Freni Ricerche di Marketing

Freni Ricerche di Marketing Freni Ricerche di Marketing S.A.S was founded by Vincenzo Freni in 1983 and is specialized in conduc Our points of difference.
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Freni Ricerche di Marketing is equipped to independently manage any research project, from designing the survey, planning methodology, collecting and validating data, analysing statistics, interpreting final results, and defining marketing strategies. We are located in Florence, right in the center of Italy
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𝐏𝐚𝐣𝐞́, 𝐑𝐞 𝐝𝐢 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐢𝐚 𝐞 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐢𝐧𝐢 … 𝐦𝐚𝐠𝐚𝐫𝐢 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐧𝐨Quando un pajé amazzonico (lo sciamano della tribù) soffia fumo di tab...
12/08/2025

𝐏𝐚𝐣𝐞́, 𝐑𝐞 𝐝𝐢 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐢𝐚 𝐞 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐢𝐧𝐢 … 𝐦𝐚𝐠𝐚𝐫𝐢 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐧𝐨
Quando un pajé amazzonico (lo sciamano della tribù) soffia fumo di tabacco sulla fronte di un malato, l'osservatore occidentale scuote la testa: "Che superstizione! Primitivi, selvaggi...".
Poi il nostro osservatore torna a casa e scopre che nel XVII secolo il Re di Francia curava infezioni tubercolari e malanni vari con l'imposizione delle mani, un rituale noto come 𝒍𝒆 𝒕𝒐𝒖𝒄𝒉𝒆𝒓 𝒅𝒆𝒔 𝒆́𝒄𝒓𝒐𝒖𝒆𝒍𝒍𝒆𝒔: "Il re ti tocca, Dio ti guarisce".
Sembra che, non si sa bene come, il 2 o 3% dei pazienti arrivasse effettivamente a guarire.
La logica non era poi così diversa: il re era considerato unto da Dio e quindi in grado di trasmettere un'energia curativa toccando i sudditi. Non si trattava di superstizione, si diceva allora, ma di un "miracolo reale", certificato dalla Corona e dalla Chiesa.
E non certo da quattro stregoni scalzi nella foresta amazzonica.
E oggi? In molte case cattoliche, non in una capanna sperduta, si nascondono immagini di santi (i santini) nel cuscino o nel materasso, e a volte si incollano sulla fronte del malato con un cerotto, come fossero pastiglie di fede a rilascio prolungato.
Non serve nemmeno essere credenti. C'è chi tiene laicamente un c***o rosso in tasca "per scaramanzia", chi fa le corna con la mano "per scacciare i guai" e chi appende un cornetto al cruscotto dell'auto contro incidenti e multe. In fondo, la logica è la stessa identica del pajé: protezione, benedizione e un "qualcosa" che non si vede ma che si spera funzioni.
Per molte culture, infatti, la malattia e la sfortuna non sono solo guasti meccanici o eventi casuali: spesso hanno un'origine invisibile. Lo sguardo cattivo, il malocchio, è un classico persecutore e, come ogni "forza oscura" che si rispetti, ha bisogno di un antidoto altrettanto simbolico. Ovviamente tutto questo genera il fenomeno (molto lucroso) dei maghi, delle fattucchiere e dei lettori di mani o fondi di caffè. Una grande offerta divinatoria che vanta, solo in Italia, milioni di allocchi (o "bischeri", come si dice dalle mie parti) felicemente paganti.
Ricordo un rituale indigeno che ho avuto la fortuna di vedere presso la tribù degli Xavante, chiamato Riscagen. Serviva per curare il mal di schiena. Lo sciamano, con un bambù affilato, incise la schiena e le gambe del guidatore della jeep che avevo contrattato, facendone uscire del sangue. Poi, da una zucca, prese un miscuglio di erbe, ci sputò sopra e lo spalmò sulla pelle grondante. Forse quelle erbe avevano davvero un effetto anestetico o antinfiammatorio. Fatto sta che l'uomo, che poco prima si lamentava senza riuscire a muoversi, si alzò e stava decisamente meglio.
Magia o medicina? Forse entrambe. E di certo anche un po' di chimica vegetale che la farmacologia moderna scoprirà tra cent'anni, brevettandola.
Alla fine, nessuno di noi ha mai smesso del tutto di affidarsi a rituali e amuleti. La differenza è che chiamiamo "primitivo" ciò che fanno gli altri, e "tradizione" (o innocua scaramanzia) ciò che facciamo noi. E in fondo, se un taglio di bambù durante un Riscagen, un tocco regale, un santino nel cuscino o un c***o rosso in tasca ci fanno sentire meglio, non è poi così importante capire se sia scienza o magia.
Forse, chissà, funziona proprio perché, pur non ammettendolo mai, ci crediamo ancora.

𝐈𝐥 𝐯𝐨𝐥𝐚𝐭𝐢𝐥𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧𝐠𝐚𝐧𝐧𝐨̀ 𝐏𝐚𝐫𝐢𝐠𝐢Grazie a Nilo che mi segnala, per proporla ai miei 25 lettori, “𝒍’𝒐𝒄𝒂 𝒎𝒆𝒄𝒄𝒂𝒏𝒊𝒄𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒎𝒂𝒏𝒈𝒊...
10/08/2025

