Felice Balsamo

Felice Balsamo Nato a Napoli informatico dall'età di 9 anni, pubblico ciò che ritengo utile e divertente. Mai arrendersi.

Ho pubblicato a 49 anni il mio primo libro: Storie Verosimili della città di Napoli, con oltre 1200 copie vendute in un anno.

Queste sono le mani di Mammina e le mie.Mammina ha quasi 89 anni. Babbuccio quasi 88.Nella loro vita hanno lavorato, pag...
11/09/2026

Queste sono le mani di Mammina e le mie.
Mammina ha quasi 89 anni. Babbuccio quasi 88.

Nella loro vita hanno lavorato, pagato tasse e versato contributi per decenni. Facendo due conti molto alla buona, tra IRPEF, contributi, imposte e tutto quello che lo Stato si è preso nel corso di circa 40 anni, probabilmente siamo più o meno vicini al milione di euro.

E va bene così. Quel milione è servito anche agli altri.

A pagare pensioni, ospedali, cure, assistenza, servizi. È servito magari a salvare la vita a persone che non avevano un euro. È questo il principio di una società civile: oggi pago io, domani magari servirà a te.

Però, diciamocelo: un milione di euro è sempre un milione di euro.

Se invece di versarlo allo Stato lo avessimo messo da parte, oggi Mammina probabilmente avrebbe una clinica privata tutta sua, una stanza con vista mare e almeno tre cessi d’argento con il filo d’oro che gira intorno alla tavoletta.

Ma noi siamo persone serie. Abbiamo scelto lo Stato. E quindi eccoci qua.

Mammina, nel frattempo, nei referti è diventata una “grande anziana”.
Perché “vecchia” evidentemente è offensivo.
“Anziana” forse sembra ancora troppo giovanile.
“Grande anziana” invece ti dà subito quell’aria istituzionale che fa capire che stai inguaiato, però con eleganza.

Io, a 51 anni, sono passato da ‘O Zi’ a… ‘O Signore e, per dirla tutta, aspiro a diventare come Mammina… Grande Anziano.

Da alcuni mesi, purtroppo, entriamo e usciamo da pronto soccorso, ospedali, reparti e ambulatori.

Ed è proprio qui che quel famoso milione di euro dovrebbe finalmente cominciare a restituire qualcosa.
In teoria.
Perché in pratica entri in un mondo che Nanni Loy, se fosse ancora vivo, ci avrebbe fatto una serie Netflix di dodici stagioni.

Per le cure di Mammina c’è il PUA (non so che vuol dire).
Il PUA deve attivare l’ADI (Assistenza Domiciliare Integrata).
L’ADI la deve fare il reparto.
Il reparto deve mandare la documentazione.
Però il medico non ha lo SPID.
Allora l’assistente sociale dell’ospedale, chiama il medico di sala, che deve chiamare un altro medico che ha lo SPID, ma che deve trovare la password, perché quella vecchia non la ricorda più.

Semplice.

Solo che poi scopriamo che l’ADI è sbagliata.
Al PUA di Piazza Nazionale è arrivato il referto di un’altra paziente, che tra l’altro aveva subito una tracheotomia.
Mammina, fortunatamente, no.

Arriva quindi l’infermiera a casa per curarla, legge il piano e praticamente dice: “Signò, io così non posso fare niente”.

Torniamo al PUA.
Il PUA dice che deve correggere l’ospedale.
L’ospedale deve mandare una comunicazione per certificare che, effettivamente, mia madre non è l’altra signora.
Passano i giorni.

Nel frattempo, siccome le piaghe di Mammina non conoscono i tempi della Pubblica Amministrazione, paghiamo noi un infermiere privato, farmaci e pure medicazioni.

Poi finalmente arriva l’ADI corretta.
🎉 MIRACOLO.
Ma proprio quando pensi di aver sconfitto il mostro finale del videogioco, Mammina ha un altro problema e viene ricoverata di nuovo.

E quindi?
L’ADI si ferma.
Va modificata.
Chi la modifica?
Il medico curante?
No.
Il reparto?
Forse.
Il PUA?
Dipende.
Vai al PUA.
Il PUA dice che può mandare il modello 5 il medico curante.
Vai dal medico curante.
Il medico manda il modello 5.
Mammina, dopo venti giorni, viene dimessa.
Ora bisogna riattivare l’ADI.

