11/06/2026
A pochi mesi dal decimo anniversario della scomparsa dell’artista (1928-2017), oggi considerato lo scultore ticinese più conosciuto al mondo, questa esposizione rappresenta la terza importante retrospettiva postuma a lui dedicata.
Nata come una vera e propria dichiarazione di stima e affetto da parte del nostro Comune, “Sottopelle” vuole essere un cammeo posto su un’opera imponente. Attraverso una selezione di circa quaranta opere tra pittura, grafica e scultura, il percorso espositivo intende focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti intimi e profondi del lavoro di Arnoldi che, di primo acchito, rischiano di sfuggire allo spettatore. Dagli esordi pittorici influenzati dai maestri luganesi, fino alle celebri sculture ispirate alle civiltà precolombiane e ai suoi temi più iconici (i cavalli, i tori, i guerrieri, i miti), la mostra svela l'impronta espressiva, drammatica ed emozionale di un maestro assoluto.
Sottopelle
La mostra di Nag Arnoldi al Municipio di Bioggio dall’11 giugno al 19 ottobre costituisce, a pochi mesi dal decimo anno dalla sua scomparsa, la terza postuma dopo quella al Monumento del San Giovanni Battista a Gnosca del 2018 per la quale fu ancora lui, sul finire del 2016, a scegliere le opere e determinare la loro collocazione, e quella più recente al Parco Scherer di Morcote, organizzata in parallelo con un’esposizione privata alla galleria Poma.
Questa mostra altro non vuole esser che un cammeo posto su un’opera imponente, una nostra dichiarazione di stima e affetto in cui, attraverso la pittura, la grafica e la scultura, in tutto una quarantina di opere, si vuole indirizzare l’attenzione su alcuni aspetti di un lavoro che di primo acchito sembrano sfuggire allo spettatore.
La grande popolarità raggiunta da Nag Arnoldi a partire dai primissimi anni ’70, è marcata da quell’indubbia qualità artistica che ha espresso sia in una precisione segnica, sia in una personalissima sintassi stilistica sempre rimasta coerente cui va aggiunta una rara felicità esecutiva costantemente in grado di sorprendere coni una freschezza inventiva, mai venuta meno coll’avanzare dell’età, incapace di qualsivoglia caduta.
L’artista, in altre parole, esprimeva una rara eleganza di natura classica, un’eleganza in cui una certa critica voleva riconoscere una sorta d’accondiscendenza alla decoratività ignorando però non solo i contenuti espressi, ma anche quell’alta lezione di alcuni dei massimi maestri della storia dell’arte, da quel Raffaello che ci propose le sue formidabili raffaellesche, citazioni dell’antichità romana, fino ad un solare, incontaminato Matisse.
Nell’ambito della nostra cultura artistica del secondo dopoguerra, le mostre di Nag Arnoldi sono quelle che forse più di tutte si sono radicate nella memoria collettiva; si pensi anche solo a quella del 2008 al Castelgrande di Bellinzona, dove opere come gli Astati erano capaci di proporre dei contrappunti credibili alle torri dell’imponente fortezza quattrocentesca, oppure, l’antologica del 2011 al Palazzo Reale di Milano in cui presentò opere dal 1980 al 2010, unico fra gli artisti ticinesi ad essersi affacciato sulla Piazza del Duomo con un’ampia specula artistica indimenticata, curata in ogni dettaglio dall’allestimento di Mario Botta.
In questi ricordi il sottile rimpianto che forse in quegli atti celebrativi ci siamo distratti da quelli che sono i contenuti più profondi che ha voluto trasmetterci, il fatto che sotto la pelle delle sue opere v’è un’interpretazione drammatica, inquieta della vita e della storia, una visione indubbiamente tragica che resta più che mai attuale nella disarticolazione di ciò che abbiamo ritenuto e riteniamo il bello.
In questa mostra poche proposte emblematiche lo focalizzano: dipinti come quelli del 1970, collocati originariamente nel ristorante dell’Hotel Excelsior sul lungolago di Lugano oltre la colorazione vivida, dominata dal rosso carminio incastonato fra bruni terracei che sfumano nel nero, bianchi dirompenti, minime illuminazioni solari di un giallo vivo e bianco, ci distolgono da ciò che è rappresentato, come i galli infuriati che si apprestano a combattere, predestinati a soccombere.
Così i cavalli, gli amati cavalli, che nelle litografie di Il mio regno per un cavallo, dal Riccardo III di William Shakespeare, respirano l’aria di una riconquistata libertà dopo esser stati cavalli per la guerra, non più falcidiati perché, citando Giorgio Ruggeri nel testo della cartella, l’epopea del cavaliere è finita.
Poi ancora le maschere, il pirandelliano doppio volto di ognuno di noi, in un dipinto con un arlecchino seduto con la sua chitarra, gli occhi chiusi, rivolto su sé stesso, e una scultura con lo stesso tema, Il Chitarrista, con l’invenzione formale di profondi, laceranti tagli compositivi che riportano agli squarci interiori.
Altrove il mito, lo stesso cui s’era rivolto Picasso negli anni ’30 per esprimere un orrore perenne. Al mito appartengono gli unicorni, magnifici nel loro candore, ma uno giace schiantato e sempre di quel mondo scomparso un solitario immobile Flauto di Pandiventato silenzioso, immobile simulacro.
A questa visione drammatica appartengono alcune tempere di una sua Via Crucis, più volte svolta, qui pittoricamente collocata nella luce che percepiamo prima di un temporale, accecante e avvolgente assieme.
Infine Il grande Cristo, una tempera monumentale con le sue sgocciolature impreviste perché orizzontali, che rimanda al grido di Grünewald, oppure, in quanto anche lui lo citava, a Bernad Buffet, uno dei protagonisti della stagione esistenzialista parigina