22/11/2024
Pensereste mai di conoscere un romanzo solo perché sapete con quale inchiostro è stato scritto, su quale tipologia di carta è stato stampato o con quale software è stato impaginato? Beh, sappiamo tutti che per esprimere un pensiero, un'emozione o un parere su un romanzo occorre comprendere i personaggi, capire perché agiscono in un modo o in un altro e cogliere la concatenazione di eventi che compone la narrazione. In poche parole bisogna conoscere la storia che viene raccontata, la trama.
Allo stesso modo, conoscere le condizioni fisiologiche alla base di una malattia o di un disturbo non significa avere accesso al senso e alla complessità di quella condizione. Proviamo a spiegarlo con un esempio pratico: a maggio 2023 è stato pubblicato uno studio in cui i ricercatori annunciavano di aver registrato l'attività cerebrale in pazienti affetti da dolore post-ictus e dolore da arto fantasma. In estrema sintesi, quello che i ricercatori hanno constatato è una corrispondenza fra l’intensità del dolore rilevata da ciascun paziente in un determinato momento e la “fotografia” della loro attività cerebrale, “scattata” in quello stesso momento.
Si tratta di una scoperta rilevante, anche perché rende visibile una condizione altrimenti invisibile allo sguardo clinico. Tuttavia l'immagine del cervello registrata durante un'esperienza di dolore non coincide con l'esperienza di dolore stessa. Il dolore, soprattutto se cronico, è un fenomeno complesso che può includere diverse componenti: nocicettiva, cognitiva, emotivo-valutativa, comportamentale. Per accedere a questa esperienza (e anche per fornire una terapia) sono necessari elementi esterni alla neurobiologia: l'ascolto del paziente, la validazione del suo vissuto, l'esplorazione delle sue credenze ed emozioni. Esistono molte condizioni di salute per le quali non è stato trovato un corrispettivo fisiologico, ma ciò non vuol dire che si tratti di condizioni psicogene, psicosomatiche, inventate o immaginarie. Il rischio di un paradigma meccanicista e riduzionista, insomma, è quello di colpevolizzare il paziente di fronte a un problema invisibile allo sguardo clinico oggettivante.