𝐈𝐥 𝐯𝐨𝐥𝐚𝐭𝐢𝐥𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧𝐠𝐚𝐧𝐧𝐨̀ 𝐏𝐚𝐫𝐢𝐠𝐢

Grazie a Nilo che mi segnala, per proporla ai miei 25 lettori, “𝒍’𝒐𝒄𝒂 𝒎𝒆𝒄𝒄𝒂𝒏𝒊𝒄𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒎𝒂𝒏𝒈𝒊𝒂𝒗𝒂 𝒊 𝒄𝒉𝒊𝒄𝒄𝒊 𝒅𝒊 𝒈𝒓𝒂𝒏𝒐 𝒑𝒆𝒓 𝒑𝒐𝒊 𝒅𝒆𝒇𝒆𝒄𝒂𝒓𝒍𝒊” anticipando, incredibile dictu mirabile visu, la moderna robotica.
Correva l’anno 1845 quando il celebre illusionista Robert-Houdin, chiamato a rimettere in sesto un vecchio automa da salotto, scoprì la verità che nessuno osava sospettare: la leggendaria Oca digerente di Vaucanson, quella meraviglia meccanica che un secolo prima aveva incantato le f***e di Parigi, non digeriva affatto.
Eppure, al suo debutto nel 1739, l’oca era stata presentata come il prodigio della scienza moderna: un uc***lo di rame e ingranaggi che becchettava chicchi di grano e, pochi minuti dopo, li trasformava in un prodotto di cui non serve descrivere l’aspetto… tanto bastava per convincere il pubblico che la natura stessa poteva essere imitata dall’ingegno umano.
Un trionfo di marketing ante litteram: nessuno voleva mancare allo spettacolo, i salotti si riempivano di discorsi sulla “macchina vivente” e Vaucanson divenne il nome del futuro.
Il trucco, smascherato più tardi da Robert-Houdin, era semplice quanto astuto: i chicchi finivano in un vano nascosto, e al momento opportuno, l’oca “defecava” mollica di pane tinta di verde, già pronta nel suo stomaco di latta.
Nessuna digestione, ma un perfetto esempio di storytelling meccanico; un’illusione costruita per vendere un sogno di scienza e progresso, molto prima che la parola “robotica” fosse coniata.
C’è chi mormora che Vaucanson, in fondo, non fosse un truffatore ma un visionario: se la scienza dell’epoca non poteva ancora digerire il grano, poco male… bastava che il pubblico digerisse la storia.
E forse, se oggi ammiriamo i robot che cucinano, ballano e ci rispondono con voce artificiale, dovremmo ricordare che tutto cominciò con un’oca di ferro e un pizzico di marketing ben digerito… anzi, per dirla tutta, pre-digerito e … defecato.

𝐉𝐮𝐧𝐠 𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐩𝐢𝐫𝐢𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐈𝐧𝐝𝐢𝐠𝐞𝐧𝐢 𝐚𝐦𝐚𝐳𝐳𝐨𝐧𝐢𝐜𝐢È una domanda più che mai attuale quella che mi pongo nel 150° anniversario ...
26/07/2025

𝐉𝐮𝐧𝐠 𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐩𝐢𝐫𝐢𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐈𝐧𝐝𝐢𝐠𝐞𝐧𝐢 𝐚𝐦𝐚𝐳𝐳𝐨𝐧𝐢𝐜𝐢
È una domanda più che mai attuale quella che mi pongo nel 150° anniversario della nascita di Carl Gustav Jung (nato nel 1875), che metteva in relazione il suo pensiero con la cosmologia delle popolazioni indigene.
Nella sua visione, gli dèi e i demoni sono archetipi dell'inconscio collettivo, forme psichiche universali che si manifestano attraverso sogni, miti, visioni e simboli.
E proprio nelle cosmogonie indigene queste forme archetipiche si manifestano in modo diretto, vivo e potente, nonostante la missionarizzazione (cattolica ed evangelica, quest'ultima molto più aggressiva nella sua missione di conversione) dei popoli della foresta.
Jung, nel corso dei suoi viaggi in Africa, India e America Latina, aveva osservato che l'uomo moderno ha perso il contatto con l'anima. Il "primitivo" è colui che vive ancora immerso nel simbolo, che parla con gli spiriti degli alberi, che si rivolge alla foresta come a un essere vivo. In altre parole, Jung ci dice che non sono gli indigeni ad essere "primitivi", bensì l'uomo occidentale, ormai dissociato e incapace di sentire il sacro nella natura. Lì, nella foresta amazzonica e nel caldo del cerrado, vivono ancora uomini e donne in spazi immensi ma popolati di presenze.
Ogni fiume aveva un nome (e continua a conservarlo) e un'anima. Ogni pianta parlava, ogni animale poteva essere un antenato o un dio. E gli esseri invisibili erano reali quanto i visibili.
Qui ci sono ancora gli spiriti del vento, i guardiani pietrificati che proteggono le grotte e le pianure, le divinità del sole e della luna.
Nessuno giudica assurdi questi spiriti e demoni, invisibili solo a chi non vuole vedere.
È pensando a tutto questo che mi è venuto in mente Jung.
Mi sono chiesto cosa avrebbe detto davanti a queste "divinità minori" della foresta, come le chiamano gli antropologi, a questi spiriti presenti nelle gravidanze, nelle guerre, nei sogni e nei riti di guarigione.
𝐄 𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐞̀ 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚. 𝐉𝐮𝐧𝐠 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐨 𝐨 𝐬𝐭𝐮𝐝𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐢 𝐢𝐧𝐯𝐢𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐟𝐨𝐥𝐤𝐥𝐨𝐫𝐞. 𝐉𝐮𝐧𝐠 𝐥𝐢 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐮𝐭𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐩𝐨𝐢 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐢 𝐨𝐜𝐜𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐢 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨, 𝐬𝐩𝐞𝐳𝐳𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐟𝐢𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢 𝐥𝐞𝐠𝐚𝐯𝐚 𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐝𝐞̀𝐢.
Ancora oggi questi "primitivi", nonostante siano stati battezzati dai missionari con nomi cristiani (Antonio e Camillo sono frequenti), non hanno mai rotto il loro patto con la foresta né con gli spiriti che continuano ad onorare, nonostante tutto.

