02/11/2024
19:35
Fotografie e testi di Paolo Terlizzi
Musiche, poesie e narrazione di Marco Russo
Musica e sonorizzazioni dal vivo a cura di Joseph Narangio
www.diciannovetrentacinque.com
Crediamo nell'incontro, nell'interazione e nella condivisione dei talenti. Ci siamo messi in viaggio insieme, insieme abbiamo sentito l'esigenza di raggiungere e visitare luoghi impervi, isolati, fermi nel tempo immobile dell'abbandono.
Alianello, Apice, Calitri, Conza della Campania, Senerchia, Romagnano al monte, Tocco Caudio, Tocco Vecchio... L'abbandono esiste solo per il passo che vi si inoltra, l'occhio che vi si sofferma, l'orecchio che origlia e ascolta. Indelebili nella nostra memoria di bambini, tremendi, quei novanta secondi del 23 novembre '80 ci avevano solo sfiorati, toccati - noi, distanti qualche centinaio di chilometri dall'epicentro del sisma - solo marginalmente. Abbiamo voluto sentire, vedere, capire. Più di ogni altra cosa, abbiamo voluto scambiarci (di solito davanti a un bicchiere, la sera a tavola, di ritorno dalle nostre personali esplorazioni) suggestioni, impressioni, riflessioni, evocazioni.
È nato così un progetto di comunicazione dialogica tra immagine fotografica e poesia, che Paolo ha presentato per la prima volta on line nel 2020, in occasione del quarantennale del terremoto dell'Irpinia.
Senza un occhio che sappia guardarle, le rovine - dice l'antropologo Marc Augé - restano macerie, e il diroccato, il dirupato, il decrepito - tutto sembra uguale. Da qui le raccomandazioni alla mia imprudenza: camminare sui bordi, tastare attentamente i solai, non fidarsi delle travi sbilenche.
In ogni viaggio Joseph ha curato la scelta e il commento musicale, assecondando il silenzio delle soste notturne e suggerendo letture sonore dei luoghi, come l'intuizione di sciogliere le briglie ai Virginiana Miller nello spazio fuori dal tempo che circonda la stazione dismessa di Romagnano. Il progetto si è così arricchito fino ad includere una sequenza di brani - frutto della preziosa collaborazione con gli amici musicisti Peppe De Angelis, Pietro De Cristofaro e Enzo Mirone - animati dalla volontà di suggerire un percorso emotivo, temporale, sonoro. Su tutto, il tracciato suadente, ossessivo e acido dell'elettronica, a scandire la descrizione del "prima" e del "poi", gli attimi del trauma, la furia della terra, i soccorsi, le parole di rassegnazione e di sconforto, gli effetti di dissesto, la lunga coda, lo strascico infinito del terribile terremoto che sconvolse l'Irpinia il 23 novembre del 1980...
Questo intreccio di parole, immagini e suoni si ricomporrà dal vivo in una mostra-esperimento che intende far rivivere emozioni spesso indecifrabili, spiazzanti, generate dal pieno dell'assenza: lì dove non vi fu "ricostruzione", dove "prevalse l'ipotesi dell'abbandono", dove "sei millenni finirono in un giorno".
Marco Russo
Mostra fotografica
Una sera, a cena, nel riaffiorare di ricordi d'infanzia - quelli che solo il tempo colloca nel suo giusto significato e aiuta a focalizzare - si parlava di luoghi, colori e silenzi, della natura, di quella umana, soprattutto, della consapevolezza della sua caducità, della falsa convinzione di sentirsi padroni del proprio destino e del proprio tempo, di come ogni possesso e ogni certezza possano svanire in un attimo.
Ecco come, quasi per caso, è nato questo progetto. 19:35. 90 secondi che hanno cambiato per sempre le sorti di una terra. Dopo oltre quarant'anni le cicatrici sono ancora ben visibili nell'anima delle persone e dei paesi, e in molti casi le ferite sembrano non essersi ancora rimarginate.
Tra luoghi sospesi, rabbia, amara rassegnazione e bellezza dell'assenza, si resta nel mezzo, incapaci di giudicare la natura che con inesorabile lentezza si riprende i suoi spazi, ricopre e seppellisce quel che resta di un tragico evento, incerti sul labile confine tra documentazione e turismo della tragedia.
Camminando con rispetto tra polvere e macerie, tra silenzi assordanti e detriti di tempo immobile, si va via convinti di aver preso, carpito o rubato qualcosa. Ma, per ogni immagine che si porta via, una parte di sé resta lì, sospesa.
Paolo Terlizzi