato di struttura, ma con quella complessità che soltanto l’evoluzione può regalare: frutto rosso maturo, amarena e ciliegia, accompagnati da note speziate, balsamiche e di sottobosco, con richiami di cacao, legno ben integrato e una piacevole componente sapida. Le descrizioni dell’annata 2008 riportano proprio grande mineralità, sapidità e morbidezza.
Al palato la gradazione importante non risulta dominante: i 14,5% vol. sono sostenuti da acidità, tannino e struttura, creando un equilibrio che rende il vino sorprendentemente gastronomico.
Ed è forse questo uno degli aspetti che mi interessa maggiormente quando guardo un vino anche con gli occhi di chi si occupa di mercati internazionali: IXE non cerca semplicemente di imitare un grande rosso spagnolo.
È qualcosa di diverso.
È la dimostrazione di come un possa viaggiare, attraversare territori e culture e, dopo secoli, diventare interprete di un luogo nuovo.
🇮🇹 Un vitigno spagnolo, una storia misteriosa, un’anima profondamente toscana.

Con cosa lo berrei?

L’evoluzione del 2008 lo rende perfetto per una cucina saporita e strutturata: Fiorentina e carni rosse alla brace; Brasati e stracotti; Cinghiale e selvaggina; Salumi toscani stagionati; Pappardelle al ragù di selvaggina; Pecorini stagionati 😋. E, naturalmente, lo proverei anche con un piatto che racconti la sua terra: pasta al ragù toscano e tartufo, soprattutto considerando il legame di San Miniato con il tartufo bianco.
Un vino che, dopo quasi vent’anni, racconta una cosa che nel mondo del vino trovo sempre affascinante: non sempre per fare un grande vino bisogna seguire una tradizione. A volte bisogna prima scoprire quale tradizione si nasconde già nella propria terra 😊🍷

**ery

Quando il vino incontra la salute: la storia di Low HistaminesAnni fa decisi di affrontare un tema che, nel mondo del  ,...
28/09/2026

Quando il vino incontra la salute: la storia di Low Histamines

Anni fa decisi di affrontare un tema che, nel mondo del , era ancora quasi completamente inesplorato: il rapporto tra vino, e intolleranze alimentari.
Quello che inizialmente era nato come un progetto di ricerca si trasformò progressivamente in un percorso molto più ampio, fino a diventare, secondo il progetto sviluppato e presentato in quegli anni, una ricerca pionieristica sul rapporto tra consumo di vino e sensibilità alle istamine.
Da quella ricerca nacque Low Histamines, oggi un marchio registrato concepito per identificare vini caratterizzati da un contenuto di istamina inferiore a 0,5 mg/litro.

Ma cosa significa realmente tutto questo?
Che cosa sono le istamine?

L’istamina è una sostanza naturalmente presente nell’organismo umano, dove svolge importanti funzioni biologiche, soprattutto nelle risposte immunitarie e infiammatorie.
Può però essere presente anche negli alimenti, dove appartiene alla famiglia delle ammine biogene. La sua quantità può aumentare soprattutto durante processi di fermentazione e maturazione.
Il problema non riguarda necessariamente tutte le persone allo stesso modo.
L’organismo dispone di sistemi enzimatici per metabolizzare l’istamina introdotta con gli alimenti; nell’intestino uno degli enzimi più importanti è la diaminossidasi, o DAO. In alcune persone, una ridotta capacità di degradare l’istamina può essere associata a quella che viene comunemente definita intolleranza all’istamina.
Quando la quantità di istamina introdotta supera la capacità individuale di metabolizzarla, possono comparire manifestazioni molto diverse: mal di testa, arrossamento, prurito, orticaria, disturbi gastrointestinali, palpitazioni e altri sintomi. Non si tratta però di una semplice e la diagnosi rimane complessa: la letteratura scientifica sottolinea infatti che non esiste ancora un biomarcatore diagnostico universalmente riconosciuto.

E il vino?

