D'Amore Fiorenzo

D'Amore Fiorenzo Amo i Social la grafica e le fotografie. Grafico e Social Media Manager

Domenico Modola, conosciuto come Mimmo Taki, non ha scoperto il rap come si scopre una tendenza. Lo ha conosciuto in un ...
30/05/2026

Domenico Modola, conosciuto come Mimmo Taki, non ha scoperto il rap come si scopre una tendenza. Lo ha conosciuto in un momento in cui alcune situazioni, in particolare a Brusciano, non erano facili da spiegare.
Era il 2005.
Lui, nato nel 1988, ha cominciato a comporre, ascoltare, cercare parole e suoni che lo rappresentassero. All’epoca non esistevano strade brevi, non c’era la concezione del successo immediato, non c’era la frenesia di apparire a tutti i costi.
C’era qualcosa di diverso.
C’era la necessità di appartenere a qualcosa. A una cultura, prima ancora che a uno stile musicale. Per Mimmo, il rap non è mai stato soltanto musica.
È penna, percorso, abbigliamento largo, muri colorati, freestyle, break dance, DJ che fanno scratch, frasi pronunciate senza autorizzazione.
È un modo di essere nel mondo, quando il mondo, spesso, non ti comprende immediatamente. A Brusciano, venti anni fa, fare qualcosa di differente significava anche questo: essere osservati con sospetto. Sentirsi dire che eri strano, che non era importante, che non era roba seria.
Ma chi viene da un contesto differente lo comprende: all’inizio sei il bersaglio delle critiche, poi alcuni si avvicinano, ascoltano, comprendono. E forse si rendono conto che dietro a quei testi non c’era disordine, ma ricerca.
Il suo primo album, Utopia, raccontava già una strada: andare avanti anche quando non è tutto ben definito. Da quel momento sono arrivati altri progressi, altri progetti, altre prove, altri esperimenti.
Enter 21 km, Sensation, e tutto ciò che, nel tempo, ha formato un cammino individuale, distante dalle cose fatte solo per compiacere. Durante quel viaggio, Mimmo non era da solo.
Con amici come Maik Brain c’erano scambi, esperimenti, dibattiti, desiderio di evolversi. Poi Napoli divenne praticamente inevitabile. Perché quando ti trovi in un luogo dove ci sono poche persone che parlano la tua lingua, ti sposti verso un posto dove quella lingua è viva.

E così arrivarono luoghi che per loro erano quasi sacri.
Posti in cui l’hip hop non era spiegato, ma vissuto. Laboratori, murali, break dance, musica, scrittura, persone che non ti chiedevano perché fossi così, ma ti facevano intuire che potevi esserlo.

Per chi proveniva da un paese, entrare in un luogo simile era intenso. Era come dire: allora non siamo sbagliati. Siamo solo arrivati in una stanza in cui gli altri devono ancora entrare.

Ma c’è un ricordo che Mimmo conserva ancora: la prima competizione di freestyle in un locale di Brusciano, il Glamour. E lì, al suo debutto, si trovò di fronte Clementino. Non esattamente l’inizio più semplice.

Eppure quella cosa, anziché spaventarlo, gli diede una conferma. Non si trattò soltanto di una sfida. Fu divertimento, adrenalina, gioco, energia autentica.

Un momento in cui realizzi che quel percorso, nonostante le difficoltà, è il tuo. Anche il nome Taki racconta qualcosa di lui.

Deriva dal suo amore per la mitologia greca, dall’esigenza di attribuire un significato alle cose, non solo una forma. La libertà di esprimersi. Di vestirsi. Di scrivere. Di fare errori. Di apprendere. Di rimanere leali a un universo in cui, all’inizio, credevano in pochi.

E forse questo è il punto cruciale.
Per lui, il rap non è mai stato un genere a parte. È stata una combinazione di elementi: suono, linguaggio, visione, comunità, percorso, identità.

