12/09/2026
Porto via quasi la metà della mia vita lontano dal mio paese e dalla mia città. E ciò che rimpiango non sono le grandi imprese, ma le cose normali, quelle a cui non dai importanza finché non le hai più a portata di mano. Il cielo azzurro di Madrid, andare in una churrería a ordinare dei churros, comprare cento grammi di prosciutto, mangiare le torrijas a Pasqua o il Roscón de Reyes. Ascoltare la tua lingua madre, conoscere i codici culturali a memoria, le canzoni e i ricordi condivisi.
Le cose vere non sono mai i grandi traguardi; sono i piccoli dettagli, i sapori, gli odori, il modo in cui la gente si capisce senza parlare. È questo che ti plasma e che ti stringe il petto quando sei lontana.
Imari a convivere con la nostalgia, con quella "morriña" che ti scuote dentro, e con una solitudine che a volte pesa, eccome. Non avere una base o un contesto sicuro a cui aggrapparti ti costringe a conoscerti davvero, a imparare le lingue, a comprendere un'altra cultura. Ma ti mentirei se ti dicessi che non mi manca il mio paese. Alla fine diventi una sorta di apolide, e ci sono momenti in cui non sei più di nessun posto.
La distanza ti dà il mondo intero, ma ti strappa i piccoli angoli dell'anima.
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