Felice Balsamo

Felice Balsamo Nato a Napoli informatico dall'età di 9 anni, pubblico ciò che ritengo utile e divertente. Mai arrendersi.

Ho pubblicato a 49 anni il mio primo libro: Storie Verosimili della città di Napoli, con oltre 1200 copie vendute in un anno.

Domani vi aspetto dalle 8:00 su Canale 21, al VG21 Parleremo di una novità che potrebbe cambiare il nostro rapporto con ...
26/05/2026

Domani vi aspetto dalle 8:00 su Canale 21, al VG21

Parleremo di una novità che potrebbe cambiare il nostro rapporto con la sanità: la telemedicina e le televisite, cioè la possibilità di effettuare alcune visite mediche online, senza doversi recare fisicamente in ospedale, ambulatorio o ASL.

Una rivoluzione digitale che, dopo ricetta elettronica e Fascicolo Sanitario Elettronico, promette di semplificarci la vita. Ma sarà davvero così per tutti?

Ne parleremo in pochi minuti analizzando: pregi, difetti, opportunità e rischi, soprattutto per anziani e cittadini meno digitalizzati.

Seguiteci sul Canale 10 del digitale terrestre Campania o in streaming su canale21.it

Ci vediamo domattina, mentre state facendo colazione.

In questa foto ci sono due nonne, tre madri e due figli.Sembra una frase semplice, quasi matematica. E invece dentro ci ...
10/05/2026

In questa foto ci sono due nonne, tre madri e due figli.
Sembra una frase semplice, quasi matematica. E invece dentro ci sta una vita intera.

C’è mia madre, che mi ha messo al mondo.
C’è la madre di mia moglie, che ha messo al mondo lei.
C’è mia moglie, che oggi è madre di Federico.
E poi ci sono due figli, mia moglie e Federico.

Diventare padre a 51 anni è una cosa strana.
Ti arriva addosso quando pensavi di aver capito più o meno come funzionasse il mondo. E invece no. Il mondo ricomincia da capo.
Da un respiro piccolo, da una manina, da un pianto, da una paura, da una speranza.

La vita è imprevedibile. A volte ti regala fotografie che non avevi nemmeno immaginato di poter scattare.

Non so quale sarà il futuro. E forse nessuno lo sa davvero. Ma so che il passato è tutto qui, nei volti di chi ci ha cresciuto.
E il presente è tutto qui, in Federico, che oggi tiene insieme generazioni, storie, fatiche, amore, paure e miracoli quotidiani.

Ci sono foto che non sono solo foto. E questa, per me, è una di quelle.

Potevo mai non dire la mia sulla rapina al Vomero?No, perché qua a Napoli pure le rapine diventano uniche.Non inizio col...
19/04/2026

Potevo mai non dire la mia sulla rapina al Vomero?
No, perché qua a Napoli pure le rapine diventano uniche.

Non inizio col dire che “solo a Napoli poteva capitare”… perché incredibilmente la stessa e identica rapina avvenuta al “Vomero” ci aveva già pensato un certo Leonardo Notarbartolo, che il 15 febbraio 2003 portò a compimento all’Antwerp Diamond Center di Anversa quello che è stato il più grande furto di diamanti della storia.
È praticamente la stessa e identica storia che abbiamo visto qui, qualche giorno fa, al Vomero.

Già incredibile. Non siamo nemmeno primi.
La famosa “rapina del secolo” di Anversa del 2003, è il copia-incolla perfetto di quello che è successo da noi. Stessa sceneggiatura, stessi tempi, stessi movimenti. Solo che Napoli non è Anversa: ovviamente c’è più pathos… e qualche motorino parcheggiato avanti la banca, in piena rapina, in più.

Ma andiamo con ordine. Perché se non mettiamo un po’ di precisione geografica, qua scoppia la guerra civile.

La rapina NON è avvenuta al Vomero. Giammai.
È avvenuta all’Arenella. Piazza Medaglie d’Oro si trova nel quartiere Arenella.

E chi è dell’ambiente lo sa: l’Arenella è il Vomero che non ce l’ha fatta.
È quella zona dove finisci quando il pedigree nobiliare non regge più e il portafoglio dice “guagliò, adattati”.

E già questo è un primo primato nostro.

Secondo primato: i rapinatori.
Non italiani, come si sono affrettati a dire le TV nazionali con la solita superficialità… ma napoletani.

