25/11/2022
di Anna Rita Giacomucci
al servizio dell'immaginazione.
Che ne dite di spezzare la monotonia dei contenuti del con un po’ di creatività… artificiale? In questo venerdì nero, dove la maggior parte delle visual search riguarda immagini di prodotti su siti di e-commerce, “spendiamo” qualche parola sulla AI art parlando di Midjourney, lo strumento creato dal team di David Holz.
Midjourney, per chi non lo conoscesse, è un programma - accessibile gratuitamente in versione beta - in grado di realizzare illustrazioni complesse e particolarmente raffinate a partire da semplici messaggi di testo, “sintetizzando” immagini che popolano la rete per crearne di inedite.
Per utilizzarlo basta registrarsi su Discord, entrare in uno dei canali newbies e digitare il comando /imagine nella chat, seguito da un prompt contenente una o più parole descrittive di ciò che si vuole chiedere al suo AI bot. Permette di produrre fino a 25 render gratuiti, ciascuno costituito da quattro diverse versioni, scaricabili in alta risoluzione. Non siamo soddisfatti? Possiamo chiedere all'intelligenza artificiale di continuare a rielaborare una di queste illustrazioni e crearne altre a partire da essa.
Le parole hanno un potere enorme, ma creano davvero la realtà? Quella digitale sì e mentre esce anche l'app “Draw things: AI generation” cominciano a porsi sempre più spesso quesiti legati al diritto d'autore: di chi sono le illustrazioni? Secondo il contratto di licenza le immagini prodotte da account free sono in creative commons: chiunque può usarle, ne abbiamo la paternità, ma non il diritto di utilizzazione economica (cosa che si può fare in abbonamento). Da notare, comunque, che la normativa americana impedisce di reclamare ancor oggi il copyright di immagini generate con AI.
Siamo curiosi di vedere cosa succederà in futuro. Midjourney, alla fine, non è altro che un laboratorio di ricerca che attinge all'immaginario collettivo, senza richiedere né conoscenze di programmazione né di disegno, riuscendo a creare piccole perle come la copertina di The Economist dello scorso giugno.
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