29/04/2024
Clarissimi lettori e cultori di Storia – Patria,
assai triste è parlare oggi della situazione in cui versa l’araldica. Costatiamo che tale scienza, già in grande onore per molti secoli, è oggi purtroppo quasi caduta in oblio, perché così si è voluto, delittuosamente. Si tratta probabilmente dell’unica arte sacrificata a preconcetti ideologici e politici errati.
Infatti, la costituzione repubblicana, sull’altare di un malconcepito principio di uguaglianza, non riconosce i titoli nobiliari (XIV disposizione transitoria e finale: “ I titoli nobiliari non sono riconosciuti ”), sebbene già lo Statuto Albertino avesse chiarito che “Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla legge.
Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammissibili alle cariche civili, e militari, salve le eccezioni determinate dalle Leggi ” (art. 24).
Invece di essere considerata e collocata al posto che le compete, vale a dire di potente ausiliaria della storia universale, all’araldica non è stato riconosciuto l’importanza che invece riveste, sbagliando grossolanamente per ignoranza e incompetenza, come se parlare di certi argomenti fosse espressione di megalomania, vanità, bramosia di privilegi e di prerogative ormai da tempo finite.
Il motivo deve ricercarsi nelle persone che credono che codesta scienza abbia soltanto il potere di far chiamare con un titolo nobiliare una certa categoria di persone che loro considerano a torto di un genere forse privilegiato.
Il privilegio c’è stato, è vero, è esistito, infatti, per lungo tempo ed in periodi anzi in cui questa distinzione era necessaria, quando cioè non esistevano altre forme di governo ed occorreva che presiedesse un certo territorio, lo amministrasse, e lo difendesse da invasioni più o meno barbare tutelando anche gli interessi e le vie dei propri sudditi.
Noi cultori di quest’affascinante scienza tuttavia non discutiamo sulle persone, ma sulle cariche rivestite o meglio sulla sapienza che ha studiato queste investiture dotate di stemmi, di predicati, di qualifiche e di trattamenti.
Consideriamo inoltre che certi pericoli del vassallaggio ora non esistono più. Quello che rimane ora è solo un ricordo, un glorioso ricordo, e quindi quale danno può portare nell’era presente il rievocare, come fate professionalmente voi, questi ricordi del tempo che fu?
Se è vero che tale studio non è proibito, è però innegabilmente avversato o, per lo meno, non considerato nel suo esatto valore di scienza minuziosa e paziente, a cominciare dal non riconoscere più i titoli nobiliari, come se ciò costituisse una colpa e non un onore atavico dell’insignito.
Riteniamo invece doveroso, quasi una missione, perpetuare lo studio di una scienza così antica e prestigiosa, e un diritto-dovere appellare una persona secondo titoli e onori derivatigli dalla gloria in qualsiasi campo, dalle arti alla politica, dalle armi alla toga, dalle virtù all’ecclesiastica, dalla mercatura alle gesta, d’uno o più antenati.
Chi può negare che per merito dell’araldica tanta storia si è tramandata fino a noi e che molte volte con essa gli storici risalirono il tempo con più efficacia e verità di altri studî?
Senza tralasciare inoltre che le ricostruzioni storiche avvengono non solamente attraverso l’araldica, ma anche con altre discipline a essa connesse, quali lo studio della genealogia, del blasone, delle pretensioni, della sfragistica, della diplomatica, della paleografia, della numismatica, dell’archivistica, &c.
L’araldica è dottrina e scienza assai vasta e ben definita, la cui conoscenza va diffusa nei confronti di quanti neppure immaginano la necessità di essa né credono nella sua verità.
Rammenta così tante glorie, virtù di ogni casato e tante vecchie e care memorie, con un linguaggio alto e nobile, che è doveroso studiarla.
Questa scienza sussidiaria della storia conferisce forma di disciplina a una materia che, interpretando e classificando i colori, le figure e i complementi i tra simboli presenti negli stemmi e poi anche le insegne i blasoni e disciplinandone l’uso, ha contribuito a edificare e riscoprire tanta parte degli avvenimenti delle nostre genti italiche nonché la loro genesi e a fornirne un’ interpretazione.
L’araldica è altresì magnificamente completata dalla genealogia, grazie alla quale ognuno di noi può risalire alle proprie origini, scoprire il vissuto dei nostri ascendenti, arrivare sino ai tempi più lontani dove affondano le radici della nostra famiglia e del suo cognome che, di padre in figlio, è giunto fino a noi.
Ogni famiglia ha una propria storia a volte anche molto interessante, ricca di interessanti sviluppi e di sorprendenti risvolti la cui ricostruzione costituisce spesso un’affascinante ricerca nel tempo e nello spazio attraverso archivi e documenti ingialliti dalla polvere del tempo ma preziosi ed interessanti.
Ogni ricerca ha come stimolo propulsivo la curiosità e quella genealogica, in particolare, è attività dell’intelletto verso la verità, animata dalla volontà di conoscere il senso e il valore di ciò che ci appartiene per legami di sangue. Ecco perché nessuno deve adombrarsi se una persona di buon senno esegue la propria ricerca araldica e genealogica.
Le nazioni, le città, i piccoli comuni, si gloriano del proprio illustre passato. Perché non lo dovrebbe fare un cittadino? Talvolta si dice che non è lui che ha avuto quelle tali virtù che hanno meritato la gloria della Casata.
Ma rispondo chiaramente: sono forse gli attuali governanti o amministratori di una qualsiasi nazione o comune che hanno compiuto quelle gesta di cui ora si gloriano? E magari non pensano (o non sanno) che la gloria di quella pubblica amministrazione è dipesa forse dalle gesta di un cittadino, gesta che ora non vogliono riconoscere, gesta che ora non vogliono indentificare ai suoi discendenti di stirpe e dei continuatori del nome con i suoi attributi derivanti forse sempre da quelle gesta?
Solo in una cosa possiamo essere d’accordo. E cioè che siamo in un paese democratico, dove ognuno deve essere uguale ad un altro, dove nessuno deve sfruttare e vivere alle spalle degli antenati, ma è sciocco che per ciò si debbano negare le glorie degli antenati.
Voglio infine ricordare che nei paesi più democratici del mondo l’araldica e gli alberi genealogici delle famiglie sono tenuti nella massima considerazione e in altissimo onore anche nei casati più umili.
Perché non possono continuare a esserlo anche nel nostro bel paese e presso il nostro popolo, di squisita tradizione cavalleresca, tanto che il marchese Vittorio Spreti proclamò l’araldica “ la scienza della gloria ” o, come fu chiamata dai nostri avi, Nobilissima Armorum Scientia?
Abbiatemi.
D. Francesco Alfredo Maria Mariano
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