Grazie all’attenta analisi degli ostaggi (che a Napoli sono praticamente linguisti della Federico II), si è capito che l’accento era stretto, roba da centro storico.
E qui si apre uno scenario che manco FBI.

A Napoli, con quasi un milione di abitanti, noi siamo in grado di capire da dove vieni solo da come dici “uè”. Capisci il quartiere, la strada, forse pure il pianerottolo.

Quindi: erano del centro storico, diciamo prima, seconda e terza municipalità, circa 300.000 persone.
Sappiamo che erano maschi e possiamo stringere a 150.000 indiziati; togli over 80 e under 18, restano 60.000 / 80.000 napoletani del centro storico.

Ragazzi, praticamente li abbiamo già presi.
Manca solo la fila per riconoscerli.

Ma la cosa che mi ha fatto veramente cadere dalla sedia è un’altra.

Nel mio libro, Storie verosimili della città di Napoli vol. 2, parlo di Don Pasquale detto “’o Decumano” (storia 135).
Uno che conosceva tutti i cunicoli sotterranei della città e si muoveva sotto Napoli meglio della metro linea 1.

E ora nel 2026, noi davvero pensiamo che sia fantascienza?

Cioè: entrano dalla banca, raccolgono gli ostaggi, aprono le cassette di sicurezza… e poi?
Escono da sotto terra, mentre fuori la salumeria AMODIO è aperta tranquillamente al civico prima della banca, i motorini stanno parcheggiati sul marciapiede come sempre, e le forze dell’ordine — con tutto il rispetto — stanno arrivando da Livorno.

Tempo tecnico per fare una rapina con calma, prendersi un caffè, magari pure due sfogliatelle.

Nel frattempo i rapinatori stanno già a Mergellina, si fanno quattro bagni e poi tornano a casa come se nulla fosse.

Se volete capire meglio cosa è successo, guardatevi la serie TV Everybody Loves Diamonds.
È la versione “tv" di quello che abbiamo visto dal vivo all'Arenella.

Alla fine, di tutta questa storia, mi resta solo un cruccio.

Non avere qui con noi il grande Federico Salvatore.
Perché lui queste cose le aveva capite prima di tutti.
E soprattutto le avrebbe raccontate meglio.

Molto meglio.

Perché Napoli non è solo una città: è un luogo alla ricerca dell’ingegno perenne… e chi non lo capisce resta sempre indietro, pure nelle rapine.

13/04/2026

“Storie verosimili della città di Napoli – Vol. 2” è stato presentato al TG3 LeggiLibri.
Un traguardo che, detto senza giri di parole, mi rende orgoglioso.

Grazie al mio editore, De Nigris Editore , che ha creduto in questo progetto fin dall’inizio, quando era solo un’idea e qualche appunto sparso.

Questo libro sta camminando con le sue gambe. Sta vendendo, sì, ma soprattutto sta arrivando alle persone giuste. A chi Napoli non la vuole patinata, ma vera. A chi la conosce nei dettagli: nelle crepe dei muri, nei sorrisi improvvisi, nelle contraddizioni che fanno male ma anche vivere.

È una Napoli sincera, senza filtri. A volte dura, a volte ironica. Sempre autentica.

E un grazie lo devo a chi ha camminato con me dentro queste pagine: Grazie alle foto di Cammarano , Balsamo, Fabrizio Reale, Giancarlo De Luca, Leandro Felicioni, Salvatore Elefante, Quagliuolo e alle magnifiche prefazioni di Ceva Grimaldi e Capezzuto .

Questo non è solo un libro. È un pezzo di città messo nero su bianco.
E se sta arrivando fin qui… vuol dire che Napoli, quando è raccontata bene, non ha bisogno di urlare.

cari , il libro lo trovate in tutte le Feltirnelli di Napoli, e in tutte le librerie d'Italia (previa prenotazione o su Amazon al link: https://amzn.eu/d/08T2Y2zJ

Ci sono artisti che fanno ridere. E poi ci sono quelli che cambiano le regole del gioco. Peppe Iodice è uno di questi. U...
17/03/2026

Ci sono artisti che fanno ridere. E poi ci sono quelli che cambiano le regole del gioco. Peppe Iodice è uno di questi. Uno che nasce a Barra, cresce tra San Giorgio a Cremano e Portici… cioè, diciamocelo chiaramente: uno cresciuto nella palestra più dura e vera che esista, la vita vera.