𝐶𝑎𝑟𝑖 𝑎𝑚𝑖𝑐𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑣𝑒𝑡𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑧𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑙𝑒𝑔𝑔𝑒𝑟𝑚𝑖,𝑄𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑒𝑔𝑔𝑒𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑜 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑎 𝑠𝑒𝑟𝑖𝑒 𝑑𝑒𝑑𝑖𝑐𝑎...
13/07/2025

𝐶𝑎𝑟𝑖 𝑎𝑚𝑖𝑐𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑣𝑒𝑡𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑧𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑙𝑒𝑔𝑔𝑒𝑟𝑚𝑖,
𝑄𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑒𝑔𝑔𝑒𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑜 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑎 𝑠𝑒𝑟𝑖𝑒 𝑑𝑒𝑑𝑖𝑐𝑎𝑡𝑎 𝑎𝑖 𝑝𝑜𝑝𝑜𝑙𝑖 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑔𝑒𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑙 𝐵𝑟𝑎𝑠𝑖𝑙𝑒. 𝑈𝑛 𝑣𝑖𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑎𝑡𝑡𝑟𝑎𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑙𝑒 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑡𝑟𝑎𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑚𝑖𝑙𝑙𝑒𝑛𝑎𝑟𝑖𝑒, 𝑙𝑒 𝑠𝑐𝑜𝑝𝑒𝑟𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑣𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜, 𝑙𝑒 𝑡𝑒𝑐𝑛𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑒 𝑖𝑛𝑔𝑒𝑔𝑛𝑜𝑠𝑒 𝑠𝑣𝑖𝑙𝑢𝑝𝑝𝑎𝑡𝑒 𝑖𝑛 𝑎𝑟𝑚𝑜𝑛𝑖𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑛𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎, 𝑒 𝑙𝑒 𝑠𝑓𝑖𝑑𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜𝑟𝑎𝑛𝑒𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑝𝑜𝑝𝑜𝑙𝑖 𝑎𝑓𝑓𝑟𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜.
𝐷𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑎𝑚𝑎𝑧𝑧𝑜𝑛𝑖𝑐𝑎 𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑠𝑎𝑣𝑎𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑒𝑟𝑟𝑎𝑑𝑜, 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑖 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑐𝑖𝑛𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑡𝑒𝑐𝑛𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑟𝑣𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑎𝑚𝑏𝑖𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑒, 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑠𝑎𝑟𝑎̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑖𝑛𝑒𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑠𝑢 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑖 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑖𝑛𝑣𝑖𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖 𝑎𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖, 𝑚𝑎 𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑑𝑖 𝑠𝑎𝑔𝑔𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑒 𝑖𝑛𝑛𝑜𝑣𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒.
𝐿𝑎 𝑣𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑣𝑜𝑐𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎.
𝑃𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑑𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑠𝑒𝑔𝑢𝑖𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑠𝑒𝑟𝑖𝑒, ℎ𝑜 𝑏𝑖𝑠𝑜𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑎𝑝𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑎𝑟𝑔𝑜𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑣𝑖 𝑎𝑝𝑝𝑎𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑎𝑝𝑝𝑎𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑎 𝑚𝑒. 𝐼𝑙 𝑣𝑜𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑓𝑒𝑒𝑑𝑏𝑎𝑐𝑘 𝑒̀ 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑛𝑧𝑖𝑎𝑙𝑒: 𝑐𝑜𝑚𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑒 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑖𝑣𝑖𝑑𝑒𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑣𝑜𝑠𝑡𝑟𝑒 𝑖𝑚𝑝𝑟𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑖, 𝑓𝑎𝑡𝑒 𝑑𝑜𝑚𝑎𝑛𝑑𝑒. 𝐴𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑟𝑖𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑟𝑢𝑡𝑡𝑖𝑣𝑒 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑏𝑒𝑛𝑣𝑒𝑛𝑢𝑡𝑒, 𝑚𝑖 𝑎𝑖𝑢𝑡𝑒𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑎 𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑒 𝑎 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑐𝑜𝑖𝑛𝑣𝑜𝑙𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖.
𝐿𝑎 𝑣𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒𝑐𝑖𝑝𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑛𝑒𝑟𝑎̀ 𝑖𝑙 𝑓𝑢𝑡𝑢𝑟𝑜 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑠𝑒𝑟𝑖𝑒.
𝑆𝑒 𝑖 𝑣𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑒 𝑙𝑒 𝑣𝑜𝑠𝑡𝑟𝑒 𝑟𝑒𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑚𝑖 𝑑𝑖𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑐'𝑒̀ 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑒𝑠𝑠𝑒, 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑒𝑟𝑜̀ 𝑎 𝑒𝑠𝑝𝑙𝑜𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑖 𝑠𝑡𝑟𝑎𝑜𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑟𝑖 𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒 𝑎 𝑣𝑜𝑖. 𝑆𝑒 𝑖𝑛𝑣𝑒𝑐𝑒 𝑖𝑙 𝑠𝑖𝑙𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜 𝑠𝑎𝑟𝑎̀ 𝑎𝑠𝑠𝑜𝑟𝑑𝑎𝑛𝑡𝑒, 𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑜̀ 𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑒̀ 𝑚𝑒𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑑𝑖𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑚𝑖𝑒 𝑒𝑛𝑒𝑟𝑔𝑖𝑒 𝑎𝑑 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑔𝑒𝑡𝑡𝑖.
𝐺𝑟𝑎𝑧𝑖𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑐𝑢𝑟𝑖𝑜𝑠𝑖.