Ma prima deve ve**re il chirurgo.
Aspettiamo il chirurgo.
Nel frattempo Mammina ha la febbre.
Pronto soccorso.
Cardarelli.

E anche qui entra in scena un altro piccolo dettaglio del nostro meraviglioso sistema.
Perché con il trasporto ufficiale rischi che, per scendere quattro piani, una persona allettata venga trasportata in un telo!
Quindi paghi un trasporto privato, che è fornito di sedia pieghevole.
Arriviamo al Cardarelli.

Mammina viene curata.
Dimessa.
Ci prescrivono la terapia.
Ci sono i nomi dei farmaci.
Benissimo.
Peccato che non siano indicate chiaramente né la durata né la posologia.
Quanti milligrammi?
Per quanti giorni?
Il medico di famiglia non lo sa, la farmacia non lo sa.
Serve il piano terapeutico per alcuni farmaci.
E quindi?

Si torna al Cardarelli.
Nel frattempo trovi il piano terapeutico, trovi i farmaci, trovi la terapia… ma scopri che l’ADI non è stata ancora modificata.

E allora di nuovo PUA.
ADI.
Modello 5.
Medico.
Reparto.
SPID.
Infermiera.
Chirurgo.
Piano terapeutico.

A un certo punto non sai più se stai curando tua madre o se stai partecipando a una escape room organizzata dall’ASL.

Però una cosa buona da tutta questa storia l’ho capita.
Se potessi tornare indietro di sessant’anni, a Mammina e Babbuccio forse direi:
“Sentite a me. Lavorate pure… ma fatelo a nero!”.
Perché magari quel milione di euro oggi starebbe sul vostro conto corrente, in più Mammina risulterebbe nullatenente, avrebbe diritto a tutto gratuitamente…
…e io e mia sorella, invece di impazzire tra un PUA e un’ADI, avremmo pure il milione di euro da ereditare, la famosa clinica privata e i famosi tre cessi d’argento col filo d’oro.

Naturalmente scherzo. Perché le tasse vanno pagate.
I contributi vanno pagati. Lo Stato sociale va difeso.

Ma proprio per questo, dopo aver pagato per una vita intera, a 89 anni non dovresti essere costretto a conoscere la differenza tra PUA, ADI, modello 5, piano terapeutico e SPID meglio di un dirigente dell’ASL.

A quell’età dovresti avere una sola incombenza burocratica: dire dove ti fa male.
Al resto dovrebbe pensare lo Stato.

Altrimenti, noi figli che ci ostiniamo a voler bene ai nostri genitori, più di quanto loro abbiano voluto bene a noi da piccoli quando avevamo la febbre, rischiamo da “vecchi” di non diventare “grandi anziani” come Mammina, ci fanno morire prima.

Una precisazione.
In questi mesi, anzi anni, un grazie va agli infermieri, ai medici che lavorano ogni giorno nei reparti, nei pronto soccorso, e alle forze dell’ordine che con pazienza presidiano i nostri ospedali.
Perché lavorano in condizioni difficili, ben oltre il famoso giuramento di Ippocrate che fanno.
Sono purtroppo l’ultimo anello di una catena che funziona male dall’origine.
Sono loro che ci mettono mani, volto, faccia e anche famiglia.
Sono loro che devono correre durante turni impossibili.

Loro che devono lasciare i propri figli alle nonne, agli zii, per mantenere in piedi un sistema che ha costi esorbitanti, sprechi enormi e che è da rifare.
Come sapete, ho lavorato 11 anni nella Pubblica Amministrazione e penso di conoscerla nel profondo, nell’animo.

Ciò che va riorganizzato è il livello più alto, non “l’infermiere”, che alla fine davvero ci mette l’anima, forse anche più di quanto possa metterne un figlio per un proprio genitore.

Questo tesserino è arrivato a giugno, ma per mille motivi ho deciso di raccontarlo soltanto adesso.Forse perché è arriva...
28/08/2026

Questo tesserino è arrivato a giugno, ma per mille motivi ho deciso di raccontarlo soltanto adesso.
Forse perché è arrivato in uno dei momenti più particolari della mia vita. Forse perché alcune cose hanno bisogno di qualche mese prima di essere capite davvero.

E sì, lo ammetto: mi ha emozionato.

