19/06/2026
Per anni ho pensato che mollare il posto fisso fosse una questione di coraggio. Mi sbagliavo.
È accorgersi in tempo e dare ascolto al proprio mondo interiore.
Lo stipendio arriva il 15 del mese qualunque cosa tu faccia, che tu abbia dato il massimo o il minimo sindacale, che tu creda nel progetto o lo stia solo eseguendo, che tu sia in malattia o in forza.
E la malattia l’ho vissuta. È stata paralizzante.
Insomma, lo stipendio arriva lo stesso.
All’inizio lo chiamavo sicurezza.
Le spese, le rette universitarie, la formazione, l’auto. Tutto quello che serve a un giovane adulto per camminare sulle proprie gambe.
Poi ho capito che era anestesia.
Per oltre dieci anni sono stata bravissima a far funzionare le strategie decise da altri.
Anche quelle in cui non credevo. Mi facevano i complimenti per questo, eccellevo in tutte le tasks che mi venivano assegnate, a volte anticipando anche le scadenze.
I complimenti sono l’anestesia più forte che esista perché ti dicono una cosa sola: va tutto bene, resta dove sei.
E lentamente diventi una persona che non avevi scelto di essere.
L’ho chiamata la comodità che non manda il conto.Non arriva mai in una data precisa. Niente mail, niente scadenza.Si accumula e basta.
Un anno, tre, sei, poi dieci… si matura, si cambia. Finché un giorno fai un conto diverso dal solito. Non quanto guadagno, ma quanto di me ho smesso di usare.
La sera prima di mandare la mail di dimissioni non ho dormito, non per l’entusiasmo ma per la paura del salto nel vuoto.
Ho aperto la partita IVA sapendo bene cosa lasciavo, niente tredicesima, niente ferie pagate,niente stipendio assicurato.
Il mutuo da pagare, auto, spese personali.
C’è una cosa che della sicurezza non ti dice nessuno. Ti tiene calda finché non ti presenta il conto di chi saresti potuta diventare. E quel conto lo paghi comunque.Solo che, se aspetti troppo, lo paghi senza nemmeno aver provato.
Io ho scelto di pagarlo prima.
Non è stato coraggio. È stato smettere di farmi anestetizzare da un progetto che non era il mio.