𝐼𝑙 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑜 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑣𝑖 𝑎𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑎 𝑞𝑢𝑖 𝑠𝑜𝑡𝑡𝑜.
𝐈𝐥 𝐂𝐮𝐫𝐚𝐫𝐨: 𝐃𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐓𝐫𝐚𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐀𝐦𝐚𝐳𝐳𝐨𝐧𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐑𝐢𝐯𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐌𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚
Il curaro, un nome evocativo di foreste rigogliose e riti antichi, rappresenta un affascinante esempio di come la saggezza umana abbia saputo trasformare un veleno letale in un farmaco di inestimabile valore. La sua storia intreccia saperi ancestrali e rigore scientifico, offrendo una prospettiva unica sul rapporto tra l'uomo e la natura.
Per secoli, il curaro è stato un segreto (uno dei tanti) custodito dalle tribù indigene dell'Amazzonia, un veleno che rendeva la caccia un'arte silenziosa. La sua efficacia consisteva nella capacità di paralizzare la preda senza contaminarne le carni, un vantaggio cruciale per la sopravvivenza in un ambiente selvaggio.
Grazie alla testimonianza che ho raccolto da un cacciatore indigeno ho saputo dell'esistenza di due tipi di curaro: quello "del salto unico" e quello "dei tre salti". Mi raccontò che una scimmia colpita dal veleno riusciva a compiere rispettivamente uno solo o al massimo tre balzi prima di cadere paralizzata. Questa distinzione, sebbene non confermata da specifici studi scientifici, suggerisce una profonda conoscenza empirica da parte delle popolazioni indigene sia delle diverse proprietà delle piante, sia dei metodi di preparazione utilizzati per modulare la potenza del curaro.
Gli indigeni, in realtà, per distinguere la potenza del veleno utilizzavano le espressioni "curaro, un albero", "curaro, due alberi" e "curaro, tre alberi", e la parola utilizzata per indicare il curaro era "urari", che significa "chi lo riceve cade". Questa capacità di distinguere tra la capacità del veleno di uccidere quasi istantaneamente se assorbito attraverso lesioni cutanee e la sua innocuità se ingerito, dimostra una conoscenza approfondita delle sue proprietà.
Le prime notizie relative al curaro giunsero in Europa nel XVI secolo grazie agli esploratori che si avventurarono nel cuore dell’Amazzonia. I loro racconti descrivevano un veleno potente, la cui preparazione era un segreto custodito gelosamente dai Pajè (gli sciamani), figure centrali nella vita delle tribù. Questi riconoscevano le piante adatte alla sua preparazione, ne estraevano i principi attivi e li combinavano secondo formule tramandate oralmente per generazioni.
Il meccanismo d'azione del curaro fu spiegato solo nel XIX secolo dal fisiologo francese Claude Bernard. Egli dimostrò che il curaro agisce bloccando la trasmissione degli impulsi nervosi ai muscoli.
La molecola del curaro venne isolata e introdotta nell'anestesia chirurgica nel 1942 negli Stati Uniti, ha rivoluzionato la pratica medica relativa agli interventi chirurgici. La sua capacità di indurre un rilassamento muscolare profondo ha reso possibili interventi chirurgici complessi in sicurezza per i pazienti prima impossibili da realizzare. Oggi, nelle sale chirurgiche di tutto il mondo, i preparati curarici sono sempre presenti e impiegati negli interventi più invasivi.
Ma vediamo come avveniva la preparazione del curaro, il veleno degli spiriti, attraverso la sintesi del racconto dell’italiano Ettore Biocca, il principale studioso delle tribù amazzoniche.
Nel cuore della giungla, avvolto dall’ombra degli alberi secolari, Rohariwe decise che era giunto il momento. Si alzò e parlò con voce solenne, come un sacerdote davanti al fuoco sacro.
“Preparerò il curaro. Chi non lo ha, lo faccia ora. Chi lo possiede, vigili i sentieri: i nemici non devono sorprenderci. Nessuno vada stanotte con una donna!
Il silenzio calò attorno a lui. Ogni uomo sapeva che la preparazione del curaro era un rito antico, un’arte segreta tramandata dagli spiriti della foresta. Non esisteva un solo curaro, né un solo modo per crearlo, ma ogni formula celava un potere letale.
All’alba, gli uomini si misero in cammino. Cercavano le liane mamokori, velenose e sfuggenti, che si arrampicavano come artigli tra gli alberi più alti. Tagliati i rami, su grandi foglie raschiavano con cura la corteccia , proteggendola dall’acqua. Poi, avvolgevano il tutto in pacchi e lo portavano al villaggio. Sul fuoco ardeva già una graticola, pronta ad accogliere il raccolto. Nessun bambino doveva avvicinarsi: anche solo un tocco accidentale poteva provocare malattia e vomito.
Il giorno dopo, gli uomini con il carbone si dipinsero il corpo di nero e partirono per il bosco alla ricerca della pianta axiukamakei, il legante che avrebbe dato coesione al veleno. Quando tornarono, il rito ebbe inizio.
Rohariwe distese grandi foglie a terra e vi versò il raschiato secco di mamokori. Poi accese tizzoni ardenti e iniziò a soffiare, risvegliando il potere sopito della corteccia. Il fumo salì nell’aria, portando con sé parole sussurrate agli spiriti.
Con mani esperte, mescolò la polvere con il succo caldo e viscoso di axiukamakei. Nel silenzio teso, Rohariwe sentì il potere scorrere tra le dita. “Sta diventando forte”, mormorò. “Le mie mani si stanno addormentando.” Il curaro era pronto.