Non perché un tesserino trasformi improvvisamente qualcuno in Montanelli – nel mio caso il rischio è decisamente scongiurato – ma perché rappresenta un traguardo, una responsabilità e anche il riconoscimento di un percorso fatto di parole, storie, persone e tanta curiosità.

Entrare a far parte dell’Ordine dei Giornalisti mi ha fatto comprendere ancora meglio quanto lavoro ci sia dietro una notizia fatta bene. Quanta preparazione, quanta formazione continua, quante regole, quanta attenzione e quanta responsabilità ci siano dietro quel verbo apparentemente semplice: informare.

Per questo voglio ringraziare l’Ordine dei Giornalisti della Campania. In questi mesi ho avuto modo di conoscere più da vicino una realtà professionale che nella nostra regione può contare su tantissimi giornalisti capaci, competenti e appassionati, persone che ogni giorno provano a raccontare ciò che accade con equilibrio, rigore e indipendenza.

E ho capito soprattutto una cosa: fare bene il giornalista è un lavoro tremendamente faticoso. Molto più semplice commentare tutto sui social in trenta secondi. Lì, per fortuna, siamo già tutti direttori di giornale, commissari tecnici e presidenti del Consiglio.

Io probabilmente non sarò mai un giornalista all’altezza delle firme che hanno fatto e fanno la storia di questo mestiere.

Ma farne parte mi ha reso più consapevole, più attento e, credo, anche un po’ più maturo.
E mi dà una responsabilità in più verso chi, negli anni, ha scelto di leggermi, seguirmi, criticarmi, correggermi e qualche volta persino sopportarmi.

Continuerò soprattutto a fare quello che amo: raccontare Napoli.

Le sue bellezze e le sue contraddizioni. Le cose straordinarie e quelle che non funzionano. Le persone, i quartieri, le storie, la politica, i problemi e quella capacità tutta napoletana di essere contemporaneamente tragedia, commedia e capolavoro.

Lo farò con ancora più passione, con maggiore attenzione e con la libertà che ho sempre cercato di difendere.

Perché questo tesserino, alla fine, non è un punto di arrivo.
È soltanto un altro modo per ricordarmi che le storie meritano di essere raccontate. E meritano di essere raccontate bene.

E Napoli, di storie da raccontare, fortunatamente per me, sembra non avere nessuna intenzione di rimanere senza.

Il problema, adesso, sarà capire cosa rispondere quando mi chiedete: “Ma tu, nella vita, che fai?”
Molti di voi, quando mi riconoscono per strada, partono con l’elenco: “Ah, tu sei l’informatico… il programmatore… lo scrittore… l’autore… il blogger… quello di Facebook…”.
E adesso pure giornalista ...

A questo punto credo che la risposta più corretta sia una sola: Non so cosa faccio, .. e continuo a non saperlo spiegare in meno di dieci minuti.

Grazie a tutti voi per avermi spinto a fare questo passo. Senza il vostro supporto, i vostri incoraggiamenti e, diciamolo, anche qualche sana insistenza, probabilmente avrei rimandato questo obiettivo ancora per molti anni.

Perché in fondo sono fatto così: sulle cose degli altri riesco sempre a trovare una soluzione. Su quelle che riguardano me, invece, riesco perfettamente a rimandare anche ciò che desidero davvero.

Quindi questo tesserino è anche un po’ colpa vostra.
Ve ne sono davvero grato!

Questa nella foto è Manila Esposito, il cognome, dalle nostre parti, è praticamente un marchio di fabbrica.È campana, na...
18/08/2026

Questa nella foto è Manila Esposito, il cognome, dalle nostre parti, è praticamente un marchio di fabbrica.
È campana, nata a Boscotrecase, provincia di Napoli, nel 2006. A due passi da Pompei, praticamente in quella zona dove evidentemente, oltre ai siti archeologici, ogni tanto esce pure qualche campionessa mondiale.

Manila Esposito non è semplicemente una brava ginnasta. Nel 2024 è diventata l’unica ginnasta, dall’introduzione del nuovo Codice dei Punteggi, a vincere tre ori individuali nello stesso Campionato Europeo.

Nel 2025 ha vinto per la seconda volta consecutiva il titolo europeo nel concorso generale individuale: mai nessuna italiana c’era riuscita prima.

A Parigi 2024 si era portata a casa anche un argento olimpico a squadre e un bronzo alla trave.