E quando vieni da lì, o fai sul serio… o non fai niente.

Nel 2021 si inventa il Peppy Night. Inventa, sì. Perché non è una trasmissione. Non è teatro. Non è TV. È un casino organizzato… che funziona.
Un format nato quasi per caso che oggi fa numeri che molti “grandi nomi” si sognano la notte: teatro Troisi pieno ogni settimana, biglietti introvabili, gente fuori che spera in un miracolo, artisti da tutta Italia che fanno a gara per salire su quel palco, milioni di visualizzazioni sui social, la sua “telefonata” è diventata ormai un appuntamento atteso da tutti.
Tradotto: ha capito prima degli altri che il pubblico non vuole più il teatrino… vuole sentirsi dentro qualcosa.

La polemica con Teo Mammuccari? È quasi simbolica.

Da una parte c’è Peppe, che ha riscritto le regole moderne dello spettacolo. Dall’altra chi prova ancora a far ridere con meccanismi vecchi, già visti, già sentiti… e diciamolo, pure un po’ stanchi.

Poi ci sono i fatti. Peppe Iodice non è solo palco: 8 film, serie come I Bastardi di Pizzofalcone… e ora il 19 marzo esce il suo primo vero film da protagonista.

E qui permettimi una cosa. Non va supportato “perché è napoletano”. Va supportato perché ha quella cosa rara che non si insegna: fa crescere chi gli sta intorno.
Accende Mastrandea, Procopio, Decibel Bellini e tanti altri. Dà spazio. Crea gruppo. Porta pubblico vero. Tiene in vita un teatro ogni settimana, per anni. E in un’epoca dove i teatri chiudono… questo non è talento è genialità.

Senza gente così, molti palchi oggi sarebbero supermercati.

E allora sì: il 19 marzo andiamo a vedere il film.
Non per simpatia. Ma perché quando uno cambia le regole… va seguito.
Un unico appunto, Peppe… (non ci conosciamo, ma te lo dico lo stesso): il titolo del film è troppo napoletano. Tu ormai sei roba nazionale. Il tuo Peppy Night può girare tutta Italia. Proprio a Marzo ma del 1981 un certo Massimo Troisi portò al cinema il suo primo film, con un titolo tutto “italiano”.
Poi oh… se anche così caro Peppe Iodice riempi le sale… allora hai vinto tu, come sempre.

Ieri sera in televisione per la prima volta nella storia della TV Italiana, su Rai 1 andava in onda uno speciale su Sanr...
15/03/2026

Ieri sera in televisione per la prima volta nella storia della TV Italiana, su Rai 1 andava in onda uno speciale su Sanremo con Sal Da Vinci e contemporaneamente, su Canale 5, trasmettevano il concerto di Sal Da Vinci registrato questa estate in Piazza del Plebiscito.

Cioè, praticamente, se prendevi il telecomando e facevi zapping… trovavi Sal Da Vinci su tutte e due le reti principali italiane.

Ora, non so se vi rendete conto. Per anni ci hanno spiegato che la canzone napoletana era folklore, roba buona per i ristoranti italiani a Berlino, per le cartoline turistiche, per gondole veneziane e per i "famosi matrimoni dei camorristi".

E invece succede che quando una canzone ha la cadenza napoletana, l’accento napoletano, il sentimento napoletano… fa ascolti, fa streaming, riempie piazze e teatri e anche ascolti TV!

A noi questa cosa, diciamolo chiaramente, fa pure piacere.
Perché se questo trend continua – e soprattutto se noi siamo bravi a non rovinarlo – potrebbe davvero riportare la canzone napoletana dove merita di stare: al centro della scena.
Se guardiamo le piattaforme di streaming, dove ormai la musica si ascolta davvero, i numeri parlano chiaro. Tra i dominatori delle classifiche ci sono proprio Sal Da Vinci e Samurai Jay (Gennaro Amatore, classe 1998, di Mugnano di Napoli).

L’unico problema è che tutto questo probabilmente è passato inosservato a Cazzullo, che in questi giorni sembra piuttosto impegnato a raccontarci i matrimoni dell’alta società italiana.

E probabilmente è sfuggito anche a Calderoli, che pure – con la sua nota imparzialità istituzionale – continua a occuparsi (da persona storicamente imparziale) di autonomie e regionalismi dopo quella famosa condanna in primo grado per diffamazione con aggravante dell’odio razziale (poi finita in prescrizione nel 2024).