𝐋𝐚 𝐛𝐫𝐮𝐭𝐭𝐚 𝐟𝐨𝐭𝐨𝐜𝐨𝐩𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐮𝐬𝐢𝐜𝐚𝘕𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘤𝘰𝘭𝘱𝘢 𝘥𝘦𝘪 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘰𝘴𝘪𝘵𝘰𝘳𝘪, 𝘮𝘢 𝘥𝘪 𝘤𝘩𝘪 𝘢𝘴𝘤𝘰𝘭𝘵𝘢…Negli ultimi decenni, chi ha un minimo d...
11/07/2025

𝐋𝐚 𝐛𝐫𝐮𝐭𝐭𝐚 𝐟𝐨𝐭𝐨𝐜𝐨𝐩𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐮𝐬𝐢𝐜𝐚
𝘕𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘤𝘰𝘭𝘱𝘢 𝘥𝘦𝘪 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘰𝘴𝘪𝘵𝘰𝘳𝘪, 𝘮𝘢 𝘥𝘪 𝘤𝘩𝘪 𝘢𝘴𝘤𝘰𝘭𝘵𝘢…
Negli ultimi decenni, chi ha un minimo di orecchio (e un po’ di memoria musicale) lo avverte con chiarezza: la musica popolare di oggi è diventata ripetitiva, prevedibile e noiosamente perfetta.
Non è solo un’impressione da nostalgici, è un dato scientifico.
Una vasta ricerca condotta in Spagna dal Centro de Ciencias Humanas y Sociales ha analizzato più di 500.000 brani pubblicati in oltre mezzo secolo dopo il 1955.
Il verdetto? Le melodie si sono fatte sempre più simili, le armonie più semplificate, e i timbri utilizzati si sono ridotti drasticamente, colpa anche dell’uso dell’informatica e dei grandi dbase dove pescare .
Tutto questo succede nel mondo della musica popolare, commerciale, non certo nelle sale da concerto o nei conservatori: lì, per fortuna, la musica classica e orchestrale conserva ancora tutta la sua dignità musicale.
Ma nel mainstream sonoro globale, il panorama è piuttosto desolante. Come se i compositori, più che ispirati, fossero semplicemente pigri.
È colpa dei compositori? In parte. Perché nel mondo del marketing è la domanda a generare l’offerta raramente l’inverso. Poi c'è anche la pressione di un’industria che premia la familiarità delle strofe musicali anziché la novità (come avviene anche nei film. E poiché il pubblico continua a emozionarsi anche con brani già sentiti, la macchina continua a sfornare pessime canzoni-fotocopia.
Funzionano, vendono e così l'ascoltatore massificato è servito.
A peggiorare il tutto, ci si mette anche la guerra del volume. Le canzoni di oggi sono “sparate” a livelli altissimi. Negli anni ’60 e ’70 c’erano alti e bassi e spazi. Oggi si marcia dritti, con compressione audio massima, zero silenzi. Una vera aggressività sonora.
Facciamo un confronto concreto:
– Knockin' on Heaven's Door di Bob Dylan (1973): una ballata struggente, fatta di pause e sussurri.
– La versione dei Guns N' Roses (1990): più muscolare, ma meno emozionale, tutta urlata e senza sfumature.
Ma non finisce qui. I video musicali attuali sembrano prodotti da uno showroom di effetti speciali epilettici: luci stroboscopiche, costumi improbabili (o nessun costume, talvolta è meglio), e coreografie pensate per essere ricordate... ma non certo ascoltate.
Il videoclip oggi non accompagna la musica, la sotituisce e la seppellisce.
Ma non è la musica a essere decaduta quanto piuttosto il livello medio di comprensione musicale del pubblico. L’ascoltatore si abitua a una dieta di sound spazzatura e perde il gusto per l’armonia, la complessità, la sorpresa.
In altre parole, più che musica da ascoltare, quella di oggi è musica da subire che ti insegue ovunque, al bar, in pizzeria, in auto. Un martello pneumatico che spacca anche i timpani. I cosidetti “concerti” (parola rubata che esprime ben altro concetto) fanno il pieno, sorry, sold-out, così nessuno si accorge che questa non è più musica.
Eppure nonostante tutto, la musica autentica non è scomparsa. Esiste ancora, ma va cercata lontano dai riflettori: artisti indipendenti, produzioni jazz, elettronica sperimentale, folk colto, colonne sonore, trascrizioni della musica di qualità e persino progetti nati su piattaforme libere.
Musica creata da chi non cerca il like ma la nota giusta.

𝐋𝐚 𝐧𝐨𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐦𝐨𝐫𝐢𝐯𝐚 𝐦𝐚𝐢La rete ci espone continuamente a fake news, che spesso riconosciamo immediatamente come ta...
01/07/2025

𝐋𝐚 𝐧𝐨𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐦𝐨𝐫𝐢𝐯𝐚 𝐦𝐚𝐢
La rete ci espone continuamente a fake news, che spesso riconosciamo immediatamente come tali e a cui, apparentemente, non diamo alcun peso.

Anzi, le ignoriamo e tiriamo dritto.

In realtà, non rimuoviamo proprio niente.

Perché si attiva quello che Carl Hovland – psicologo e pioniere della comunicazione persuasiva – definì 𝐬𝐥𝐞𝐞𝐩𝐞𝐫 𝐞𝐟𝐟𝐞𝐜𝐭.
La notizia resta dormiente nella nostra memoria e riemerge quando incrociamo un'altra informazione che la richiama, anche solo vagamente.

Hovland, premiato dall'American Psychological Association con il "Distinguished Scientific Contribution Award", studiò a fondo questo effetto nel contesto della propaganda bellica, attraverso filmati e messaggi apparentemente inoffensivi (di questi tempi le guerre non mancano quindi sono in tanti a studiare gli effetti delle fake news sugli orientamenti).

Fino ad allora si credeva che un'informazione riconosciuta come falsa o propagandistica venisse automaticamente espulsa dalla nostra mente.

Hovland dimostrò invece il contrario: una volta dimenticata la fonte (spesso considerata inaffidabile), il messaggio riaffiora. E se nel frattempo è stato rilanciato con altre modalità, può perfino apparire credibile.
In effetti, quando riceviamo una notizia (vera o falsa) o una comunicazione pubblicitaria, nel tempo dimentichiamo chi ce l'ha detta, ma non cosa diceva.
Questo meccanismo, base della comunicazione persuasiva, è oggi sfruttato sia in politica (per influenzare gli indecisi o i bischeri, questi ultimi in produzione continua) sia nel marketing, dove è strategico oscurare il legame tra il messaggio e chi lo produce.
Perché? Perché scoprire, ad esempio, che una notizia che esalta una splendida località turistica è stata diffusa dalla locale associazione albergatori, la renderebbe immediatamente sospetta.