Poi per "fortuna" sono arrivati i social network a individuare finalmente il vero problema di Manila Esposito: è “chiattona”.

Meno male. Perché noi ingenui stavamo lì a guardare ori europei, medaglie olimpiche, esercizi su una trave larga dieci centimetri, anni di allenamenti, sacrifici, cadute e ripartenze. E invece niente. Dovevamo controllare la coscia, la circonferenza del bacino semmai.

D’altronde oggi abbiamo trovato anche un termine elegante: BODY SHAMING. Fa più chic. Una volta si diceva semplicemente offendere una persona per il suo corpo. Adesso lo diciamo in inglese e sembra quasi una branca della sociologia.

Come “hater”. Pure quello suona bene. Sembra quasi una professione digitale: Buongiorno, lei di cosa si occupa?
Io principalmente insulto sconosciuti su Instagram. Full time.

Dietro “hater” molto spesso c’è semplicemente una persona che usa uno schermo per permettersi quello che probabilmente non avrebbe il coraggio di dire guardando qualcuno negli occhi.

E dietro “body shaming” c'è la vecchissima abitudine di umiliare il prossimo perché è grasso, magro, basso, alto, bello, brutto o semplicemente perché non corrisponde all'immagine che abbiamo deciso debba avere.

Manila, però, agli esperti internazionali di circonferenza coscia di Facebook e Instagram non ha praticamente risposto.

Ha fatto una cosa molto più offensiva. È andata agli Europei di Zagabria e ha vinto.

Oro al corpo libero.
Argento alla trave.
E un altro argento con l’Italia nella gara a squadre.

Praticamente mentre qualcuno misurava il suo corpo attraverso lo smartphone, lei si faceva misurare dai giudici europei.
Risultato leggermente diverso.
E allora concedetemi un pizzico di campanilismo.

La nostra Esposito torna a casa con altre medaglie al collo.
Quelli che le hanno dato della “chiattona” tornano a casa, invece, con lo stesso identico risultato con cui erano partiti: niente.

Dobbiamo smetterla di considerare l’insulto sui social una specie di folklore digitale. Non lo è.

Chi umilia una persona per il peso, per il colore della pelle, per un difetto fisico, per l’altezza, per il volto o per qualsiasi altra caratteristica non sta “esprimendo un’opinione”: Sta offendendo ... PUNTO!

E soprattutto sta contribuendo a costruire una società nella quale umiliare il prossimo diventa normale.
Poi ci meravigliamo del bullismo, delle aggressioni, dei ragazzi circondati e derisi, delle persone che filmano invece di aiutare.

La violenza non comincia necessariamente con un pugno.
Molto spesso comincia quando decidiamo che umiliare un altro essere umano è divertente.

E forse è arrivato anche il momento di smetterla con l’eterna giustificazione:

“È una bravata.”
“È giovane.”
“Stava scherzando.”
“Era solo un commento.”

No.

Educazione, responsabilità e, quando necessario, sanzioni vere.
Perché la libertà di parola significa poter esprimere un pensiero.
Non significa avere il diritto costituzionale di comportarsi da cafone.

Quanto a Manila Esposito, credo abbia già trovato la risposta migliore.
Qualcuno le ha dato della “chiattona”, lei ha risposto mettendosi un altro oro al collo.

E alla fine, tra una medaglia d’oro e un commento anonimo scritto dal divano, indovinate un po’ quale delle due cose resterà nella storia.

RALL' 'NFACCIA, MANILA!

A cosa servono un sindaco, gli assessori e i consiglieri comunali?Perché ogni tanto sento dire:“Ma a che servono tutti q...
14/08/2026

A cosa servono un sindaco, gli assessori e i consiglieri comunali?
Perché ogni tanto sento dire:
“Ma a che servono tutti questi politici?”
“Rubano solo lo stipendio.”
“Mandiamoli tutti a casa.”

Da qualche settimana a Castel Volturno non abbiamo più un sindaco.
Senza entrare nei motivi delle dimissioni, nel colore politico di chi amministrava o nelle responsabilità della crisi, questa situazione sta facendo capire molto bene una cosa che normalmente dimentichiamo.

Ecco, a Castel Volturno abbiamo il commissario prefettizio, naturalmente. Abbiamo i dirigenti. Abbiamo i dipendenti comunali. La macchina amministrativa, almeno sulla carta, esiste tutta.