Un mondo a colori, in opposizione a un racconto che spesso sembrava vedere tutto in scala di grigi. Mimmo Taki non ha seguito una tendenza.

Ha risposto a un invito.
E quando qualcosa ti chiama veramente, puoi anche impiegare vent’anni, ma prima o poi resta.

Nei documenti.
Nei ricordi.
Nelle persone incontrate lungo la strada.

https://ciroguadagnocons.blogspot.com/
https://www.youtube.com/

Domenico Modola, conosciuto come Mimmo Taki, non ha scoperto il rap come si scopre una tendenza. Lo ha conosciuto in un momento in cui alcune situazioni, in particolare a Brusciano, non erano facili da spiegare.

Era il 2005.
Lui, nato nel 1988, ha cominciato a comporre, ascoltare, cercare parole e suoni che lo rappresentassero. All’epoca non esistevano strade brevi, non c’era la concezione del successo immediato, non c’era la frenesia di apparire a tutti i costi.

C’era qualcosa di diverso.
C’era la necessità di appartenere a qualcosa. A una cultura, prima ancora che a uno stile musicale. Per Mimmo, il rap non è mai stato soltanto musica.
È penna, percorso, abbigliamento largo, muri colorati, freestyle, break dance, DJ che fanno scratch, frasi pronunciate senza autorizzazione.

È un modo di essere nel mondo, quando il mondo, spesso, non ti comprende immediatamente. A Brusciano, venti anni fa, fare qualcosa di differente significava anche questo: essere osservati con sospetto. Sentirsi dire che eri strano, che non era importante, che non era roba seria.

Ma chi viene da un contesto differente lo comprende: all’inizio sei il bersaglio delle critiche, poi alcuni si avvicinano, ascoltano, comprendono. E forse si rendono conto che dietro a quei testi non c’era disordine, ma ricerca.

Il suo primo album, Utopia, raccontava già una strada: andare avanti anche quando non è tutto ben definito. Da quel momento sono arrivati altri progressi, altri progetti, altre prove, altri esperimenti.

Enter 21 km, Sensation, e tutto ciò che, nel tempo, ha formato un cammino individuale, distante dalle cose fatte solo per compiacere. Durante quel viaggio, Mimmo non era da solo.

Con amici come Maik Brain c’erano scambi, esperimenti, dibattiti, desiderio di evolversi. Poi Napoli divenne praticamente inevitabile. Perché quando ti trovi in un luogo dove ci sono poche persone che parlano la tua lingua, ti sposti verso un posto dove quella lingua è viva.

E così arrivarono luoghi che per loro erano quasi sacri.
Posti in cui l’hip hop non era spiegato, ma vissuto. Laboratori, murali, break dance, musica, scrittura, persone che non ti chiedevano perché fossi così, ma ti facevano intuire che potevi esserlo.

Per chi proveniva da un paese, entrare in un luogo simile era intenso.
Era come dire: allora non siamo sbagliati. Siamo solo arrivati in una stanza in cui gli altri devono ancora entrare.
Ma c’è un ricordo che Mimmo conserva ancora: la prima competizione di freestyle in un locale di Brusciano, il Glamour. E lì, al suo debutto, si trovò di fronte Clementino. Non esattamente l’inizio più semplice.

Eppure quella cosa, anziché spaventarlo, gli diede una conferma. Non si trattò soltanto di una sfida. Fu divertimento, adrenalina, gioco, energia autentica.
Un momento in cui realizzi che quel percorso, nonostante le difficoltà, è il tuo.
Anche il nome Taki racconta qualcosa di lui.

Deriva dal suo amore per la mitologia greca, dall’esigenza di attribuire un significato alle cose, non solo una forma. La libertà di esprimersi. Di vestirsi. Di scrivere. Di fare errori. Di apprendere. Di rimanere leali a un universo in cui, all’inizio, credevano in pochi.

E forse questo è il punto cruciale.
Per lui, il rap non è mai stato un genere a parte. È stata una combinazione di elementi: suono, linguaggio, visione, comunità, percorso, identità.