Ma sia chiaro: questo non significa che esiste un Nord e un Sud. Noi qui al SUD non lo diciamo. Diciamo solo che c’è ancora qualcuno, soprattutto nelle vecchie generazioni che occupano "ancora" ruoli importanti, che quella divisione la immagina, la coltiva e ogni tanto prova pure a raccontarcela.

Nel frattempo, però, succede una cosa semplice. La gente ascolta musica. E quando sente Napoli, tutto cambia.

La canzone napoletana è tornata al centro. Sarà pure un caso… ma i casi stanno iniziando a essere un po’ troppi.  Cultur...
08/03/2026

La canzone napoletana è tornata al centro. Sarà pure un caso… ma i casi stanno iniziando a essere un po’ troppi. Cultura, musica, linguaggio. E negli ultimi tre anni i segnali sono stati chiarissimi.

Nel 2024 vince Sanremo Angelina Mango. Qualche mese prima aveva già spaccato tutto con “Che t’o dico a fa’”: titolo in napoletano, parole in napoletano, e dentro pure riferimenti ai vicoli di Spaccanapoli. Mica Via Montenapoleone o Via della Spiga.

Nello stesso anno Geolier arriva secondo a Sanremo cantando una canzone interamente in napoletano. Una lingua che qualcuno ancora chiama “dialetto”, ma che evidentemente milioni di persone capiscono benissimo.

Nel 2025 arriva Serena Brancale con “Anema e core”: italiano, pugliese, napoletano.
Tre identità nella stessa canzone. Perché il Sud, quando vuole, sa essere contaminazione e modernità insieme.

E poi arriviamo al 2026. Dopo il tormentone “Rossetto e caffè”, Sal Da Vinci vince Sanremo.

E nel 2027 succede un’altra cosa interessante: a presentare il Festival più importante d’Italia – quello che da solo fa circa il 50% del fatturato della RAI – sarà un giovane napoletano. Uno che di gavetta ne ha fatta poca, ma che sa coinvolgere e conquistare con quel suo modo di fare tutto partenopeo.

Ora mettiamo insieme i pezzi. Nel giro di tre anni, Napoli – o comunque la sua lingua, il suo suono, la sua cultura – è stata costantemente al centro della musica italiana. Quella che vince.
Persino Ultimo decide di fare un tormentone in napoletano con Geolier.

Perché la verità è semplice: la musica napoletana, l’identità partenopea, la sonorità della nostra lingua sono uniche e riconoscibili ovunque. E questa è una cosa che non si compra e non si imita.

Si chiama identità. E quando una cultura è forte, entra, si mescola, conquista.

Poi certo, c’è ancora qualcuno fermo al vecchio derby Nord-Sud, come se l’Italia fosse uno spogliatoio diviso in due. Ma mentre loro criticano… la musica napoletana riempie le classifiche.

E se devo dire la mia, sentirla cantata anche da chi napoletano non è, per me non è un problema ... è orgoglio.

Questo che vedete nella foto si chiama Aldo Cazzullo. Non fate battute sul cognome… c’è tempo dopo. Ha detto, parlando d...
06/03/2026

Questo che vedete nella foto si chiama Aldo Cazzullo. Non fate battute sul cognome… c’è tempo dopo. Ha detto, parlando della vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo, che la sua “Potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra.”.
Eccolo qua. Come avevo annunciato: se vince Napoli… per qualcuno vince la camorra. Cazzullo scrive sul Corriere della Sera e, evidentemente, quella sera aveva mangiato peperoni. Perché qualcosa gli è rimasto pesante.

Ora, da napoletano, devo confessare una cosa: io – come tanti altri – a un matrimonio della camorra non ci sono mai stato. Se lui invece ha tutta questa esperienza, magari potrebbe farci una lezione. Così impariamo a riconoscerli: buffet, bomboniere, playlist… almeno sappiamo come funziona.

Perché poi succede sempre la stessa cosa: prima la frase "razzista" … e poi la toppa. “Io adoro Napoli.” “Io adoro la musica napoletana.” Da esperto avrà cercato su Google, e ha scoperto Geolier, Nino D’Angelo, Gigi D'Alessio, Mario Merola. Secondo me non saprebbe riconoscerli neanche se glieli mettessero seduti al tavolo di un matrimonio.

