30/05/2026
Domenico Modola, conosciuto come Mimmo Taki, non ha scoperto il rap come si scopre una tendenza. Lo ha conosciuto in un momento in cui alcune situazioni, in particolare a Brusciano, non erano facili da spiegare.
Era il 2005.
Lui, nato nel 1988, ha cominciato a comporre, ascoltare, cercare parole e suoni che lo rappresentassero. All’epoca non esistevano strade brevi, non c’era la concezione del successo immediato, non c’era la frenesia di apparire a tutti i costi.
C’era qualcosa di diverso.
C’era la necessità di appartenere a qualcosa. A una cultura, prima ancora che a uno stile musicale. Per Mimmo, il rap non è mai stato soltanto musica.
È penna, percorso, abbigliamento largo, muri colorati, freestyle, break dance, DJ che fanno scratch, frasi pronunciate senza autorizzazione.
È un modo di essere nel mondo, quando il mondo, spesso, non ti comprende immediatamente. A Brusciano, venti anni fa, fare qualcosa di differente significava anche questo: essere osservati con sospetto. Sentirsi dire che eri strano, che non era importante, che non era roba seria.
Ma chi viene da un contesto differente lo comprende: all’inizio sei il bersaglio delle critiche, poi alcuni si avvicinano, ascoltano, comprendono. E forse si rendono conto che dietro a quei testi non c’era disordine, ma ricerca.
Il suo primo album, Utopia, raccontava già una strada: andare avanti anche quando non è tutto ben definito. Da quel momento sono arrivati altri progressi, altri progetti, altre prove, altri esperimenti.
Enter 21 km, Sensation, e tutto ciò che, nel tempo, ha formato un cammino individuale, distante dalle cose fatte solo per compiacere. Durante quel viaggio, Mimmo non era da solo.
Con amici come Maik Brain c’erano scambi, esperimenti, dibattiti, desiderio di evolversi. Poi Napoli divenne praticamente inevitabile. Perché quando ti trovi in un luogo dove ci sono poche persone che parlano la tua lingua, ti sposti verso un posto dove quella lingua è viva.
E così arrivarono luoghi che per loro erano quasi sacri.
Posti in cui l’hip hop non era spiegato, ma vissuto. Laboratori, murali, break dance, musica, scrittura, persone che non ti chiedevano perché fossi così, ma ti facevano intuire che potevi esserlo.
Per chi proveniva da un paese, entrare in un luogo simile era intenso. Era come dire: allora non siamo sbagliati. Siamo solo arrivati in una stanza in cui gli altri devono ancora entrare.
Ma c’è un ricordo che Mimmo conserva ancora: la prima competizione di freestyle in un locale di Brusciano, il Glamour. E lì, al suo debutto, si trovò di fronte Clementino. Non esattamente l’inizio più semplice.
Eppure quella cosa, anziché spaventarlo, gli diede una conferma. Non si trattò soltanto di una sfida. Fu divertimento, adrenalina, gioco, energia autentica.
Un momento in cui realizzi che quel percorso, nonostante le difficoltà, è il tuo. Anche il nome Taki racconta qualcosa di lui.
Deriva dal suo amore per la mitologia greca, dall’esigenza di attribuire un significato alle cose, non solo una forma. La libertà di esprimersi. Di vestirsi. Di scrivere. Di fare errori. Di apprendere. Di rimanere leali a un universo in cui, all’inizio, credevano in pochi.
E forse questo è il punto cruciale.
Per lui, il rap non è mai stato un genere a parte. È stata una combinazione di elementi: suono, linguaggio, visione, comunità, percorso, identità.
Un mondo a colori, in opposizione a un racconto che spesso sembrava vedere tutto in scala di grigi. Mimmo Taki non ha seguito una tendenza.
Ha risposto a un invito.
E quando qualcosa ti chiama veramente, puoi anche impiegare vent’anni, ma prima o poi resta.
Nei documenti.
Nei ricordi.