Un mondo a colori, in opposizione a un racconto che spesso sembrava vedere tutto in scala di grigi. Mimmo Taki non ha seguito una tendenza.
Ha risposto a un invito.

E quando qualcosa ti chiama veramente, puoi anche impiegare vent’anni, ma prima o poi resta.

Nei documenti.
Nei ricordi.
Nelle persone incontrate lungo la strada.

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18/05/2026

08/05/2026

Esistono giovani che partono silenziosamente, con una chitarra in mano e poche sicurezze, e poi gradualmente si ritrovano a rappresentare il proprio territorio molto più lontano di quanto ci si potesse aspettare.

Gabriele Esposito è uno di questi. Nato a Massa di Somma nel 1998, ma cresciuto a Brusciano, Gabriele è figlio di una madre Bruscianese e di un padre Mariglianese. Nella sua storia, pertanto, ci sono molteplici origini.

Chi lo conosce oggi lo vede sui palchi, nelle produzioni curate, nei numeri che crescono, nei tour, nei riconoscimenti. Ma prima di ogni cosa c’è stata la strada. Quella autentica. Le performance dal vivo, le persone che passano, chi si ferma, chi ascolta, chi invece prosegue il cammino.

C'è stata una lunga esperienza senza scorciatoie, la chitarra imparata da autodidatta e con un approccio alla musica che non deriva da una posa, ma da un autentico desiderio.

Il suo cammino, col passare del tempo, ha assunto un aspetto sempre più distintivo. Inizialmente la scrittura in inglese, successivamente la decisione di riimmergersi con maggiore intensità in una lingua e un suono che gli erano completamente familiari.

E in quel modo Gabriele ha scoperto un percorso personale. Non un duplicato. Non una via più breve. Un orientamento chiaro.
Il suono che oggi molti definiscono new-politan non è solo una formula attraente da pronunciare. Nel suo caso rappresenta un modo tangibile di unire Napoli, il presente, la musica, le strade, la scrittura e una nuova sensibilità.
È consuetudine che non rimane immobile. È un'identità in movimento.

Nel corso degli anni, i segnali si sono susseguiti uno dopo l'altro.
Le performance in Via Scarlatti.
Il transito a X Factor.
La versione di “Me staje appennenn’ amò” ha raggiunto risultati straordinari e lo ha elevato ulteriormente.

L’EP “Via Scarlatti” è diventato per molti un evidente segnale di una reale crescita.
Poi gli artisti, i riconoscimenti, i concerti diventano via via più rilevanti, fino a formare un seguito che oggi lo ammira non per caso, ma perché percepisce in lui uno stile, una voce, una direzione.

Brani come “L’Unica”, “Aret ’a nu penziero”, “Si m’annammor’”, “’Na Rivoluzione” e il progetto “Accurdammece Vol.1” descrivono perfettamente questo momento: un artista giovane, ma già in grado di definire con chiarezza il proprio universo.

E c'è un ulteriore fattore che influisce, probabilmente ancor di più.
Dietro un artista non ci sono solo brani, cifre e palcoscenici. Ci sono legami, origini, individui che hanno segnato la vita. Per quanto riguarda Gabriele, il rapporto con il padre David Esposito, musicista e arrangiatore noto nella zona, è un elemento significativo di questa narrazione.

E quando una perdita ad un età giovane penetra così intensamente nella vita di un ragazzo, spesso modifica anche il modo di vedere, di esibirsi, di percepire una canzone.

Forse è proprio per questo che oggi, lungo il suo cammino, percepisce qualcosa di grande. Una maturità alternativa. Un carico emotivo più intenso. Una verità che non necessita di ulteriori spiegazioni.