Eppure sul territorio sembra che qualcuno abbia staccato la spina. E forse si sia portato via pure la presa.
Strade rotte, illuminazione pubblica che non funziona, rifiuti, problemi nei quartieri, segnalazioni che sembrano finire dentro un buco nero.

Prendiamo una cosa banalissima: gli ingombranti.
Materassi, frigoriferi, mobili.
Un tempo chiamavi, prendevi appuntamento e qualcuno veniva a ritirarli. Oggi chiami, quando riesci a parlare con qualcuno ti danno magari anche l’appuntamento… poi non arriva nessuno.

E tu che fai? Richiami, segnali, aspetti, poi richiami.
A un certo punto puoi anche mandare un piccione viaggiatore. Quantomeno hai la soddisfazione di veder partire qualcosa.

Il problema vero è che manca qualcuno politicamente responsabile davanti ai cittadini.
Voi direte, ma c'e' il commissario prefettizio. Si, ma il commissario prefettizio svolge un’altra funzione. Non è stato eletto dai cittadini, non deve costruire un rapporto politico con il territorio e soprattutto deve traghettare il Comune garantendone il funzionamento ordinario.

Un sindaco, un assessore o un consigliere comunale invece hanno un problema molto più semplice: la gente li ferma per strada.

“Assessò, quella luce è spenta da tre settimane.”
“Consigliè, qua non vengono a prendere i rifiuti.”
“Sindaco, questa strada è diventata una mulattiera.”

E non possono neppure fingere che sia caduta la linea.
Ed è proprio questo il punto. La politica serve anche a trasformare il problema del cittadino in pressione, indirizzo e responsabilità amministrativa.

Naturalmente non significa che un assessore debba spiegare a un dipendente comunale come protocollare una pratica o come fare tecnicamente il proprio lavoro. La distinzione tra politica e amministrazione esiste ed è sacrosanta.
Ma qualcuno deve stabilire le priorità.
Qualcuno deve chiedere perché un servizio non funziona.
Qualcuno deve pretendere risposte.
E soprattutto qualcuno deve metterci la faccia. Anche quando sarebbe molto più comodo mettere il telefono in modalità aereo.

Dopo undici anni trascorsi dentro il Comune di Napoli una cosa l’ho capita: ci sono dipendenti pubblici straordinari, capaci di mandare avanti pezzi interi dell’amministrazione praticamente da soli.
E ce ne sono altri che, senza indirizzo, controllo e pressione, riescono improvvisamente a trasformarsi negli smemorati di Collegno.
La macchina pubblica funziona quando politica e amministrazione fanno entrambe il proprio mestiere.

È un po’ come un’orchestra.
Puoi avere anche bravissimi musicisti, ma se manca chi stabilisce il tempo, coordina gli ingressi e decide cosa bisogna suonare, rischi che il violinista attacchi Mozart mentre quello con la tromba è già partito con la sigla di “90° minuto”.
E il pubblico, cioè noi, paga comunque il biglietto.

Per questo sindaci, assessori e consiglieri comunali non sono automaticamente “gente inutile che prende soldi”.
Poi esistono gli incapaci.
Esistono quelli che pensano soltanto alla poltrona.
Esistono quelli che utilizzano la politica per interessi personali.
Ed esistono anche quelli che riescono contemporaneamente a essere incapaci, attaccati alla poltrona e interessati agli affari propri: il talento, quando c’è, va riconosciuto.
Quelli vanno mandati a casa con particolare soddisfazione.

Perché c’è un’altra cosa che questa esperienza dovrebbe insegnarci.
Quando arriveranno le prossime elezioni, andiamo a votare.
In Campania siamo ormai abituati ad affluenze che scendono verso il 50% e qualche volta anche sotto. Poi però passiamo cinque anni a lamentarci di quelli che hanno deciso gli altri.
Il voto non garantisce che le cose cambieranno.

Ma almeno ci dà una cosa fondamentale: Tené almeno a uno potimm almeno scassà ’o caxxo!