Caro Cazzullo, due cose.
La prima: io non vado da un ragazzo nero a dire “puzzi”, né da uno obeso a dire “sei un chiattone”, per poi aggiungere che scherzavo e che apprezzo Mario Balotelli o che sono un grande fan di Oliver Hardy –‘o chiatt’ di Stan Laurel e Ollio.

Perché non funziona così. Così si inizia nelle scuole e poi si finisce con i coltelli.
E quando poi dici “io adoro Napoli”, suona pure peggio.

I romani dicevano Nomen Omen: nel nome è nascosto il destino.
E guarda caso qui a Napoli abbiamo cantanti che nel cognome già raccontano qualcosa: Nino D’Angelo, Angela Luce, Valentina Stella, Gianni Fiorellino…
E poi Sal Da Vinci: nel cognome aveva già scritto il destino di Sanremo.

Poi ci sono io… Felice Balsamo e poi ci sei tu che ‘a finale …. si’ solo Cazzullo.

P.s. Guarda caso "Cazzaniga" era proprio il nome dato al "milanese" dal grande Luciano de Crescenzo nel Mistero di Bellavista.

Adesso si scava nella vita di Sal Da Vinci.Nemmeno il tempo di vincere Sanremo: ha vinto un napoletano. E questo, per qu...
01/03/2026

Adesso si scava nella vita di Sal Da Vinci.
Nemmeno il tempo di vincere Sanremo: ha vinto un napoletano. E questo, per qualcuno, cambia tutto.

Mezza Italia è alla ricerca dello scoop. Non ha vinto un "cantante, ha vinto un “Neomelodico”, perché nel gergo di certi benpensanti, “neomelodico” è sinonimo di camorra.

Si stanno vagliando tutti i matrimoni del Sud degli ultimi quarant’anni.
Si stanno controllando le comunioni, le serenate, pure i battesimi del ’92.
Tra poco apriranno un fascicolo pure su chi ha cantato “O surdato ’nnammurato” al compleanno di zia Concetta. Nella speranza di trovare Sal da Vinci al battesimo del nipote del fratello dell'assessore arrestato.

Perchè al 76esimo Festival di Sanremo, non “ha vinto un cantante italiano.", come si direbbe in una nazionale unita, ma: “ha vinto un neomelodico napoletano.”

Perché l’etichetta viene prima della persona.
E state sereni che tra poco toccherà pure a Stefano De Martino: qualcuno ricorderà che una volta portò una pizza a casa della cugina del fratello di uno che vendeva si*****te di contrabbando nel ’98. Perché non conta chi sei. Conta da dove vieni.

È lo stesso principio del razzismo di Stato delle assicurazioni auto: puoi essere in prima classe da vent’anni, mai un incidente, mai una multa. Ma se sei nato a Napoli… paghi di più. Per principio.

Il tempo passa, le canzoni cambiano, le piattaforme streaming pure.
Il pregiudizio invece è vintage: non passa mai di moda.

La verità è una sola: ha vinto un artista che di strada ne ha fatta.
Ha studiato, ha lavorato, ha cantato, ha costruito una carriera.
E l’ha fatto con il suo accento, con la sua storia, con la sua città addosso.

Questo dà fastidio. Perché racconta che si può arrivare lì per merito.
Vai Sal, vai all’Eurovision, nun 'e penzà. Vai Stefano, continua a ballare e presentare e a fare quello che sai fare, perchè in fin dei conti diranno che a Napoli i "pacchi" li sappiamo fare bene...

Da qui al prossimo Sanremo scaveranno, cercheranno, infangheranno. Troveranno pure il registro delle elementari se serve.

Ma una cosa non la capiranno mai: cosa significa essere napoletano. Crescere con l’arte nelle vene e la diffidenza addosso. Arrivare in alto e dover dimostrare il doppio.

Ps. Io non so cantare come Sal. Non so ballare come Stefano. Per il resto, sono come voi. E di questo, francamente, sono orgoglioso.

A questa età i regali non si scartano…si aspettano. E questo è il più bello di tutti.Grazie a tutti per gli auguri dello...
22/02/2026

A questa età i regali non si scartano…
si aspettano. E questo è il più bello di tutti.
Grazie a tutti per gli auguri dello scorso 17 febbraio.

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Naples
80139

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