La cosa più bella, infine, è che Gabriele non simboleggia soltanto un trionfo personale. Esprime il concetto che anche da questo luogo possano emergere itinerari autentici, innovativi, identificabili. Che un giovane nato a Massa di Somma, ma cresciuto cresciuto a Brusciano, con origini che toccano in vari luoghi, possa iniziare dalla strada, transitare per concerti, social media, teatri, cinema, e riuscire comunque a mantenere dentro di sé qualcosa di autentico.

E corretto raccontarlo.
Perché Brusciano ha avuto anche importanti figure storiche.
Ma esiste anche una generazione che sta tentando, con linguaggi vari, di sostenere il buon nome della regione.

E Gabriele Esposito, attualmente, è uno di coloro che questo nome lo porta con una propria voce

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Gabriele Esposito

16/04/2026

Ci sono professioni che, se le osservi attentamente, raccontano l’intero paese.

La storia di Vittorio Angelillo è una di queste.
Figlio di Raffaele Angelillo, noto a Brusciano come ’o Principale, Vittorio mantenne alto un nome già affermato, ma riuscì a trasformarlo in qualcosa di ancora più significativo.

Tra il 1948 e il 1950 inaugurò quello che molti considerano il primo salone di parrucchiere di Brusciano. E da quel momento si intuì che non sarebbe stata una via facile. Sono bastati solo cinque centimetri in più nella vetrina per creare un problema con l'amministrazione dell'epoca, che ordinò di rimuovere tutto.

I figli dicono che, consapevoli della notorietà e del rispetto che Vittorio godeva, si mobilitarono numerose persone per proteggerlo. Ma alla fine decise di toglierla lui stesso, per vivere più tranquillo. Non per paura, ma per andare avanti senza problemi.
E andare avnti, Vittorio, lo sapeva fare egregiamente.

Da lui si recavano persone di Brusciano. Uomini e donne arrivavano anche dai paesi limitrofi, poiché, quando si lavora con impegno, le notizie si propagano rapidamente. Il suo nome era famoso, stimato, ricercato. Non era soltanto un parrucchiere e barbiere. Era un riferimento.

Possedeva un autentico talento. Tanto che iniziò ad insegnare anche per L’Oréal. Ogni volta che svolgeva una lezione, oltre alla paga, l'azienda gli donava una perla. I familiari le custodiscono ancora oggi con tanto amore. E questo è sufficiente per comprendere quanto fosse stimato nel suo lavoro.

Ma la vita di Vittorio non era solo lavoro. C'era anche il canto.
Fu un eccelente cantante. Cantava serenate alla donna che in seguito sarebbe diventata sua moglie, Maria a bambola e CasaRomano.

E nemmeno lì fu facile. Il papà di Maria era un uomo di un'altri tempi e, per lui, il lavoro di parrucchiere non era una professione rispettabile, tanto da definirlo, con disprezzo, 'o taglia pidocchi.
Quando giunse il momento di chiedere la mano di Maria, Vittorio dovette farsi strada con la potenza delle parole e delle emozioni, facendo capire che non desiderava altro: voleva solo la mano di Maria e avrebbe accettato tuttto.

Anche col canto la vita gli presentò un ostacolo. Spesso prendeva parte a programmi di nuove voci napoletane e, i figli mi raccontano, che vinse la semi finale con Claudio Villa. Per due volte giunse la lettera raccomandata del programma per la finale. Due volte il padre gliele strappò.

Perché, a suo avviso, cantare non era un lavoro. Tuttavia, Vittorio possedeva realmente quella voce, e chi lo ha incontrato lo ricorda ancora. Poi Maria entrò completamente nella sua vita e, lì, non si formò solo una famiglia, ma anche un piccolo concetto moderno, in anticipo per quell'epoca.

Maria possedeva un gusto particolare. Era in grado di realizzare outfit splendidi e molte donne provenienti dalle masserie di Brusciano e dai comuni limitrofi si rivolgeva a lei senza esitazioni. Allo stesso modo, nel negozio nacque un piccolo banco dove si forniva un servizio completo: abito, benessere personale, taglio finale.

