29/05/2026
Vorrei raccontarti la storia di quella prima volta con i social.
Quando ho iniziato, prima del corso da SMM, non avevo dimestichezza con quel tipo di contenuti. Venivo dal copywriting a risposta diretta, da una scrittura diversa, più strategica, più verticale.
E soprattutto, non amavo ancora profondamente il mio lavoro. Amavo la scrittura, le connessioni, le reazioni umani.
Dentro di me c’era ancora la voglia di far coesistere la me autrice, la me organizzatrice di eventi, la parte che immaginava campagne culturali, empatiche, vive. Creatività e Strategia. Libertà e Pianificazione.
E distrutta dalla mole di lavoro, sono entrata dentro questo corso venduto da una persona che sapeva il fatto suo. Sapeva parlare bene, attivare attenzione, creare movimento.
Ha stretto un patto con la mia frustrazione e io ho acquistato rapidamente.
E, per certi versi, mi è servito.
Ma mentre lo seguivo ho capito quasi subito una cosa: cosa non volevo fare io.
Non perché fosse “giusto” o “sbagliato”, semplicemente perché sentivo che quel modo di comunicare non mi assomigliava fino in fondo.
Per me ogni persona è un mondo. Non un numero.
Per fortuna dopo ho incontrato anche altri professionisti, molto più vicini al mio modo di vedere questo lavoro; persone empatiche davvero, capaci di insegnare senza creare continuamente pressione o senso di mancanza. Dati alla mano ciò che resiste sul mercato sono le attività che hanno storia e struttura.
E credo che questa sia stata una delle lezioni più utili del mio percorso.
Non tutto quello che non ti rappresenta va buttato via.
A volte serve anche quello per capire meglio la direzione che vuoi prendere.
È anche grazie a quella esperienza se oggi so una cosa con certezza: non mi interessa insegnare alle persone come sembrare qualcosa online.
Mi interessa aiutarle a costruire una comunicazione in cui possano riconoscersi davvero, e che riesca a crescere senza dover continuamente forzare la propria identità per funzionare 🧡