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02/02/2026

Sta arrivando il ➡️

Oggi parliamo del nuovo spot di PEPSI che prende di mira l’orso bianco di Coca-cola.

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Nella metropolitana di Londra il consumo di alcol è vietato da anni. È una regola legata a sicurezza, ordine pubblico e ...
22/01/2026

Nella metropolitana di Londra il consumo di alcol è vietato da anni. È una regola legata a sicurezza, ordine pubblico e gestione degli spazi condivisi, valida per tutti i passeggeri e su tutte le linee della rete TfL.

A gennaio 2026, però, sulla Bakerloo line è stata lanciata un’attivazione che ha attirato molta attenzione: per due settimane, ai passeggeri è stato consentito bere una birra durante il viaggio. Non una birra qualsiasi, ma Heineken 0.0.

La campagna non rappresenta una deroga al divieto. Heineken 0.0 non contiene alcol e, quindi, non rientra tra le regole che vietano il consumo.

Per rendere questo concetto immediatamente chiaro, Transport for London ha temporaneamente rinominato la Bakerloo line in “Bakerl0.0”, sostituendo le due “o” finali con “0.0”, il riferimento standard alla gradazione alcolica zero. È la prima volta che TfL autorizza una modifica brandizzata alla segnaletica ufficiale della metropolitana.

Lo stesso principio è stato applicato anche ad alcune stazioni, con interventi grafici come “Oxf0.0rd Circus” e “Waterl0.0”.

Oltre alla segnaletica, la campagna ha previsto la distribuzione di birre analcoliche gratuite e di porta–Oyster card brandizzati, con un punto dedicato alla stazione di Waterloo in date specifiche.

L’idea nasce anche per una motivazione sociale. Secondo una ricerca citata da TfL, il 63% dei passeggeri evita di parlare con sconosciuti durante il tragitto in metro, mentre quasi la metà afferma che una breve conversazione possa migliorare l’umore. In questo contesto, la distribuzione di una birra analcolica viene utilizzata come elemento di attivazione semplice e non invasivo, pensato per rendere meno rigido uno spazio normalmente silenzioso, senza forzare l’interazione.

🍻

The Times e Sunday Times hanno lanciato la seconda iterazione della piattaforma di comunicazione “Times change. The Time...
20/01/2026

The Times e Sunday Times hanno lanciato la seconda iterazione della piattaforma di comunicazione “Times change. The Times remains”, un progetto sviluppato dall’agenzia *MOSAIC* che si inserisce in un contesto globale caratterizzato da crescente incertezza e complessità informativa.

La campagna prende in esame i grandi temi dell’attualità — politici, sociali, economici e tecnologici — che contribuiscono a rendere il futuro sempre più difficile da interpretare. Uno dei problemi del nostro tempo è quello di essere circondati da un flusso continuo di notizie, opinioni e contenuti spesso contraddittori. Cosa è vero? Cosa è falso?

Il significato del claim “Times change. The Times remains” risiede quindi nel confronto tra il cambiamento costante del contesto globale e la continuità del metodo giornalistico. La campagna ribadisce che i principi alla base del giornalismo — verifica dei fatti, approfondimento, contesto e indipendenza — devono rimanere invariati. È su questa continuità che i due giornali costruiscono la propria identità editoriale.

L’iniziativa ha quindi una funzione di *mposizionamento di brand: rafforzare la percezione dei due quotidiani come punti di riferimento informativi in grado di aiutare il pubblico a orientarsi tra disinformazione, semplificazioni e narrazioni polarizzate.

Cos’è, se non ?

Siamo appena entrati nel 2026 e, come accade puntualmente, il 1° gennaio segna il Public Domain Day: da questa data, tut...
16/01/2026

Siamo appena entrati nel 2026 e, come accade puntualmente, il 1° gennaio segna il Public Domain Day: da questa data, tutte le opere pubblicate nel 1930 negli Stati Uniti non sono più
protette da copyright.

È per questo che personaggi come Betty Boop e Pluto diventano oggi utilizzabili senza autorizzazioni. Ma la libertà riguarda solo le versioni originali del 1930. La legge non “libera” un personaggio in senso astratto: libera una specifica incarnazione storica, con il suo design e le sue caratteristiche di allora. Tutto ciò che è stato sviluppato negli anni successivi resta protetto.