Non si trattava soltanto di commercio. C'era attenzione. Stile. Era la volontà di far sentire le persone bene quando uscivano.
Dai nomi Maria e Vittorio nasce un soprannome che ancora oggi, se cerchi i figli, devi dire Maria e Vittorio.

Forse è proprio questo ciò che rimane di personaggi come Vittorio Angelillo.

Non solo un lavoro. Non soltanto il negozio. Non solamente il nome. Rimane il modo in cui influenzavano la vita delle persone. Resta la serietà. Rimane il sacrificio. Rimane il talento. Rimane la dignità di chi ha dovuto proteggere ciò che svolgeva, senza mai smettere di farlo con professionalità.

E rimane anche il rapporto con suo padre, Raffaele ’o Principale, perché certe storie non cominciano da zero. Attraversano mani, parole, sguardi. E si trasformano in ricordo di un paese.

03/04/2026

Ci sono persone che, senza rendersene conto, diventano una parte della comunità. Non solo per ciò che hanno realizzato, ma per il modo in cui l'hanno realizzato.

Per il temperamento, per le mani, per l'espressione, per ciò che hanno trasmesso agli altri. Parlando con le mie figlie, seduto proprio lì, vicino a quel forno che, dopo oltre cinquant'anni, è ancora al suo posto, ho compreso una cosa semplice: alcune storie non si trovano da nessuna parte. Rimangono nei posti. E in coloro che te le raccontano con gli sguardi colmi.

Pasquale Balzano, per molti semplicemente Pasquale, per altri ’o Pizzaiuolo, e per alcuni anche senza mesale. Un soprannome che evoca un'epoca: quella delle storiche pizzerie con tavoli di marmo, senza tovaglia, come era consuetudine tanti anni fa.

Pasquale non nasce pizzaiolo.
Lavora in Germania per anni. Poi la vita prende un'altra direzione. Un intervento alla schiena lo obbliga a rientrare e a reinventarsi. Quando la vita ti costringe in un angolo, o ti fermi o trovi un modo per proseguire.

Sceglie di rialzarsi a modo suo.
Una pizzeria a Somma. Poi, non sentendosi a suo agio con i soci, tornò a casa. La mamma faceva il pane. E da quel momento ha origine quella che molti ricordano come la prima pizzeria di Brusciano.

Un luogo che non era semplicemente un locale. Costituiva un luogo di ritrovo. Un frammento di vita di tutti i giorni. Una presenza.
Si diceva che avesse un aspetto severo e burbero.
Uno sguardo che ti faceva sentire quasi in soggezione.
Ma poi, come si dice da noi, era un cuore d'oro, era un pezzo di pane.

Le figlie si ricordano di eventi che contano più di molte introduzioni. Nel corso del terremoto dell’80, la pizzeria era affollata.

Una persona entra per ordinare dieci pizze.
Mentre prendeva l'ordine, Pasquale alza gli occhi, osserva la macchina muoversi e considera che quel cliente abbia lasciato il freno a mano disinserito. Lo informa. Quello si volta, osserva intorno e, in un attimo, tutti comprendono che non era la macchina a muoversi, ma tutto quello che li circondava.

Nei giorni seguenti, molte persone ritornarono per saldare quanto avevano lasciato in sospeso.
Ma lui non volle prendere niente. E già questo sarebbe sufficiente.
Poi c’era l'aspetto più leggero, quello dello scherzo realizzato con un'espressione seria.

Ogni tanto, sui bordi della pizza, si creava quella tipica bolla leggermente bruciata che tutti abbiamo visto almeno una volta. Lui chiamava il più giovane e gli diceva, con aria seria: “Guarda lì, c'è uno scarafaggio in mezzo al bordo”. E quello, regolarmente, ci cascava. Poi scoppiavano tutti a ridere.