Nelle persone incontrate lungo la strada.
https://ciroguadagnocons.blogspot.com/
https://www.youtube.com/
Domenico Modola, conosciuto come Mimmo Taki, non ha scoperto il rap come si scopre una tendenza. Lo ha conosciuto in un momento in cui alcune situazioni, in particolare a Brusciano, non erano facili da spiegare.
Era il 2005.
Lui, nato nel 1988, ha cominciato a comporre, ascoltare, cercare parole e suoni che lo rappresentassero. All’epoca non esistevano strade brevi, non c’era la concezione del successo immediato, non c’era la frenesia di apparire a tutti i costi.
C’era qualcosa di diverso.
C’era la necessità di appartenere a qualcosa. A una cultura, prima ancora che a uno stile musicale. Per Mimmo, il rap non è mai stato soltanto musica.
È penna, percorso, abbigliamento largo, muri colorati, freestyle, break dance, DJ che fanno scratch, frasi pronunciate senza autorizzazione.
È un modo di essere nel mondo, quando il mondo, spesso, non ti comprende immediatamente. A Brusciano, venti anni fa, fare qualcosa di differente significava anche questo: essere osservati con sospetto. Sentirsi dire che eri strano, che non era importante, che non era roba seria.
Ma chi viene da un contesto differente lo comprende: all’inizio sei il bersaglio delle critiche, poi alcuni si avvicinano, ascoltano, comprendono. E forse si rendono conto che dietro a quei testi non c’era disordine, ma ricerca.
Il suo primo album, Utopia, raccontava già una strada: andare avanti anche quando non è tutto ben definito. Da quel momento sono arrivati altri progressi, altri progetti, altre prove, altri esperimenti.
Enter 21 km, Sensation, e tutto ciò che, nel tempo, ha formato un cammino individuale, distante dalle cose fatte solo per compiacere. Durante quel viaggio, Mimmo non era da solo.
Con amici come Maik Brain c’erano scambi, esperimenti, dibattiti, desiderio di evolversi. Poi Napoli divenne praticamente inevitabile. Perché quando ti trovi in un luogo dove ci sono poche persone che parlano la tua lingua, ti sposti verso un posto dove quella lingua è viva.
E così arrivarono luoghi che per loro erano quasi sacri.
Posti in cui l’hip hop non era spiegato, ma vissuto. Laboratori, murali, break dance, musica, scrittura, persone che non ti chiedevano perché fossi così, ma ti facevano intuire che potevi esserlo.
Per chi proveniva da un paese, entrare in un luogo simile era intenso.
Era come dire: allora non siamo sbagliati. Siamo solo arrivati in una stanza in cui gli altri devono ancora entrare.
Ma c’è un ricordo che Mimmo conserva ancora: la prima competizione di freestyle in un locale di Brusciano, il Glamour. E lì, al suo debutto, si trovò di fronte Clementino. Non esattamente l’inizio più semplice.
Eppure quella cosa, anziché spaventarlo, gli diede una conferma. Non si trattò soltanto di una sfida. Fu divertimento, adrenalina, gioco, energia autentica.
Un momento in cui realizzi che quel percorso, nonostante le difficoltà, è il tuo.
Anche il nome Taki racconta qualcosa di lui.
Deriva dal suo amore per la mitologia greca, dall’esigenza di attribuire un significato alle cose, non solo una forma. La libertà di esprimersi. Di vestirsi. Di scrivere. Di fare errori. Di apprendere. Di rimanere leali a un universo in cui, all’inizio, credevano in pochi.
E forse questo è il punto cruciale.
Per lui, il rap non è mai stato un genere a parte. È stata una combinazione di elementi: suono, linguaggio, visione, comunità, percorso, identità.
Un mondo a colori, in opposizione a un racconto che spesso sembrava vedere tutto in scala di grigi. Mimmo Taki non ha seguito una tendenza.
Ha risposto a un invito.
E quando qualcosa ti chiama veramente, puoi anche impiegare vent’anni, ma prima o poi resta.
Nei documenti.
Nei ricordi.
Nelle persone incontrate lungo la strada.
https://ciroguadagnocons.blogspot.com/
https://www.youtube.com/