Ma settimane dopo, una volta persa la memoria della fonte, potremmo ritrovarci a prenotare proprio lì, convinti da un'impressione positiva che ci sembra nata spontaneamente.

E invece era solo una fake news… 𝐚𝐝𝐝𝐨𝐫𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐚.

𝑺𝒆 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒑𝒐𝒔𝒕 𝒕𝒊 𝒆̀ 𝒑𝒊𝒂𝒄𝒊𝒖𝒕𝒐, 𝒄𝒐𝒏𝒅𝒊𝒗𝒊𝒅𝒊𝒍𝒐!

𝐋𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐜𝐡𝐞𝐠𝐠𝐢 𝐬𝐜𝐨𝐦𝐩𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐚 𝐌𝐢𝐝𝐝𝐥𝐞𝐭𝐨𝐰𝐧 𝐞 𝐥'𝐢𝐧𝐯𝐚𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐭𝐮𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢𝑂𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜: 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑟𝑖𝑑𝑢𝑟𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑝𝑜𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑟𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒...
22/06/2025

𝐋𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐜𝐡𝐞𝐠𝐠𝐢 𝐬𝐜𝐨𝐦𝐩𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐚 𝐌𝐢𝐝𝐝𝐥𝐞𝐭𝐨𝐰𝐧 𝐞 𝐥'𝐢𝐧𝐯𝐚𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐭𝐮𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢

𝑂𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜: 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑟𝑖𝑑𝑢𝑟𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑝𝑜𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑟𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑒𝑙𝑖𝑚𝑖𝑛𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑐ℎ𝑒𝑔𝑔𝑖 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑠𝑐𝑢𝑠𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑜𝑠𝑡𝑒𝑛𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑓𝑎𝑣𝑜𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑙'𝑜𝑣𝑒𝑟𝑡𝑢𝑟𝑖𝑠𝑚𝑜

Nel corso di Sociologia alla facoltà Cesare Alfieri, nel libro del professor Luciano Cavalli (scomparso nel 2021) veniva citata come pietra di paragone l'opera dei fratelli Lynd: Middletown, seguita vent'anni dopo dal suo sequel Middletown in Transition.

Due indagini che avevano messo a confronto presente e passato per comprendere come e perché la città cambiava nel tempo, esattamente come nel famoso esempio pubblicitario dei prodotti di bellezza che ti mostrano il "prima" e il "dopo" la cura.

È con questo stesso spirito – tra il rigore accademico e una certa amarezza esistenziale, che mi accingo a raccontare il caso di Middletown, città contemporanea, reale, osservata nel pieno della sua "transizione".
Una città d'arte che, nel nome della sostenibilità, della bellezza urbana e della qualità della vita (degli altri), ha scoperto un ulteriore metodo formidabile per espellere i residenti: eliminare i parcheggi.

Apparentemente si tratta di scelte legate alla mobilità sostenibile e alla qualità dell'aria. Nella realtà dei fatti, invece, emerge una strategia sistematica e di lungo periodo finalizzata ad espellere chiunque abbia bisogno dell'automobile per lavorare, curare e vivere.

Nella nostra nuova "Middletown", per riprendere la definizione dei Lynd, stanno costruendo la tramvia. La tramvia non collega i quartieri: li separa. Il suo arrivo comporta l'esproprio totale di carreggiate, parcheggi e persino memoria viaria.
Una volta c'erano le strade. Ora ci sono i binari che hanno trasformato l'intera strada in stazione ferroviaria, privata degli alberi. Nient'altro se non pali elettrici.

Segue la moltiplicazione delle piste ciclabili. Anche in quei luoghi dove nessuno ha mai visto pedalare nessuno. Non importa: la loro sola esistenza è un atto etico, giustifica la cancellazione di parcheggi.

Nessuno mette in discussione l'importanza di corsie e percorsi sicuri per chi va in bici, ma è impossibile non notare come la loro realizzazione diventi spesso un pretesto per sottrarre definitivamente posti auto.

Nella lista delle dolenze non si può dimenticare lo Scudo Verde, che limita l'ingresso e sanzionerà una buona quota di auto in Middletown. Telecamere ovunque per interrogare il database delle auto non più verdi e poi c'è Cerbero, il Sistema Anti-Sosta Selvaggia: un nome mitologico per il nuovo guardiano degli inferi trasformato in vigilante digitale dei divieti di sosta. La tecnologia al servizio dell'espulsione.

Chi pensa che i rifiuti vadano raccolti dove servono, si sbaglia. A Middletown vanno messi dove disturbano, così impari! L'arredo urbano è diventato strategico. Cassonetti dell'umido, della carta, del vetro... tutti posizionati dove prima si parcheggiava. È davvero impossibile raccogliere i rifiuti in altro modo? O è proprio questo il punto?

Il calendario di pulizia stradale non può essere dimenticato, specie se ti trovi in una zona di confine con un'altra zona. In questo caso l'effetto cumulativo è devastante: chi ha un'auto quando la sera torna a casa dopo il lavoro (incredibile c’è chi lavora) passa più tempo a cercare parcheggio che a guidare.

Cordoli, semafori e geometrie stradali punitive. Angoli un tempo parcheggiabili ora sono stati "rieducati". Le strisce bianche e blu cancellate, sostituite da cordoli larghi o da passi carrabili con diritto di posteggio unilaterale: il titolare sì, tu no.
Anche la semaforizzazione è diventata un'arte. Ogni incrocio una performance. Ogni restringimento un successo per ridurre i parcheggi.

E che dire del mistero dei parcheggi che svaniscono. Tutti a Middletown hanno osservato il fenomeno: strisce bianche e blu che scompaiono. Angoli vietati alla sosta "per visibilità", ma che esistevano anche prima. Il cittadino si sveglia con una nuova sorpresa: "Dove ho parcheggiato ieri, oggi è vietato."