Se perfino Rovazzi, per fare il tormentone dell’estate, deve scendere a Napoli, forse qualcosa sta succedendo davvero.Na...
09/08/2026

Se perfino Rovazzi, per fare il tormentone dell’estate, deve scendere a Napoli, forse qualcosa sta succedendo davvero.
Napoli oggi viene copiata, raccontata, cantata, fotografata e desiderata. Ma noi napoletani abbiamo un talento particolare: quando finalmente il mondo comincia ad accorgersi di quello che abbiamo, siamo capacissimi di essere gli ultimi ad accorgercene.

Quelli nella foto sono Fabio Rovazzi, Nino D’Angelo e Arisa.

Fabio Rovazzi, sì, quello di “Andiamo a comandare”, il tormentone che nel 2016 ci entrò nelle orecchie, quando lui aveva appena 22 anni.

Ma Rovazzi, piaccia o non piaccia, non è esattamente uno che prende tre parole, una base musicale e spera nel miracolo. È uno che osserva.
Studia il pubblico, capisce cosa può funzionare, mette insieme personaggi apparentemente lontanissimi e costruisce intorno a una canzone un piccolo mondo.

Lo fa da dieci anni, con Morandi e tanti altri. E quest’estate quel mondo ha deciso di costruirlo intorno a un nome preciso: LA COSTIERA AMALFITANA.

Ed è qui che la cosa diventa interessante. Perché avrebbe potuto scegliere Rimini, Riccione, Portofino, la Sardegna, le Cinque Terre. Qualunque località italiana capace di evocare immediatamente l’estate e le vacanze.

E invece no. Costiera Amalfitana, che è in provincia di Salerno, ma questo non cambia molto il discorso. Poi prende Milano e la racconta come una città deserta, bollente, svuotata dagli esseri umani. Dall’altra parte mette il mare, il Sud e la Costiera.

Il messaggio, con tutta l’ironia possibile, è abbastanza semplice: tu resta pure a Milano ad agosto. Noi stiamo qua.

E poi arriva la scelta ancora più interessante. Per rappresentare quel mondo Rovazzi prende Nino D’Angelo. Non l’artista napoletano del momento. Non il fenomeno nato tre mesi fa su TikTok. Nino D’Angelo.

Uno con 50 anni di carriera alle spalle. Uno che, guardando soltanto la carta d’identità, qualcuno potrebbe considerare lontanissimo dai giovanissimi che vivono di TikTok, reel e streaming.
E invece no. È uno che ha attraversato la Napoli popolare, il cinema, il teatro, la musica, i pregiudizi, le rivalutazioni e generazioni completamente diverse.
Uno che riempiva palazzetti quando molti di quelli che oggi fanno milioni di visualizzazioni dovevano ancora nascere. Poi ci mette Arisa.

Tre mondi che sulla carta sembrano non avere quasi nulla in comune. Ed è proprio per questo che funzionano.
Il risultato è “La Costiera Amalfitana”, che in meno di un mese ha già superato i 5 milioni di visualizzazioni su YouTube, è diventata la colonna sonora delle vacanze e la suoneria di milioni di smartphone. E siamo soltanto all’inizio delle grandi ferie d’agosto.

Il punto, però, non è stabilire se questa sia la canzone più bella dell’anno.
Il punto è un altro. Rovazzi costruisce i suoi prodotti osservando attentamente quello che funziona nell’immaginario collettivo.
E stavolta, per raccontare l’estate italiana, ha scelto il nostro territorio. È un altro piccolo segnale di qualcosa che vediamo ormai da qualche anno: Napoli è tornata terribilmente di moda. Musica, cinema, serie televisive, turismo, cucina, calcio, social.

Possiamo continuare per altre tre generazioni a raccontarci che Napoli ha mille problemi — ed è vero — ma contemporaneamente dobbiamo accorgerci di una cosa: oggi Napoli vende.

Vende il suo linguaggio, la sua musica, il suo modo di stare al mondo. E vendono perfino, purtroppo, le sue contraddizioni.
Quando uno come Rovazzi, che sui tormentoni, sull’immagine e sulla comunicazione ci ha costruito una carriera, deve scegliere quale cartolina mettere sulla copertina dell’estate italiana e scrive “Costiera Amalfitana”, io un piccolo indizio ce lo vedo.

La famosa Napoli Power di cui parliamo spesso non significa pensare che qui sia tutto meraviglioso.
Significa qualcosa di molto più interessante: Napoli, nel bene e nel male, attira.