Questa distinzione, apparentemente tecnica, nel 2026 è centrale per chi crea contenuti digitali. Oggi le immagini non vengono solo disegnate ma generate. L’intelligenza artificiale
ha reso rapidissima la produzione visiva, ma non ha modificato i confini del diritto d’autore.

Un’immagine creato con l’AI che richiama Betty Boop è legittima solo se si basa realmente sulle versioni entrate nel dominio pubblico. Se invece rielabora elementi iconici successivi o riconducibili a un marchio ancora attivo, il rischio di violazione rimane, anche in assenza di
una copia diretta.

Del resto l’AI rielabora riferimenti visivi esistenti e amplifica le scelte di chi la utilizza. Proprio per questo, è entrato in vigore un nuovo quadro normativo sul suo utilizzo. L’AI Act europeo,
applicato progressivamente tra il 2025 e il 2026, ribadisce un principio chiave secondo cui la responsabilità dei contenuti generati resta umana. L’uso dell’AI non sospende il copyright né giustifica pratiche fuorvianti o poco trasparenti.
Saper distinguere tra ciò che è davvero libero e ciò che non lo è, progettare immagini e contenuti senza oltrepassare i limiti legali, costruire prompt che non inducano imitazioni
scorrette è ormai parte integrante del lavoro creativo e del marketing digitale.
È in questo spazio, tra possibilità tecnologiche e responsabilità, che oggi la formazione diventa strategica. Il corso Intelligenza Artificiale e GPTs: creazione e applicazione nel marketing digitale nasce da questa esigenza concreta: non insegnare solo a usare l’AI, ma a farlo con metodo, consapevolezza e rispetto delle regole.

Lo spot annuale di Australian Lamb, ormai una vera tradizione per il pubblico australiano, è tornato. La campagna, quest...
13/01/2026

Lo spot annuale di Australian Lamb, ormai una vera tradizione per il pubblico australiano, è tornato.

La campagna, questa volta,
prende spunto da un dato che ha fatto notizia: per la prima volta l’Australia è uscita dalla top 10 dei Paesi più felici al mondo, scivolando all’11° posto nella classifica internazionale. Un risultato che potrebbe sembrare allarmante, ma che secondo Australian Lamb racconta solo una parte della storia.

Per il brand, infatti, gli indici globali non riescono a cogliere ciò che rende davvero felici gli australiani.
Lo spot celebra l’inconfondibile stile di vita “Aussie”, ovvero australiano, fatto di semplicità, informalità e momenti condivisi: dalle grigliate improvvisate davanti al negozio di ferramenta di quartiere alle commissioni fatte in costume da bagno. Scene quotidiane che ricordano come la felicità non sia una questione di posizionamenti in classifica, ma di relazioni, vita all’aria aperta e convivialità, spesso attorno a un barbecue di agnello con amici e famiglia.

A rafforzare il messaggio, Australian Lamb ha realizzato il proprio National Australian Happiness Census, coinvolgendo persone reali in tutto il Paese. I risultati raccontano un’Australia decisamente più felice di quanto suggeriscano i ranking internazionali: il 74% degli australiani dichiara di sentirsi felice quasi sempre o sempre, con i millennial in testa all’85%.

Anche il cibo gioca un ruolo centrale in questa narrazione. Secondo la ricerca, esiste una correlazione diretta tra il consumo di agnello e un maggiore livello di felicità: chi lo mangia risulta in media 0,6 punti più felice rispetto a chi non lo consuma.

Ci credereste? 😜

Ecco perché la Summer Lamb Campaign è percepita molto più di una pubblicità. Un simbolo di connessione, orgoglio e stile di vita australiano, che dimostra come la felicità, almeno in Australia, non si misuri con un numero, ma con le persone con cui la si condivide.

Beh, non sorprende quindi che quasi la metà degli australiani consideri l’agnello un rito settimanale!