I posti per disabili e le corsie riservate si moltiplicano, giustamente, ma sono posizionati in modo da sottrarre ulteriori spazi alla mobilità generale. E poi che dire delle colonnine per auto elettriche perennemente vuote? Postazioni che eliminano posti auto e sono più simbolo che servizio. Senza dimenticare le zone destinate ai monopattini che sottraggono spazio anche sui marciapiedi, restringendo strade e parcheggi.

Qualcuno nota che i parcheggi esistono. Si, a costi insostenibili
I pochi posti auto rimasti sono gestiti con tariffe esorbitanti esponenziali rendendo di fatto impossibile l'accesso al centro urbano e conseguentemente provocando la chiusura dei negozi storici e di vicinato (il Mercato centrale e la sua trasformazione in attrazione turistica è la dimostrazione plastica di questa strategia). I pochi posti auto rimasti sono presidiati da richiedenti l'obolo per guidarti nelle manovre del parcheggio.

Il mantra del marketing recita: "No parking, no business." L’ho insegnato nei corsi di questa disciplina, lo si dovrebbe ripetere nei piani urbanistici. E invece. Le botteghe storiche di Middletown hanno chiuso a grappoli, non per colpa di Amazon come ci viene raccontato, ma perché i clienti non possono accedere e neanche fermarsi. Sarà un caso ma lungo i binari della tramvia molti negozi hanno abbassato i bandoni (si chiama causa\effetto).

C'è infine un ultimo aspetto, tanto visibile quanto irritante: i cantieri a tempo indeterminato e i lavori stradali. Il principio è semplice: si chiude una strada, si vieta la sosta, si rimuovono forzosamente i veicoli e... il cantiere rimane lì, immobile. Giorni e settimane di divieti, ma sulla strada non si vede nessuno al lavoro. L'impressione è chiara: l'obiettivo è soprattutto demoralizzare chi possiede un'auto e non ne può fare a meno.

E poi c’è il business delle multe.Il moltiplicarsi dei divieti e dei posti riservati è legato a una pioggia di sanzioni che grava sui cittadini, trasformando la mobilità in una tassa occulta e di fatto in un incentivo all'esodo. Chi necessita di mobilità – residenti, operatori sanitari, genitori, artigiani, viene messo sotto pressione.

A Middletown resiste una piccola schiera di cittadini e lavoratori essenziali: artigiani, idraulici, infermieri, medici e genitori, che continuano a percorrere la città e a tentare di accedervi malgrado gli ostacoli.
Resta una domanda amara e sospesa nell'aria: se una città respinge chi la rende viva, è ancora una città? O è solo una vetrina per il turista?

È chiaro che la riduzione forzata dei parcheggi, se non accompagnata da misure intelligenti e compensative, rischia di produrre effetti socialmente regressivi, penalizzando proprio le persone che hanno una mobilità necessaria e non opzionale.

Forse non è più una città. Forse è diventata una destinazione, un brand.

I residenti veri, quelli che devono alzarsi alle 6, portare i bambini a scuola, andare a lavorare a turni, visitare un paziente, sono diventati gli ultimi mohicani in lotta per un parcheggio, per un diritto, per un'idea di città che non sia solo scenografia.
E intanto gli altri arrivano, scattano foto, bevono spritz e calici di vino dalle finte buchette e mangiano cibo spazzatura, poi se ne vanno.

Ah come sono soddisfatti di aver visto un'altra città d'arte senza sapere chi c'era, né chi è stato cacciato, si cacciato, per far posto a loro.

𝐌𝐚𝐫𝐤𝐞𝐭𝐢𝐧𝐠 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐢𝐭𝐚̀ (𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐫𝐢)Quando mi chiedono che mestiere faccio ("Lei di cosa si occupa?...
16/06/2025