Qui arriviamo a un aspetto particolarmente interessante per chi si occupa professionalmente di vino.
Il vino è un prodotto della fermentazione e proprio durante i processi fermentativi possono formarsi diverse ammine biogene, tra cui istamina, tiramina e putrescina. La fermentazione malolattica, in particolare, può contribuire alla loro formazione.
In generale, la letteratura riporta una presenza di ammine biogene più elevata nei vini rossi rispetto ai bianchi, anche se la concentrazione può variare enormemente da un vino all’altro in funzione di vitigno, fermentazione, microrganismi, tecniche di vinificazione, affinamento e conservazione.
Ed è proprio questa variabilità uno degli aspetti più interessanti.
Non basta quindi dire semplicemente: “il vino contiene istamina”.
La domanda più importante diventa: quanta istamina contiene quel determinato vino?

Per le persone sensibili all’istamina, una delle strategie utilizzate in ambito nutrizionale è una dieta a ridotto contenuto di istamina, generalmente impostata con l’aiuto di un professionista e, quando necessario, attraverso una fase di eliminazione seguita da una graduale reintroduzione degli alimenti.
Alcuni studi hanno osservato una riduzione dei sintomi in persone selezionate con sospetta o diagnosticata intolleranza all’istamina durante periodi di dieta a ridotto contenuto di istamina. Tuttavia, le evidenze non sono uniformi e le liste degli alimenti da evitare possono differire considerevolmente tra gli studi.
Questo è un punto fondamentale: non esiste una dieta universale valida allo stesso modo per tutti.
La tolleranza all’istamina è infatti individuale e dipende dalla quantità assunta, dalla capacità di metabolizzarla e probabilmente anche da altri fattori legati all’alimento e alla persona.

È proprio da questa considerazione che nasce il senso del progetto Low Histamines.
L’obiettivo non è dire alle persone “non bevete vino”.
Al contrario.
L’idea è cercare di rendere possibile una scelta più consapevole anche per chi deve prestare particolare attenzione all’apporto di istamina nella propria alimentazione.
Un vino che rispetta il parametro Low Histamines, cioè meno di 0,5 mg/l di istamina secondo lo standard del marchio, consente di conoscere un parametro che normalmente il consumatore non trova indicato nell’etichetta del vino.
Per una persona che deve seguire un’alimentazione a basso contenuto di istamina, scegliere un vino con un contenuto analiticamente molto basso può quindi rappresentare un modo per ridurre l’apporto di istamina proveniente da quella bevanda, sempre nell’ambito della propria tolleranza individuale e delle indicazioni del proprio medico o nutrizionista.

E c’è un’altra considerazione importante.

Low Histamines non significa “vino terapeutico”, né significa che quel vino sia automaticamente tollerato da chiunque abbia una sospetta intolleranza.
L’alcol stesso può interagire con il metabolismo dell’istamina e con i meccanismi coinvolti nelle reazioni avverse al vino. Inoltre, la tolleranza individuale non dipende esclusivamente dalla quantità di istamina presente nel bicchiere.

Da professionista del vino, trovo particolarmente interessante questo approccio perché introduce un concetto che nel mondo enologico dovrebbe essere sempre più importante: conoscere ciò che c’è dentro il bicchiere.
Per secoli abbiamo analizzato un vino attraverso il colore, il profumo, la struttura, l’acidità, i tannini, la persistenza e la capacità evolutiva.
Oggi possiamo aggiungere un’altra dimensione:
la sua composizione.

Perché un grande vino non è soltanto quello che emoziona il palato.

È anche quello che conosciamo.
Ed è da questa filosofia che nacque il progetto Low Histamines: dalla volontà di unire il mondo della ricerca, quello della produzione enologica e quello della consapevolezza alimentare.
Perché il piacere di bere un bicchiere di vino dovrebbe iniziare molto prima del primo sorso:
dalla consapevolezza di ciò che stiamo scegliendo. 😊🍷🙏

**e
LOW Histamines

GOBBO 2008 — Peri Bigogno, CastenedoloSempre bello stappare una bottiglia speciale.Soprattutto quando ha 18 anni e, a di...
20/09/2026