Il 2025 verrà ricordato come l’anno in cui l’intelligenza artificiale è diventata parte della quotidianità. Non più uno ...
09/01/2026

Il 2025 verrà ricordato come l’anno in cui l’intelligenza artificiale è diventata parte della quotidianità. Non più uno strumento per pochi esperti, ma una tecnologia che
una parte significativa della popolazione ha almeno sperimentato una volta.

I dati più recenti sull’uso dell’AI nella fascia 16–74 anni mostrano approcci molto diversi in Europa: colpisce come in Danimarca il 48,8% della popolazione utilizzi strumenti di
intelligenza artificiale in modo consapevole, anche in ambito lavorativo, mentre in Italia la percentuale si ferma al 19,9%.

Una distanza che non riguarda solo la diffusione della tecnologia, ma il modo in cui viene integrata nella vita delle persone.

In Italia l’intelligenza artificiale è sì entrata nelle abitudini quotidiane, ma deve ancora essere strutturata come strumento di supporto costante, soprattutto dal punto di vista educativo. In altri Paesi europei, come la Danimarca, l’adozione dell’AI è avvenuta all’interno di un
contesto più ampio di competenze digitali diffuse, costruite nel tempo e rivolte all’intera popolazione, non solo ai giovani o ai professionisti del settore tecnologico.

Non a caso, secondo i dati europei, la Danimarca investe stabilmente nella formazione digitale degli adulti e nella cosiddetta lifelong learning, con tassi di partecipazione alla formazione continua tra i più alti dell’UE.

Questo passaggio da “strumento” a “competenza” è oggi al centro dell’attenzione anche delle istituzioni italiane. Il Ministero del Lavoro ha recentemente istituito un Osservatorio sull’adozione dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro, con l’obiettivo di monitorarne l’impatto sulle competenze, sull’organizzazione del lavoro e sulle professioni del futuro.

In questo contesto, i corsi gratuiti della , come “Tutto quello che serve sapere sull’Intelligenza Artificiale”, rispondono proprio a questa esigenza: offrire strumenti di comprensione dell’ecosistema digitale e dell’AI a studenti, cittadini, famiglie e docenti, aiutando a trasformare un utilizzo occasionale dell’intelligenza artificiale in una competenza stabile e trasversale.

Un lupo che smette di fare paura, cambia comportamento e riesce finalmente a stare insieme agli altri. Ci credereste? È ...
06/01/2026

Un lupo che smette di fare paura, cambia comportamento e riesce finalmente a stare insieme agli altri. Ci credereste?

È questa l’idea al centro dello spot di Intermarché, lanciato qualche settimana fa, ma attuale anche adesso, nell’anno appena iniziato.

La storia si sviluppa come un corto animato. Il protagonista è un lupo che vive isolato: ogni volta che compare, gli altri animali scappano. Non perché stia attaccando, ma perché la sua sola presenza basta a evocare paura. Il lupo prende coscienza di questa distanza e decide di cambiare qualcosa del proprio comportamento per poter entrare in relazione con gli altri.

Non rinnega la propria natura, ma modifica le sue abitudini. Inizia a raccogliere verdure, funghi e ingredienti diversi, impara a cucinare e a preparare piatti che non rappresentino una minaccia. Attraverso il cibo prova ad avvicinarsi agli altri animali, a presentarsi non più come predatore ma come ospite. Il cambiamento è graduale, fatto di tentativi e osservazione, fino a quando riesce finalmente a sedersi a tavola con gli altri.

Del resto, Il lupo è uno degli archetipi più radicati nella cultura occidentale: fiabe e racconti lo hanno reso per generazioni il simbolo del pericolo. Intermarché lavora su questa percezione rielaborandola attraverso una narrazione alternativa.

Il cambiamento del lupo passa anche dal cibo, ed è qui che la campagna è stata più discussa. Alcuni hanno letto un messaggio ideologico, altri un tentativo di orientare le scelte alimentari. In realtà, il lupo non diventa completamente vegetariano: continua a pescare e a sperimentare. Il messaggio non è “mangiare così è giusto”, ma “trovare qualcosa che permetta di stare insieme”.

In questo senso, il cibo funziona come linguaggio relazionale. È ciò che consente al lupo di uscire dall’isolamento e agli altri di smettere di vederlo esclusivamente come una minaccia. Una metafora semplice e immediata, che non richiede una lettura ideologica per essere compresa.