𝐌𝐚𝐫𝐤𝐞𝐭𝐢𝐧𝐠 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐢𝐭𝐚̀ (𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐫𝐢)
Quando mi chiedono che mestiere faccio ("Lei di cosa si occupa?") mi ritrovo a spiegare che mi occupo di marketing anzi, per la precisione di ricerche di marketing. A questo punto vedo negli occhi del mio interlocutore quella tipica espressione di chi pensa: "Ah, quindi fai pubblicità!" oppure "Quello che convince la gente a comprare cose che non servono!". Ed è qui che parte la mia spiegazione.
Mi sento costretto, a scanso di equivoci, di fornire un chiarimento sull'effettiva natura del marketing e di quella disciplina che sta a monte: la ricerca. No, il marketing non è solo pubblicità (come molti tendono a pensare), tanto meno si tratta di allestire una promozione per vendere un prodotto a 9,99 Euro, quella cifra magica che secondo alcuni guru del marketing dovrebbe farci perdere la testa, e men che mai disegnare un packaging accattivante (non mi occupo di grafica).
Cioè, il marketing può essere anche questo, ma è in prima istanza una "filosofia", cioè un approccio, insomma un modo di fare affari che dovrebbe essere conveniente per chi compra e per chi vende. E qui, invariabilmente, il mio discorso si complica.
𝐈𝐧𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐚𝐟𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚𝐧𝐝𝐨: 𝐜𝐚𝐫𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐥𝐨𝐜𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞, 𝐢𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐬𝐮𝐩𝐞𝐫𝐦𝐞𝐫𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐢 𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐫𝐮𝐛𝐚𝐧𝐝𝐨.
Se, ad esempio, chiedo ad un consumatore: "Quanto pensi che riesca a guadagnare un supermarket nella vendita di un kg di biscotti?" le risposte sono sempre le stesse: "Il 50%, il 60%, forse il 70%". A questo punto vedo il mio interlocutore che già immagina il proprietario del supermercato che nuota in una piscina piena di monete come Paperon de' Paperoni.
No, no, no davvero. Il guadagno su un bene di largo consumo varia dall'1% al 5%, a volte meno. Sì, avete letto bene: mentre voi pensate che il supermercato vi stia letteralmente rapinando, in realtà sta guadagnando meno di quanto voi spendete per il caffè al bar.
Il vero segreto (che non è poi così segreto, ma sembra che nessuno lo sappia) sta nella rotazione dei prodotti: una buona rotazione riduce lo spazio e il capitale immobilizzato, non il ricarico sul singolo prodotto. È come un valzer commerciale: più veloce giri, più guadagni.
Se su quel kg di biscotti il supermercato guadagna, ad esempio, il 2% alla settimana e riesce a far ruotare lo stock settimanalmente, alla fine del mese ha già fatto un buon guadagno. Inoltre, e qui arriva il colpo di genio finanziario, il supermercato può guadagnare anche sul flusso di cassa: incassa subito da voi e paga il fornitore a 60, 90 giorni. È come prestare soldi a se stessi, solo che funziona davvero.
Questa è la magia del Win-Win. Il lato positivo dello scambio consiste proprio in questo: l'acquirente compra spendendo meno ed è soddisfatto, altrettanto soddisfatto è l'esercente. È come quando tutti escono felici da una trattativa: non è un miracolo, è marketing fatto bene.
E proprio questa vuole essere la funzione del marketing: assicurare la massima soddisfazione del cliente con la massima soddisfazione del venditore. Si determina così una relazione proficua tra i due soggetti, che hanno tutto l'interesse a proseguire.
𝐈𝐥 𝐦𝐚𝐫𝐤𝐞𝐭𝐢𝐧𝐠 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐟𝐢𝐥𝐨𝐬𝐨𝐟𝐢𝐚, 𝐦𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚, ed infatti spiego pazientemente al mio interlocutore che oltre che una filosofia, il marketing è anche un'attività di studio che estrae empiricamente informazioni dalla pratica quotidiana e le trasforma in norme e modelli replicabili.
È come la ricetta della nonna per il ragù: funziona sempre, ma solo se sai quali sono gli ingredienti segreti e le proporzioni giuste. Ovviamente, se tutti possono accedere a questi modelli, nella competizione di mercato prevarrà chi dispone delle informazioni migliori e più aggiornate. Ed è qui che entra in gioco la ricerca di marketing e la qualità metodologica con cui viene eseguita.
Infatti il marketing, attraverso la ricerca, è principalmente la raccolta sistematica di informazioni che si dispiega in più fasi strategiche:
Fase 1: La Conoscenza del Cliente Si parte dalla conoscenza del cliente, dei suoi bisogni e dell'ambiente in cui si trova. Come dice il famoso adagio: "L'informazione è potere, chi la possiede vince". È come giocare a poker sapendo già le carte degli avversari, solo che è tutto legale.
Fase 2: La Creazione del Prodotto Si passa poi alla creazione del prodotto, conferendogli le necessarie caratteristiche su come e dove si deve presentare e quali benefici deve apportare. Non è magia, è metodo: capire cosa serve davvero alla gente prima di produrlo, non dopo.
Fase 3: La Comunicazione Il passo successivo riguarda la comunicazione: come dialogare con il mercato, come promuovere il proprio prodotto senza sembrare quel venditore porta a porta che tutti evitano. È l'arte di dire la cosa giusta, alla persona giusta, nel momento giusto.
Fase 4: La Vendita Il passaggio seguente è la vendita, verso il consumatore finale o verso altre imprese. Qui il marketing si trasforma in risultati concreti: fatturato, crescita, sostenibilità.
Fase 5: Il Post-Vendita (Il Vero Segreto) Ma l'aspetto più importante, quello che distingue i professionisti dai dilettanti, è il post-vendita. È quello che ti consente di conquistare definitivamente il cliente e fidelizzarlo, se sei bravo, a vita. È come l'assistenza dopo l'acquisto: chi la fa bene, vince per sempre.
Lo so, come spiegazione è un po’ articolata e non si presta alla sintesi da bar. Eppure questo è il mestiere che mi sono scelto, con tutte le sue complessità e sfumature.
Magari avrei dovuto fare l'idraulico: me la sbrigavo prima nelle spiegazioni ("Riparo tubi, risolvo problemi di idraulica, fine"), le persone capiscono subito cosa faccio, e soprattutto nessuno mi guarda storto pensando che il mio lavoro consista nel convincere le persone a comprare cose inutili.
Ma ormai è veramente troppo tardi per cambiare carriera. E poi, diciamocelo: in un mondo dove tutti vendono qualcosa, non sarebbe meglio che almeno qualcuno si preoccupasse di farlo bene, per tutti?
Capito? Non vendo sogni, ma ricerco bisogni.
𝑃.𝑆. - 𝐿𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑠𝑠𝑖𝑚𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑢𝑛𝑜 𝑣𝑖 𝑐ℎ𝑖𝑒𝑑𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑓𝑎 𝑢𝑛 𝑚𝑎𝑟𝑘𝑒𝑡𝑒𝑒𝑟, 𝑑𝑖𝑡𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛 𝑡𝑟𝑎𝑑𝑢𝑡𝑡𝑜𝑟𝑒: 𝑡𝑟𝑎𝑑𝑢𝑐𝑒 𝑖 𝑏𝑖𝑠𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑛 𝑠𝑜𝑙𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑟𝑒𝑡𝑒, 𝑒 𝑣𝑖𝑐𝑒𝑣𝑒𝑟𝑠𝑎. 𝐸̀ 𝑚𝑒𝑛𝑜 𝑎𝑐𝑐𝑢𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑎 𝑠𝑝𝑖𝑒𝑔𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑚𝑎 𝑎𝑙𝑚𝑒𝑛𝑜 𝑓𝑖𝑛𝑖𝑡𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑝𝑖𝑒𝑔𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑒𝑛𝑎.

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