01/02/2026
Questa non è una storia di comunicazione sbagliata e nemmeno di soldi.
È una storia di comunicazione che, semplicemente, si lascia vedere per quello che è.
L’episodio di Leonardo Maria Del Vecchio a , il programma di Lilli Gruber, non è interessante per la figuraccia in sé. Quella passa.
Conta ciò che rende evidente: il punto di frizione tra potere economico, controllo dell’immagine e gestione della narrazione pubblica.
Quando si è abituati a comunicare da una posizione di forza e si entra in uno spazio che non si governa, il problema non è l’imbarazzo. È la perdita del frame.
Non c’è una battuta fuori posto, né un deficit di preparazione. C’è l’idea, piuttosto radicata, che il potere possa fare a meno del linguaggio. Che basti occupare lo spazio per dominarlo.
Ma non funziona così.
E la televisione, quando fa ancora il suo mestiere, nemmeno.
Resta una domanda scomoda, più del singolo scambio: quanto siamo assuefatti a racconti costruiti per il potere, e quanto siamo poco allenati a gestire i momenti in cui quel potere viene semplicemente messo davanti alle proprie contraddizioni?
Non è una questione di simpatie.
È una questione di asimmetrie. E di quanto siamo disposti a riconoscerle quando diventano visibili.
In questo quadro, a Leonardo Maria Del Vecchio si può dare un solo consiglio, urgente: lavorare davvero sul , senza inseguire un linguaggio che non parte da sé. Perché quando il contesto non è controllabile, il linguaggio preso in prestito è sempre il primo a cedere.