Raccontare una storia, invece di spiegare una regola, si conferma ancora una volta una delle strategie comunicative più efficaci per parlare di convivenza e cambiamento.

In Brasile, a pochi mesi dall’avvio della campagna per le elezioni presidenziali del 2026, lo spot di  ha acceso una pol...
30/12/2025

In Brasile, a pochi mesi dall’avvio della campagna per le elezioni presidenziali del 2026, lo spot di ha acceso una polemica che va ben oltre la pubblicità.

Nel video, l’attrice Fernanda Torres invita il pubblico a “non iniziare il 2026 con il piede destro, ma con entrambi i piedi”, una frase - così dichiarano- pensata come metafora inclusiva ma interpretata dai conservatori come un’allusione politica contro la destra.

In un Paese fortemente polarizzato, la parola “destra” non è solo una direzione ma un’identità e lo slogan è diventato una miccia.

La reazione non si è fatta attendere: esponenti bolsonaristi hanno lanciato appelli al boicottaggio del marchio. Eduardo Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, si riprende mentre getta nella spazzatura un paio di Havaianas con i cinturini verde-oro della bandiera nazionale, accusando l’azienda di aver tradito un simbolo del Brasile.

Influencer e parlamentari altrettanti conservatori hanno rilanciato l’invito a non acquistare più le celebri infradito, trasformando un gesto di consumo in una dichiarazione ideologica.

Dall’altra parte, la sinistra denuncia una strumentalizzazione pericolosa, ricordando che Havaianas è uno dei marchi brasiliani più riconosciuti al mondo, vende oltre 220 milioni di paia l’anno e garantisce lavoro a migliaia di persone, soprattutto negli Stati del Sud-Est.
L’azienda? Beh per ora, ha scelto il silenzio.
A rendere il caso ancora più di rilievo contribuisce il profilo della protagonista dello spot: Torres è interprete di “Ainda Estou Aqui”, film pluripremiato che racconta gli anni della dittatura militare, un periodo che una parte dell’elettorato bolsonarista tende a rivalutare.

Pubblicità, memoria storica, cinema e politica finiscono così per intrecciarsi in un’unica narrazione, dove ogni simbolo viene immediatamente letto in chiave identitaria.

Un chiaro esempio di

Ogni anno i principali dizionari e osservatori linguistici analizzano le parole che meglio raccontano i cambiamenti soci...
29/12/2025

Ogni anno i principali dizionari e osservatori linguistici analizzano le parole che meglio raccontano i cambiamenti sociali e culturali in atto.

Nel 2025, tra quelle più citate, troviamo parasocial, scelta anche dal Cambridge Dictionary.

Le relazioni parasociali descrivono un tipo di legame che appare intimo e quotidiano, ma che
in realtà procede in un’unica direzione.

Possiamo commentare una story di un cantante
internazionale o scrivere a un creator con milioni di follower convincendoci di conoscerlo
davvero, semplicemente perché lo seguiamo ogni giorno.
Crediamo di avere accesso ai pensieri e ai retroscena delle vite altrui come mai prima, e questa vicinanza rende molto più facile sviluppare un legame emotivo che, pur non essendo ricambiato, ci sembra autentico.

Negli ultimi tempi è vero anche che il mondo degli influencer sta cambiando profondamente.
Se in passato l’attenzione era calamitata sui macro-influencer, oggi il baricentro si è spostato
sempre di più verso micro e nano-influencer: creator con community più piccole ma molto
più coinvolte, perché percepiti come più reali.

È in questo scenario che la relazione parasociale cambia forma. I micro-influencer diventano così punti di riferimento culturali, capaci di orientare
gusti, comportamenti, scelte di consumo e, sempre più spesso, anche percorsi formativi e
professionali.

Ma imparare a discernere tra realtà e digitale, partecipazione e informazione resta la vera
sfida.
Capire come si costruisce un’identità online, come funzionano le dinamiche dell’influenza e perché alcune voci risultano più credibili di altre non è solo una competenza per addetti ai lavori, ma una forma di alfabetizzazione contemporanea.