Prima la mosca impossibile nel forno, poi lo scarafaggio sul cornicione. Pasquale era anche questo: una persona capace di lavorare intensamente, ma in grado anche di alleggerire ogni situazione con una battuta pronunciata al momento opportuno.
E dunque forse è proprio ciò che rimane.

Non solo il pizzaiolo. Non solo il forno. Non solo la pizzeria.
Rimane il modo in cui una persona entra nella memoria di un paese.

Con il lavoro. Con il rispetto. Con sarcasmo.
Con l’abilità di vivere senza mai diventare indifferente.

Esistono racconti che non si fanno sentire.

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26/02/2026
12/02/2026

Esistono persone che non hanno bisogno un palco per rimanere impressi nella mente di un paese. Bastano due cose, una cassa a forma di tromba sulla macchiana, e una voce.

A Brusciano, tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70, quella voce si sentiva per le strade. Ti colpiva mentre eri impegnato in qualcos'altro. Eri a pranzare, stavi rientrando, ti trovavi davanti al bar, eri con la busta della spesa in mano. E a un certo momento sentivi questa voce, l’eco fra i palazzi, e realizzavi che c'era qualcosa da sapere.

Non si trattava di radio. Non era un programma televisivo. Non si trattava di Facebook, chiaramente. Era lui, nato nel 1929, Nicola detto 'o Rompaghiaccio(Nicola D'Agostino).

Parlando con i miei amici, è uscito questo nome e la mia curiosità mi ha spinto a indagare, a parlare con il figlio e sono emerse delle cose che mi hanno colpito molto. Io sinceramente, alcune situazioni le ho viste solo nei film: un’auto che percorre il paese con una cassa sulla macchina, e annuncia il bando.

E invece no. Era cosi. A quell'epoca risultava molto utile. Lui prendeva l'auto, il microfono ee faceva il giro per Brusciano. Avvisi del comune. Partite allo stadio. Incontri politici, Il film al cinema Smeraldo, tutti ricorderanno Vicienzo o Russ.

E te lo trovavi addosso in questo modo, nel corso della giornata, senza dover cercare nulla.
Era un servizio, ma anche una scena. Chi ha qualche anno in più di me spesso lo ricorda con un sorriso, perché a volte era anche divertente ascoltarlo. Non per prenderlo in giro. Faceva parte del ritmo di Brusciano.

La cosa interessante, tuttavia, è che dietro quell'immagine si celava un'altra parte di storia che molti non percepivano immediatamente.
Nicola è stato, secondo quanto mi dicono, uno dei primi ad aprire un negozio di elettrodomestici a Brusciano. Quando la televisione era ancora un sogno, quando il bianco e nero appariva come una magia, se la desideravi dovevi rivolgerti a lui.

Il negozio si trovava in via Semmola, poco prima della farmacia, giù nel paese. Due serrande più su, come te lo spiegano quelli che conoscono le cose non con gli indirizzi, ma con i punti di riferimento. Ed è proprio in questo modo che realizzi che non stai discutendo di una strada, stai parlando di un frammento di ricordo.

E visualizza la situazione: le persone che entrano, osservano l'oggetto, si avvicinano delicatamente come se temessero di disturbare. E lui là, a illustrare. Con quel modo di chi intraprende qualcosa di originale, ma senza prendersi troppo sul serio.

Poi arriva un’altra intuizione, ancora più concreta: l’auto a noleggio. Oggi appare è una cosa normale. All’epoca era una mano enorme. Le persone noleggiavano il veicolo per le nozze. Poiché il matrimonio era un evento unico, doveva apparire più bello rispetto agli altri giorni dell’anno.

Ma non finisce qui. Mi è stato detto che noleggiava anche l'auto per portare anziani e malati all'ospedale. Una sorta di autoambulanza per i più , detta senza poesia, ma con rispetto. Perché era proprio quello: un servizio dove mancava un servizio..
E qui, se rifletti, si completa il ciclo.

