15/08/2026
Ci sono giorni di solitudine, e poi ci sono giorni in cui la solitudine si fa più intensa, quasi assoluta. Da giovani è facile chiudersi in casa, diventare hikikomori, perché si ha ancora la forza di rompere l'impasse: basta una doccia, e si torna a scendere verso la vita. C'è un dolore quasi dolce nel lasciarsi scivolare nel vuoto, mentre fuori il mondo continua a vivere, a fare rumore, a respirarti intorno, sapendo che potresti rientrarci quando vuoi. Essere soli e vecchi è un'altra cosa. È atroce, perché quella porta d'uscita non c'è più.
«In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi».
Questa è la vera solitudine: essere inermi davanti alla vita che sfugge, dover affidare ad altri la propria fragilità.
Prima di arrivare a quel punto c'è il Ferragosto, e il Ferragosto è festa, è la sua giusta e sacrosanta follia. È il tavolo pieno, la musica alta, il mare affollato fino a sera, il vino versato senza contarlo, il ballo sfrenato. È giusto essere felici, oggi, con tutta la forza che si ha: questa gioia rumorosa è parte della verità della vita quanto ogni altra.
Il Ferragosto è anche il giorno di mezzo dell'estate, e per questo si presta a farsi specchio della vita intera. Il traguardo della maturità è come la foglia di inizio autunno: bellissima nei suoi colori accesi, già caduca, pronta a staccarsi al primo vento forte dell'inverno. Inseguiamo l'eterna giovinezza, ci raccontiamo che ci sarà sempre un domani a cui rimandare le responsabilità di oggi. È appunto un racconto. La vita, maestra severa, presenta sempre il conto. E forse, un giorno, saremo noi a tendere le mani, come nel versetto: chiedere aiuto invece di offrirlo.
In quel gesto semplice, quasi banale, tendere le mani, si rivela la verità che abbiamo cercato di evitare per tutta la vita: l'esistenza va vissuta nel momento in cui accade, non conservata per un momento migliore.
Ci convinciamo di avere tempo, come se fosse una riserva personale, un bene che si può conservare intatto in attesa. Il tempo invece scorre. Si consuma anche quando non lo guardiamo, soprattutto quando non lo guardiamo.
Non trascuriamo allora chi ci ha dato la vita e chi ce l'ha resa più leggera da vivere: i vecchi che ci hanno cresciuto, i fratelli che ci hanno accompagnato. Poniamoci davanti al mondo e al tempo con la piena consapevolezza della sua fugacità, di quell'abbraccio rimandato, di quella parola non ancora detta, per cui il tempo non ci concederà infinite occasioni. I figli non resteranno piccoli per sempre da far giocare in braccio. I nostri genitori, i nostri cari, non resteranno per sempre lì ad amarci.
Arrivano i giorni in cui ciò che era facile diventa difficile, e ciò che era scontato diventa prezioso: una passeggiata, una voce familiare, una porta che si apre senza esitazione, la presenza di qualcuno accanto a noi.
Il Ferragosto, con la sua luce piena e quasi crudele, mette davanti a questa duplice evidenza: tutto è qui, adesso, ed è giusto festeggiarlo. Proprio per questo è fragile.
La vera maturità, forse, sta nell'imparare a non sprecare il tempo, a non lasciare che l'amore diventi un'attesa continua di un momento migliore che non arriva mai.
Perché alla fine non ci verrà chiesto quanto abbiamo aspettato, ma con chi siamo stati, e chi abbiamo tenuto per mano finché c'era ancora tempo.