GOBBO 2008 — Peri Bigogno, Castenedolo

Sempre bello stappare una bottiglia speciale.
Soprattutto quando ha 18 anni e, a differenza di molti diciottenni, sembra avere finalmente qualcosa di interessante da raccontare. 😏
Il Gobbo 2008, Montenetto di Brescia IGT, nasce sulle colline di Castenedolo da un uvaggio di Marzemino, Merlot e Cabernet Sauvignon: una sorta di taglio bordolese bresciano con una personalità decisamente territoriale.
Al naso l’impatto è quello di un che ha fatto pace con il tempo.
La frutta fresca ha ormai lasciato spazio a una componente più evoluta: ciliegia sotto spirito, prugna secca, confettura scura, accompagnate da vaniglia, spezie dolci, tabacco, cuoio e una sottile nota di mallo di noce. Poi arriva quella sensazione balsamica e leggermente terrosa che ricorda il sottobosco dopo la pioggia.
Insomma, il frutto c’è ancora, ma ha smesso di urlare. Finalmente.
In bocca l’ingresso è morbido, caldo e avvolgente, sostenuto da una struttura ancora sorprendentemente presente.
Il tannino, dopo quasi due decenni, si è fatto molto più educato: non è sparito, semplicemente ha smesso di voler dimostrare qualcosa.
Tornano la prugna, la ciliegia matura e le spezie, con sfumature di cioccolato fondente, vaniglia e legno nobile.
Il Cabernet porta struttura, il Merlot morbidezza e il Marzemino quella nota caratteristica che impedisce al vino di diventare l’ennesimo clone internazionale travestito da grande Bordeaux.
Il finale è lungo, caldo e progressivo, con ritorni di frutta scura, spezie, cacao e una piacevole vena balsamica.
La persistenza è importante, soprattutto considerando i 13% di alcol: non è un vino costruito sulla potenza, ma sull’equilibrio e sull’evoluzione. Ed è probabilmente questa la cosa più interessante del 2008: non cerca più di impressionare.
Ha semplicemente imparato a parlare piano.
A tavola un vino così non lo metterei davanti a una pizza “perché tanto va bene tutto”.
Qui servono piatti capaci di stare al suo livello:
Costata e carni rosse alla brace
Brasati e arrosti importanti
Cacciagione, soprattutto cervo e capriolo
Pasta con ragù di selvaggina
Formaggi stagionati a pasta dura
E personalmente lo proverei anche con un brasato di manzo al vino rosso, dove la morbidezza del piatto può incontrare quella ormai vellutata del vino.
In conclusione?
Il Gobbo 2008 dimostra una cosa che nel mondo del vino spesso dimentichiamo: non sempre serve avere muscoli per essere ancora in forma a diciotto anni. A volte basta aver avuto una buona educazione. 🍷😉

**etasting

IL VINO ITALIANO DAVANTI A UNA SVOLTA: PERCHÉ LE CANTINE SI RIEMPIONO E I MERCATI RALLENTANOUn'analisi internazionale su...
04/09/2026

IL VINO ITALIANO DAVANTI A UNA SVOLTA: PERCHÉ LE CANTINE SI RIEMPIONO E I MERCATI RALLENTANO
Un'analisi internazionale sulla crisi della domanda e sulla necessità di tornare a vendere