Non era solo quello del bando. Era una persona che osservava una necessità e trovava un modo per soddisfarla. Con ciò che possedeva. Con la sua automobile, il suo tempo, il suo volto.
Su una cosa me lo hanno detto tutti più o meno allo stesso modo, con parole diverse:

era una persona che rispettava, ma voleva essere rispettato.
Non il rispetto teatrale, quello finto. Il rispetto semplice. Quello che oggi sembra complicato perché ci siamo abituati a parlare troppo e ascoltare poco. E poi l’altra cosa che faceva, aiutava tutti. Magari non con grandi discorsi. Con la presenza. Con un passaggio. Con una soluzione pratica. Con una parola detta bene al momento giusto.

Perché figure così rischiano di diventare una macchietta, un ricordo raccontato a metà. Quello col microfono, quello che faceva ridere. Fine. E invece no. Se lo guardi bene, era un piccolo sistema di servizi costruito da un uomo solo, in un’epoca in cui non c’erano scorciatoie. Un pezzo di Brusciano che si arrangiava, ma con dignità.

E per me questa cosa è importante.
Perché anche nelle tradizioni è presente questo. Non soltanto celebrazione e melodia. C'è chi unisce la comunità mentre essa si muove.

Se ti viene in mente un episodio, una frase, un giorno in cui hai sentito quella voce mentre camminavi, scrivilo qui sotto.

Un paese non soltanto strade. È fatto da persone. E alcune persone meritano di continuare a brillare

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Ciro Guadagno Brusciano, consigliere Brusciano, politica Brusciano
interventi consigliere Ciro Guadagno, progetti locali Brusciano



05/02/2026

Non conoscevo Pelobianco, e mi sono già sentito id**ta ad ammetterlo. Con Pierino Sessa è stata una situazione diversa, poiché Pierino lo comprendi anche se non lo hai mai visto mentre lavora, lo intuisci da come gli altri ne parlano.

A me è capitato in questo modo.
Sono di fronte alla signora Gioconda e ad Adele, e cominciano a raccontare, non a a spiegare, a narrare davvero, con la tranquillità di chi ha sperimentato realtà autentiche e non sente il bisogno di gridare per farti capire che sei di fronte a un pezzo di Brusciano.

E in quel momento ho riflettuto su una cosa chiara: questo non è solo un ricordo, si tratta di un bagaglio di esperienza, di quelli che ti restano attaccati. Pierino cresce insieme a un pezzo della storia della paese. I Volontari sono stati fondati nel 1973, e lui inizia in quel periodo, quando tutto era più manuale, più impegnativo, ma anche più genuino nei rapporti.

Gioconda afferma con chiarezza: la competizione esisteva, come è naturale tra comitati, ma era una competizione positiva, costruttiva, pulita, non quella cattiveria attuale in cui frequentemente si vince contro qualcuno anziché vincere con qualcosa.

A casa loro non era solo un'area dedicata al lavoro, si trattava di un punto d' incontro, un punto fermo, a volte anche un luogo che fungeva da paciere, e questo già dice che clima che c'era e quali persone erano necessarie per far funzionare tutto.

Ciò che mi impressiona di Pierino è questo: ognuno esprime lo stesso concetto, usando termini differenti, che con nulla tirava elementi fuori esagerati e che poi rimanevano nella mente del Bruscianese, cose belle, fatte in modo particolare, che rimanevano nella mente delle persone.

E mentre ascoltavo, capivo che questa è la distinzione tra chi sa eseguire e chi sa ideare: uno può essere capace, mentre un altro ti fa vedere cosa si può realizzare in un paese piccolo, in una grande festa, con risorse spesso limitate.

Esiste un particolare che vale più di mille encomi. Gioconda racconta che parolieri come Felice Giannino erano soliti visitare casa loro, poiché lei, Pierino e tutti condividevano storie, e Felice traeva ispirazione per le canzoni, questo rappresenta un grande segno per me.

Significa che non si trattava solo di costruire i carri, si trattava di creare racconti, situazioni, immagini, era fornire sostanza vitale a chi successivamente la mutava in parole e melodie.

