06/03/2023
L'ESPERIMENTO
In una giornata calda del 1971, all'Università di Stanford, in California, inizia un esperimento di psicologia sociale destinato a segnare la storia.
Il docente universitario Philip Zimbardo ha selezionato fra i candidati volontari 24 studenti, maschi, di ceto medio, valutati come equilibrati psicologicamente e non inclini a comportamenti devianti.
A sorte, li ha divisi in due gruppi: chi è finito nel primo deve recitare il ruolo della guardia carceraria, chi sta nel secondo interpreterà il detenuto, dentro un finto carcere costruito all’interno del suo dipartimento.
Per due settimane i finti carcerieri dovranno gestire la prigionia dei finti carcerati cercando di far rispettare le regole del finto carcere.
Per far somigliare il posto a un vero carcere i prigionieri sono fatti spogliare nudi, gli viene messa una calza in testa, come fossero rasati, portano divise larghe tutte e uguali e numerate, hanno una catena alla caviglia.
Le guardie, dal canto loro, sono in divisa cachi, Ray-Ban a specchio per non mostrare gli occhi, dotati di manganello, fischietto e manette.
Soprattutto, hanno mano libera per gestire l’ordine nel carcere.
Zimbardo vuole sperimentare quanto la de-individuazione generata dall’abbigliamento, dal ruolo, dalla perdita di identità dei carcerati diventati numeri, insieme al contesto del carcere, possa portare persone normali a reazioni deviate.
E il risultato va molto al di là delle sue aspettative.
Già il secondo giorno iniziano vessazioni delle guardie ai danni dei carcerati e loro conseguenti proteste, con alterchi verbali e insulti.
Con il passare del tempo la situazione peggiora. Le guardie iniziano a intimidire, umiliare, tormentare i reclusi. Li sottopongono a conte esasperanti, li costringono a fare flessioni e ripetere ossessivamente canzoni senza senso.
Diversi detenuti vengono messi in una cella di rigore chiamata il “Buco” e il loro gruppo si spacca: alcuni solidarizzano e fanno sciopero della fame, altri preferiscono compiacere le guardie per preservare il gruppo.
Al terzo giorno un prigioniero ha un crollo emotivo, piange, e deve essere tolto dalla cella.
Zimbardo gli propone di lasciare l’esperimento, ma il recluso teme di essere giudicato un infame dai compagni di cella: si è scordato di essere dentro un esperimento e il docente deve scandirgli più volte nome e cognome per ricordargli che non è un vero prigioniero e convincerlo infine a lasciare il test.
Al giorno cinque Zimbardo osserva che il gruppo dei reclusi dimostra evidenti segni di disagio con disturbi emotivi e un comportamento abulico/passivo, ciononostante le guardie li tormentano lo stesso. Se alcune fanno solo il loro “lavoro” severe ma corrette e altre cercano di non infliggere punizioni, altre guardie sono ostili, vessatorie e fantasiose nelle punizioni.
Ordinano ai reclusi di fare flessioni sempre più degradanti fino a fargliele fare sui cessi, nudi. Li obbligano a espletare i loro bisogni in secchi o pulire le latrine con le mani. Gli coprono la testa con sacchetti, arrivando a gesti al limite del pornografico.
Le punizioni più gravi e umilianti, si scatenano nella notte, quando il controllo sull’esperimento sembra minore.
Eppure tutti sono solo normali studenti che hanno risposto a un annuncio.
Quando una ricercatrice dell’università va a visitare la finta prigione rimane indignata: “Stai facendo qualcosa di terribile, Zimbardo! Sono ragazzi, non detenuti, devi interrompere!”.
Di colpo quelle parole lo svegliano e Zimbardo si rende conto che anche lui si sta comportando più come il Direttore di un Penitenziario che come uno psicologo, temendo più le evasioni che non la tenuta emotiva dei pazienti, preservando la sua istituzione invece che la salutare dei partecipanti.
Per tutti, Zimbardo compreso, il finto carcere è diventato reale.
Il docente interrompe tutto e cerca di interpretare i risultati di un esperimento scioccante.
Conclude che il contesto istituzionalizzato e de-individualizzato del carcere ha davvero modificato i tratti caratteriali dei ragazzi portandoli a una perdita del senso di responsabilità e di principi cardine quali senso di colpa, vergogna, colpa, paura.
Tutti, le guardie, i detenuti e lui stesso, hanno ceduto pezzi di sé alla logica del gruppo e al ruolo interpretato.
Sono vittime - soprattutto le guardie - di quello che Zimbardo definirà “L’effetto Lucifero”.
L’esperimento viene contestato come troppo poco scientifico e più vicino a una performance artistica: in particolare il professore è accusato di una selezione troppo omogenea dei partecipanti (tutti bianchi, colti, della stessa "area" sociale) e di aver creato un contesto in cui le guardie si sentivano quasi “in dovere” di fare angherie, spinte dalla sua presenza e pressione psicologica.
Ciononostante, le dichiarazioni raccolte dai finti carcerati di Stanford risultano molto simili a quelle di veri carcerati di massima sicurezza e, sul finire degli anni Duemila. un caso eclatante riporta i fari sull’esperimento di Stanford: nella prigione di Abu Ghraib diversi militari statunitensi, tra cui alcune donne, tutti riservisti non impiegati in compiti di prima linea, commettono terribili sevizie e infliggono gravissime umiliazioni ai carcerati, denunciati da un loro commilitone.
Molte di queste violenze sono analoghe a quelle riscontrate a Stanford.
Su Abu Ghraib la difesa primaria delle istituzioni americane è accusare le singole mele marce dell’esercito, ma Zimbardo oppone la visione frutto dei suoi studi: non sono solo le mele a marcire, ma il cesto che le contiene a corromperle.
Il Sistema di potere, quello che a livello legale, politico, economico, culturale crea la situazione dove il male del singolo può emergere.
Il contesto.
Per questo, secondo Zimbardo, l’antidoto è educare i bambini e i ragazzi all’esempio eroico.
L’eroe è colui che riesce a staccarsi dalla massa, dal conformarsi al contesto e al sistema e decide di fare qualcosa.
L’eroe è l’agente del bene opposto all’agente del male, nel crinale labile che può solcare il cuore degli esseri umani.
Nel caso di Abu Ghraib è Joe Darby, soldato semplice capace di denunciare le atrocità ai superiori e portarle all'attenzione dei media, costretto poi a vivere per anni sotto scorta.
Nell' esperimento di Stanford è Christina Maslach, la giovane ricercatrice che aveva detto in faccia a Zimbardo “Stai facendo qualcosa di terribile. Sono ragazzi, non detenuti, devi interrompere!”.
La stessa donna, un anno dopo la fine dell'esperimento, sarebbe diventata sua moglie.
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Su Facebook spesso si legge il post, ma non il nome di chi lo ha scritto.
Io sono Riccardo Gazzaniga e sul tema del male e del bene mi sono interrogato spesso.
L’ho fatto anche nel mio ultimo romanzo, che ha per protagonista il criminale nazista Adolf Eichmann e l’agente del Mossad Zvi Aharoni, eroe che partì per catturarlo.
Lo trovate in tutti le librerie fisiche e digitali.
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