Per decenni il vino italiano ha vissuto una straordinaria storia di crescita internazionale. Qualità, territorio, denominazioni, cultura e capacità produttiva hanno trasformato il vino in uno dei simboli più forti del Made in Italy.
Oggi, tuttavia, il settore si trova davanti a una situazione completamente diversa.
Le cantine si riempiono, gli ordini rallentano, i distributori diventano più prudenti e molti produttori faticano a trasformare la qualità del proprio vino in vendite.
Non siamo davanti a una semplice crisi temporanea.
Siamo davanti a un cambiamento strutturale del mercato.
Nel 2025 l'Italia ha esportato circa 21 milioni di ettolitri di vino per un valore vicino ai 7,8 miliardi di euro, con una diminuzione sia dei volumi sia del valore rispetto al 2024. Il calo è particolarmente evidente nel vino imbottigliato, mentre gli spumanti hanno dimostrato una maggiore capacità di resistenza.
Negli Stati Uniti, principale mercato per valore del vino italiano, il 2025 ha registrato una diminuzione particolarmente significativa: circa -9,1% in valore e -6,2% in volume. Anche Regno Unito, Canada e altri mercati importanti hanno evidenziato contrazioni.
Ma sarebbe un errore attribuire tutto ai dazi americani, all'inflazione o alla situazione geopolitica.
Questi fattori hanno certamente aggravato il problema.
Il problema principale è che il consumatore mondiale sta cambiando.
Il consumatore non è più quello di vent'anni fa
Il vino oggi compete con un numero molto maggiore di prodotti e occasioni di consumo.
Birra, cocktail, spirits, bevande analcoliche e low-alcohol, nuove categorie di beverage e una crescente attenzione alla salute stanno modificando le abitudini.
Parallelamente, soprattutto tra le generazioni più giovani, il consumo di vino non viene più trasmesso automaticamente dalla famiglia come avveniva in passato.
Il vino non è più necessariamente una presenza quotidiana sulla tavola.
E quando diminuisce la frequenza di consumo, inevitabilmente diminuisce anche la quantità di bottiglie acquistate.
Secondo la recente indagine Mediobanca sul settore, l'80% dei produttori intervistati ha osservato una diminuzione dei consumi negli ultimi cinque anni e circa due terzi ritengono che la tendenza possa continuare.
Questa è forse la prima grande verità che il settore deve accettare:
non basta produrre un vino migliore se il consumatore sta bevendo meno vino.
Il paradosso italiano: produciamo moltissimo, ma vendere è diventato più difficile
L'Italia continua a essere il principale produttore mondiale per volume.
Ma essere il più grande produttore non significa necessariamente essere il più forte commercialmente.
Il mercato mondiale non premia semplicemente chi produce di più.
Premia chi comprende meglio il consumatore, costruisce marchi riconoscibili, comunica efficacemente e soprattutto riesce a portare il proprio prodotto davanti al consumatore giusto.
Ed è qui che emerge una delle debolezze storiche del sistema italiano.
Abbiamo investito enormemente nel prodotto e nel territorio, ma non sempre altrettanto nella vendita.
Abbiamo raccontato denominazioni, disciplinari, vitigni autoctoni, tradizione e storia.
Ma troppo spesso abbiamo dato per scontato che il mondo dovesse ve**re da noi per comprare.
Il mercato internazionale funziona esattamente al contrario.
Bisogna andare dove sono i clienti.
Promozione e politica: una riflessione scomoda
Negli ultimi anni una parte significativa dell'attenzione istituzionale si è concentrata su tavoli politici, dichiarazioni, protezione delle denominazioni, discussioni normative e rappresentanza.
Tutto questo ha una sua importanza.
Ma non può sostituire la funzione più semplice e più difficile:
vendere il vino.
Un'impresa vitivinicola non vive di comunicati stampa.
Vive di ordini.
Vive di importatori.
Vive di distributori.
Vive di ristoranti, enoteche, supermercati, hospitality, e-commerce e consumatori finali.