Ecco che giunge il racconto che appare come una scena divertente, ma è poesia di campagna: una donna stava sistemando il cotone per chiudere la braciola, coinvolta dalla musica tanto che la braciola pareva un gomitolo di cotone. Io l'ho visualizzata e ho riso come non mai, ma rido perché è vero, perché in quelle celebrazioni, quando ne sei coinvolto, perdi il senso delle proporzioni e ti lasci andare.

Poi Gioconda si alza, si avvicina a un'immagine che rappresentava il carro della vita di Gesù e me la fa vedere, e lì realizzi che Pierino non era solo immaginazione, era anche creatività, tecnica, visione, abilità, accuratezza. Mi racconta come riuscirono a mettere le persone che rappresentavano Gesù e i ladri sulla croce, ideando un ferro curvo che creava l’illusione perfetta dei chiodi nelle mani, non un inganno, un concetto elaborato.

E poi Mosè, con la divisione del mare, dispositivi unici, meccanismi creati, risultati che ora appaiono comuni poiché ci siamo abituati a tutto, ma in quel momento erano un pugno nello stomaco, così tante persone, come Crispo fotografo dell'epoca, grande artista anche lui, andavano a chiedere come ci fossero riusciti.
E gli ultimi giorni di Pompei, Il Vesuvio che operava realmente, con sei individui all'interno della struttura per farlo funzionare come si doveva.

Queste non sono situazioni create per l'occasione, sono imprese, nel senso più manuale e più umano del termine.

Nel 1987 Pierino crea il vestito del Giglio volontari/Ortolano.
E qui lo dico come lo direbbe uno del paese: non è roba da poco, perché l'abito del Giglio non è un particolare, è unicità, è identificabilità, è la sezione che osservi e che rimane nella tua mente, è quella che, se commetti un errore, lo notano tutti.
E di Pierino, pure qui, torna sempre la stessa parola detta senza dirla: affidabilità.

Uno che se prendeva un pezzo di Brusciano tra le mani, te lo restituiva più forte.

Un altro aspetto che può apparire insignificante, ma è di grande importanza: per insufficienza di spazio, nell'artico della sua abitazione riusciva a assemblare pezzi come se fossero un puzzle, e successivamente si recava sul luogo e assemblava tutto con assoluta perfezione. Questa è una scuola di crescita, non solo di apparenza. Quando manca spazio, non ti lamenti, tu crei il procedimento, crea una mappa mentale, ti puoi fidare della mano, e poi, quando arriva il momento giusto, metti tutto insieme.
E se ti riesce, non è solo fortuna, è ingegno.

Pierino Sessa va via il 31 marzo 2018.
E quando una persona del genere muore, non muore solo la persona, muore un pezzo di Brusciano. Tuttavia rimane un aspetto che non è trascurabile: rimane la testimonianza. Rimane nelle storie di chi lo ha osservato all'opera, rimane in colui che ha appreso osservandolo, permane in quelle immagini che, ancora al giorno d'oggi, evocano lacrime di emozione in alcuni e sorrisi in altri.
E rimane ancora nelle abitazioni, nei locali, nei luoghi di incontro dove le celebrazioni non si pianificavano semplicemente, ma si sperimentavano, si discuteva, si riconciliava, si ripartiva.

Questa è la sezione affascinante, ma anche piuttosto difficile:
un vero artista non può essere rimpiazzato, tuttavia puoi continuare a tenerlo con te, come riferimento.

Se hai avuto modo di incontrare Pierino, hai visto uno dei suoi carri, oppure ricordi una scena, una frase, o un giorno, scrivilo qui sotto.
Persino una sola riga.

Perfino un oggetto minuscolo.
Perché Brusciano certe persone non le ricorda con le targhe, le ricorda con le voci.

E Pierino, a giudicare da quello che ho ascoltato, è una di quelle voci che vale la pena tenere accesa.

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