In questa prospettiva si inserisce il corso gratuito di
“Dall’influencer marketing alla creator strategy”, pensato per aiutare a comprendere
l’evoluzione del ruolo dei creator, le dinamiche delle community digitali e le strategie che
stanno ridefinendo l’influenza online.

Ma dicci, di più, qual è il micro-influencer che ci consigli di seguire?

Per il 2026 Pantone sceglie Cloud Dancer (Pantone 11-4201), una sfumatura morbida e naturale di bianco che assomiglia pi...
26/12/2025

Per il 2026 Pantone sceglie Cloud Dancer (Pantone 11-4201), una sfumatura morbida e naturale di bianco che assomiglia più a una nuvola che a un colore tradizionale. Non è un bianco puro né tecnico, ma una tonalità vanigliata, calda, pensata per evocare calma, equilibrio e chiarezza.

Secondo Leatrice Eiseman, direttrice esecutiva del Pantone Color Institute, questa scelta riflette un momento di trasformazione collettiva: in un mondo dominato dal rumore, dalla velocità e dalla sovrastimolazione, Cloud Dancer rappresenta il bisogno di eliminare il superfluo e ritrovare concentrazione. Non è un vuoto, ma una forma di calma attiva, uno spazio che permette di respirare e di ascoltare la propria voce interiore.

Negli ultimi anni Pantone aveva già mostrato attenzione verso tonalità emotivamente rassicuranti, come Peach Fuzz nel 2024 o Mocha Mousse nel 2025. Cloud Dancer compie però un passo ulteriore. pensateci, è così raro che un bianco venga scelto come Color of the Year; l’ultimo precedente risale al 2006 con Sand Dollar, selezionato in un clima di incertezza economica. Questa volta, però, la narrativa è diversa.

Forse il 2026 viene immaginato come un anno di nuovi inizi, di connessione e di comprensione reciproca. Ecco che Cloud Dancer diventa così la metafora di una pagina nuova, da riempire con scelte più consapevoli, idee più leggere e un modo diverso di abitare il futuro. Non punta a stupire, ma a rasserenare. È un invito a fermarsi un momento, alleggerirsi e ricominciare.

Che sia proprio questo, il nostro augurio per il Natale e il 2026.

Quanti esempi vediamo di campagne costruite con l’AI? Tantissime, ma non sempre con esiti positivi. Lo dimostra l’ultima...
23/12/2025

Quanti esempi vediamo di campagne costruite con l’AI? Tantissime, ma non sempre con esiti positivi. Lo dimostra l’ultima pensata per il Natale di McDonald’s Paesi Bassi, finita al centro di una dura polemica online per essere stata realizzata interamente con l’AI e per il tono giudicato da molti utenti “inquietante, deprimente e privo di anima”.

Il film, infatti, mostra una serie di scene natalizie costruite con personaggi e famiglie generate digitalmente, tutte alle prese con piccoli e grandi imprevisti: regali che volano via dai tetti delle auto, alberi di Natale che esplodono, cori natalizi che cantano sotto raffiche di vento e gelo. Il tutto è accompagnato da una versione alterata del classico “It’s the Most Wonderful Time of the Year, trasformato ironicamente in” the most terrible time of the year”.

L’intento creativo sembrerebbe quello di raccontare il caos delle feste, suggerendo McDonald’s come rifugio rassicurante in mezzo allo stress natalizio. Ma il risultato, per molti spettatori, è apparso freddo, artificioso e lontano dall’immaginario emotivo tipico del Natale.

Sui social, i commenti sono stati durissimi, hanno criticato apertamente il messaggio percepito come anti-natalizio, accusando il brand di svuotare il Natale dei suoi valori familiari ed emotivi per spingere il consumo. Altri hanno puntato il dito contro l’estetica stessa dell’AI: movimenti innaturali, corpi deformati, dettagli disturbanti che tradiscono la natura artificiale delle immagini e generano un senso di straniamento piuttosto che di empatia.

Fino a che punto l’intelligenza artificiale può sostituire la creatività umana, soprattutto quando si parla di emozioni?

La verità è che forse il Natale ci piace così com’è, vero, caldo, accogliente, con le sue canzoni e la promessa di una serenità che - almeno per qualche giorno - ci lascia illudere che possa durare per sempre.

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