La promozione del vino italiano dovrebbe quindi essere valutata anche con criteri molto più concreti:
Quanti nuovi importatori abbiamo acquisito?
Quanti buyer internazionali abbiamo incontrato?
Quanti nuovi ristoranti hanno inserito vini italiani nelle proprie carte?
Quanto è cresciuta la distribuzione?
Qual è stato il ritorno commerciale di ogni euro investito in promozione?
Se una campagna promozionale non genera mercato, dobbiamo avere il coraggio di dirlo.
La politica può creare condizioni favorevoli.
Ma non può sostituire il marketing.
E il marketing non può sostituire la vendita.
Il problema delle cantine piene
Una cantina piena non è necessariamente un segnale di successo.
Può diventare rapidamente un problema finanziario.
Il vino immobilizzato significa capitale fermo, costi di stoccaggio, costi finanziari, pressione sui prezzi e minore capacità di acquistare la nuova vendemmia.
E quando molti produttori si trovano contemporaneamente con troppo prodotto, nasce una dinamica pericolosa:
si comincia a competere sul prezzo.
È esattamente ciò che il vino italiano dovrebbe evitare.
Perché se un prodotto premium entra in una guerra di prezzo, recuperare successivamente il posizionamento perduto può diventare estremamente difficile.
La soluzione non è produrre semplicemente meno
Ridurre la produzione può essere necessario in alcune aree e per alcune categorie, ma non può essere l'unica strategia.
La domanda fondamentale dovrebbe essere:
Che cosa vuole oggi il consumatore?
Vini più leggeri?
Basso contenuto alcolico?
Spumanti?
Formati differenti?
Vini biologici?
Vini con caratteristiche salutistiche percepite?
Prodotti più accessibili?
Nuove occasioni di consumo?
Maggiore trasparenza?
Il mercato sta già fornendo alcune risposte.
Gli spumanti italiani, per esempio, hanno dimostrato una maggiore resilienza rispetto a molte categorie di vini fermi.
Questo significa che il settore deve imparare a leggere i cambiamenti, non semplicemente lamentarsene.
Dobbiamo tornare a vendere
Il futuro del vino italiano non sarà deciso soltanto nelle cantine.
Sarà deciso negli uffici degli importatori di New York, Londra, Berlino, Tokyo, Toronto, San Paolo e nei mercati emergenti.
Sarà deciso nei ristoranti.
Nei supermercati.
Nell'e-commerce.
Sui social.
E soprattutto nella mente del consumatore.
Serve una nuova generazione di strategie commerciali:
meno autoreferenzialità e più mercato;
meno celebrazione e più comunicazione;
meno burocrazia e più distribuzione;
meno eventi istituzionali fini a se stessi e più incontri con buyer;
meno produzione basata sul passato e più analisi della domanda futura.
L'Italia possiede qualcosa che quasi nessun altro Paese può replicare: migliaia di territori, vitigni, storie, denominazioni e produttori.
Ma questa ricchezza può diventare anche una debolezza se il consumatore non riesce a orientarsi.
Il mondo non ha bisogno di un'altra bottiglia semplicemente “italiana”.
Ha bisogno di capire perché dovrebbe scegliere proprio quella bottiglia.
La vera sfida
La crisi attuale potrebbe quindi rappresentare anche un'opportunità.
Le cantine piene ci stanno mandando un messaggio.
Non ci stanno dicendo soltanto che vendiamo poco.
Ci stanno dicendo che il mercato è cambiato più velocemente di quanto il nostro sistema sia riuscito ad adattarsi.
E questa è una differenza fondamentale.
Perché se il problema fosse soltanto la qualità del vino, sarebbe relativamente facile interve**re.
Il problema è più complesso:
produzione, prezzo, distribuzione, comunicazione, consumi e strategie commerciali devono essere ripensati insieme.
Il vino italiano non ha bisogno di essere salvato.
Ha bisogno di essere ripensato commercialmente.
E soprattutto ha bisogno di tornare a fare una cosa che per troppo tempo abbiamo dato per scontata:
andare nel mondo e vendere.
Non aspettare che il mondo venga a comprarci.

