06/07/2023
Trovo surreale e offensiva anche solo l’idea che un Paese si fermi per sentire l’arringa difensiva di una ministra che da 25 anni mischia con imbarazzante scioltezza questioni private e pubbliche, che con una mano fa la ministra e con l’altra l’imprenditrice, che alla mattina firma e condivide leggi e al pomeriggio su quelle leggi pianifica business plan e strategie di marketing, che, a prescindere dal merito di qualsiasi accusa, ha conflitti di interessi lunghi come la sua carriera di gaffeur seriale, che ha legato il suo nome (e persino il suo volto) a una delle campagne di promozione turistica più ridicole, improbabili e costose degli ultimi 30 anni, che voleva portare l’aeroporto a Cortina perché la strada è - testuale - “un calvario”, una che solo pochi mesi fa, dall’alto dei suoi 14mila euro al mese di soldi pubblici, si permetteva di andare in tv a dare dell’indegno a una persona che riceve il reddito di cittadinanza, che voleva sostituire la Festa della Liberazione del 25 Aprile con la celebrazione dei morti di Covid, rimpiazzare “Bella ciao” con la “Canzone del Piave”. E due estati fa ha fatto “resistenza civile” (cit.) ballando al Twiga per protesta contro le chiusure dei locali.
L’inchiesta, documentatissima, di Report farà il suo corso, politico e giudiziario, com’è giusto che sia. Ma in un Paese normale non saremmo mai nemmeno potuti arrivare a una giornata come quella di oggi in Parlamento, perché a nessun governo degno di questo nome sarebbe mai venuto in mente di nominarla ministra una così.
Le dimissioni, di fronte a una tale quantità di gaffe, errori, conflitti di interesse, condita da feroce discriminazione quotidiana, dovrebbero essere un atto dovuto. Di più: un pre-requisito politico. Il minimo sindacale per definirci un Paese civile.