🇬🇧 ITALIAN W**E AT A TURNING POINT: WHY CELLARS ARE FULL AND MARKETS ARE SLOWING
An international market perspective on declining demand and the need to return to selling

For decades, Italian w**e enjoyed an extraordinary international growth story. Quality, territory, appellations, culture and production capacity transformed w**e into one of the strongest symbols of Made in Italy.
Today, however, the sector faces a very different environment.
Cellars are filling up, orders are slowing, distributors are becoming more cautious and many producers are struggling to convert the quality of their w**es into actual sales.
This is not simply a temporary downturn.
It is a structural change in the market.
In 2025, Italy exported approximately 21 million hectolitres of w**e worth around €7.8 billion, with both volume and value declining compared with 2024. Bottled w**e was particularly affected, while sparkling w**es proved more resilient.
The United States, Italy's largest export market by value, recorded a particularly significant decline in 2025, with exports down approximately 9.1% in value and 6.2% in volume. The United Kingdom, Canada and several other important markets also weakened.
But it would be a mistake to blame tariffs, inflation or geopolitics alone.
These factors have certainly intensified the problem.
The deeper issue is that the global consumer is changing.
The consumer is no longer the consumer of twenty years ago
W**e now competes with a much broader range of beverages and consumption occasions.
B**r, cocktails, spirits, alcohol-free and low-alcohol beverages, new beverage categories and growing health awareness are reshaping consumer habits.
At the same time, particularly among younger generations, w**e is no longer automatically passed down through the family as it once was.
W**e is no longer necessarily an everyday product.
And when consumption frequency declines, bottle purchases inevitably decline as well.
According to the latest Mediobanca survey of the Italian w**e sector, 80% of surveyed producers have observed declining w**e consumption over the past five years, while around two-thirds expect the trend to continue.
This may be the first major truth the industry needs to accept:
producing better w**e is not enough if consumers are drinking less w**e.
Italy's paradox: enormous production, increasing difficulty in selling
Italy remains the world's leading w**e producer by volume.
But being the largest producer does not automatically make a country the strongest commercial player.
The global market does not simply reward those who produce the most.
It rewards those who understand consumers, build recognizable brands, communicate effectively and, above all, put the right product in front of the right consumer.
This is where one of Italy's historical weaknesses becomes visible.
We have invested enormously in the product and in our territories, but not always equally in selling them.
We have talked extensively about appellations, production rules, indigenous varieties, tradition and history.
But too often we have assumed that the world would come to us.
International markets work the other way around.
You have to go where the customers are.
Promotion and politics: an uncomfortable reflection
In recent years, a significant amount of institutional attention has focused on political discussions, regulatory issues, protection of appellations, declarations and representation.
These activities have their legitimate role.
But they cannot replace the simplest — and hardest — function:
selling w**e.
A w**e company does not survive on press releases.
It survives on orders.
Importers.
Distributors.
Restaurants, retailers, hospitality, e-commerce and consumers.
Italian w**e promotion should therefore increasingly be evaluated through concrete commercial metrics:
How many new international importers have been acquired?
How many buyers have been reached?
How many restaurants have added Italian w**es to their lists?
How much has distribution expanded?
What commercial return has been generated for every euro invested in promotion?
If a promotional campaign does not generate market demand, we should have the courage to say so.
Politics can create favourable conditions.
But politics cannot replace marketing.
And marketing cannot replace sales.
Full cellars are a warning signal
A full cellar is not necessarily a sign of success.
It can quickly become a financial problem.
Unsold w**e means tied-up capital, storage costs, financial pressure, downward price pressure and reduced capacity to invest in the next harvest.
When many producers face excess inventory simultaneously, a dangerous dynamic can emerge:
price competition begins.
This is precisely what Italian w**e should avoid.
Once a premium product enters a price war, rebuilding its positioning can become extremely difficult.
The answer is not simply to produce less
Reducing production may be necessary in certain regions and categories, but it cannot be the only strategy.
The fundamental question should be:
What does today's consumer actually want?
Lighter w**es?
Lower alcohol?
Sparkling w**es?
Different formats?
Organic w**es?
Products addressing new consumer concerns?
More affordable w**es?
New consumption occasions?
Greater transparency?
The market is already providing some answers.
Italian sparkling w**es, for example, have demonstrated greater resilience than many still-w**e categories.
The industry therefore needs to learn how to read change rather than simply complain about it.
We need to return to selling
The future of Italian w**e will not be decided only in w**eries.
It will be decided in the offices of importers in New York, London, Berlin, Tokyo, Toronto, São Paulo and emerging markets.
It will be decided in restaurants.
In retail.
In e-commerce.
On social media.
And above all, in the consumer's mind.
The sector needs a new generation of commercial strategies:
less self-reference and more market intelligence;
less celebration and more communication;
less bureaucracy and more distribution;
fewer institutional events for their own sake and more meetings with buyers;
less production based on yesterday's assumptions and more analysis of tomorrow's demand.
Italy possesses something that almost no other country can replicate: thousands of territories, grape varieties, stories, appellations and producers.
But this richness can also become a weakness if consumers cannot navigate it.
The world does not need another bottle simply labelled “Italian”.
It needs to understand why it should choose that particular bottle.
The real challenge
The current crisis may therefore also represent an opportunity.
Full cellars are sending us a message.
They are not simply telling us that we are selling too little.
They are telling us that the market has changed faster than our system has adapted.
That distinction is crucial.
If the problem were simply w**e quality, the solution would be relatively straightforward.
The real challenge is more complex:
production, pricing, distribution, communication, consumption and commercial strategy must be redesigned together.
Italian w**e does not need to be rescued.
It needs to be commercially rethought.
And above all, it needs to return to something we have taken for granted for too long:
going out into the world and selling.
Not waiting for the world to come and buy from us.

🍇 LOW HISTAMINES — VENDEMMIA 2026🇮🇹 Italiano | 🇬🇧 English | 🇫🇷 Français🇮🇹 ITALIANOAnche le   destinate alle nuove annate...
04/09/2026

🍇 LOW HISTAMINES — VENDEMMIA 2026
🇮🇹 Italiano | 🇬🇧 English | 🇫🇷 Français

🇮🇹 ITALIANO
Anche le destinate alle nuove annate dei vini LOW Histamines sono finalmente in . 🍇
Ora incrociamo le dita, ma soprattutto continuiamo a lavorare come abbiamo sempre fatto: con attenzione, ricerca e rispetto per ogni fase della produzione.
L’obiettivo del progetto e della ricerca Low Histamines rimane quello di ottenere vini con un contenuto di inferiore a 0,5 mg/litro.
Ma cosa significa scegliere un vino Low Histamines?
Per alcune persone sensibili alle istamine, un vino con un contenuto molto basso può rappresentare una scelta più adatta e può contribuire a ridurre la probabilità di avvertire alcuni disturbi associati alla sensibilità alle istamine, rispetto a vini che ne contengono quantità maggiori.
Naturalmente la sensibilità è individuale.
Dietro ogni bottiglia Low Histamines c'è quindi molto più di un semplice vino: c'è un percorso di ricerca, controllo e sperimentazione, nato dalla volontà di comprendere meglio il rapporto tra vino e istamine.
Adesso guardiamo le uve entrare in cantina e aspettiamo che il lavoro della natura faccia la sua parte.
Noi faremo la nostra.
🍇 Incrociamo le dita.
La nuova annata Low Histamines comincia da qui.

🇬🇧 ENGLISH
The grapes destined for the new vintages of Low Histamines w**es are now finally being harvested. 🍇
Now we cross our fingers — but above all, we continue working as we always have: with care, research and attention to every stage of production.
The goal of the Low Histamines research project remains unchanged: to produce w**es with a histamine content below 0.5 mg/litre.
But what does choosing a Low Histamines w**e actually mean?
For some people who are sensitive to histamine, a w**e with a very low histamine content may be a more suitable choice and may help reduce the likelihood of experiencing certain symptoms associated with histamine sensitivity, compared with w**es containing higher levels.
Of course, individual tolerance varies.
Behind every bottle of Low Histamines w**e there is therefore much more than w**e itself: there is a journey of research, testing and careful control, driven by the desire to better understand the relationship between w**e and histamine.
Now we watch the grapes arrive at the w**ery and let nature do its part.
We will do ours.
🍇 Fingers crossed.
The new Low Histamines vintage starts here.

🇫🇷 FRANÇAIS
Les raisins destinés aux nouveaux millésimes des vins Low Histamines sont enfin en vendange. 🍇
Nous croisons les doigts, mais surtout nous continuons à travailler comme nous l'avons toujours fait : avec attention, recherche et rigueur à chaque étape de la production.
L'objectif du projet de recherche Low Histamines reste le même : élaborer des vins présentant une teneur en histamines inférieure à 0,5 mg/litre.
Mais que signifie choisir un vin Low Histamines ?
Pour certaines personnes sensibles à l'histamine, un vin présentant une très faible teneur peut constituer un choix plus adapté et contribuer à réduire le risque de ressentir certains troubles associés à la sensibilité à l'histamine, par rapport à des vins qui en contiennent davantage.
Bien entendu, la tolérance est individuelle et un vin pauvre en histamines ne signifie pas qu'il sera automatiquement toléré par tout le monde.
Derrière chaque bouteille Low Histamines, il y a donc bien plus qu'un simple vin : il y a un travail de recherche, de contrôle et d'expérimentation, avec la volonté de mieux comprendre la relation entre le vin et l'histamine.
Aujourd'hui, nous regardons les raisins entrer en cave et nous laissons la nature faire sa part.
Nous ferons la nôtre.
🍇 Croisons les doigts.
Le nouveau millésime Low Histamines commence ici.

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