Lo ha sempre fatto. La differenza è che un tempo non esistevano i social e Napoli veniva spesso raccontata al resto d’Italia attraverso gli occhi di qualcun altro, qualche volta anche attraverso stereotipi, pregiudizi e personaggi che con Napoli avevano un rapporto quantomeno complicato.

Oggi invece Napoli può raccontarsi da sola.
E soprattutto viene raccontata direttamente da milioni di persone che vengono qui, fotografano, filmano, mangiano, ascoltano, visitano e poi portano un pezzo di questa città nel resto del mondo.

Secondo voi è soltanto l’ennesimo tormentone estivo… o Napoli e la Campania stanno vivendo davvero uno dei momenti di maggiore forza della loro immagine degli ultimi decenni?

Ma soprautto: A Costiera amalfitana nun t'a può portà a Milano ?

Domani vi aspetto dalle 8:00 su Canale 21, al VG21 Parleremo di una novità che potrebbe cambiare il nostro rapporto con ...
26/05/2026

Domani vi aspetto dalle 8:00 su Canale 21, al VG21

Parleremo di una novità che potrebbe cambiare il nostro rapporto con la sanità: la telemedicina e le televisite, cioè la possibilità di effettuare alcune visite mediche online, senza doversi recare fisicamente in ospedale, ambulatorio o ASL.

Una rivoluzione digitale che, dopo ricetta elettronica e Fascicolo Sanitario Elettronico, promette di semplificarci la vita. Ma sarà davvero così per tutti?

Ne parleremo in pochi minuti analizzando: pregi, difetti, opportunità e rischi, soprattutto per anziani e cittadini meno digitalizzati.

Seguiteci sul Canale 10 del digitale terrestre Campania o in streaming su canale21.it

Ci vediamo domattina, mentre state facendo colazione.

In questa foto ci sono due nonne, tre madri e due figli.Sembra una frase semplice, quasi matematica. E invece dentro ci ...
10/05/2026

In questa foto ci sono due nonne, tre madri e due figli.
Sembra una frase semplice, quasi matematica. E invece dentro ci sta una vita intera.

C’è mia madre, che mi ha messo al mondo.
C’è la madre di mia moglie, che ha messo al mondo lei.
C’è mia moglie, che oggi è madre di Federico.
E poi ci sono due figli, mia moglie e Federico.

Diventare padre a 51 anni è una cosa strana.
Ti arriva addosso quando pensavi di aver capito più o meno come funzionasse il mondo. E invece no. Il mondo ricomincia da capo.
Da un respiro piccolo, da una manina, da un pianto, da una paura, da una speranza.

La vita è imprevedibile. A volte ti regala fotografie che non avevi nemmeno immaginato di poter scattare.

Non so quale sarà il futuro. E forse nessuno lo sa davvero. Ma so che il passato è tutto qui, nei volti di chi ci ha cresciuto.
E il presente è tutto qui, in Federico, che oggi tiene insieme generazioni, storie, fatiche, amore, paure e miracoli quotidiani.

Ci sono foto che non sono solo foto. E questa, per me, è una di quelle.

Potevo mai non dire la mia sulla rapina al Vomero?No, perché qua a Napoli pure le rapine diventano uniche.Non inizio col...
19/04/2026

Potevo mai non dire la mia sulla rapina al Vomero?
No, perché qua a Napoli pure le rapine diventano uniche.

Non inizio col dire che “solo a Napoli poteva capitare”… perché incredibilmente la stessa e identica rapina avvenuta al “Vomero” ci aveva già pensato un certo Leonardo Notarbartolo, che il 15 febbraio 2003 portò a compimento all’Antwerp Diamond Center di Anversa quello che è stato il più grande furto di diamanti della storia.
È praticamente la stessa e identica storia che abbiamo visto qui, qualche giorno fa, al Vomero.

Già incredibile. Non siamo nemmeno primi.
La famosa “rapina del secolo” di Anversa del 2003, è il copia-incolla perfetto di quello che è successo da noi. Stessa sceneggiatura, stessi tempi, stessi movimenti. Solo che Napoli non è Anversa: ovviamente c’è più pathos… e qualche motorino parcheggiato avanti la banca, in piena rapina, in più.

Ma andiamo con ordine. Perché se non mettiamo un po’ di precisione geografica, qua scoppia la guerra civile.

La rapina NON è avvenuta al Vomero. Giammai.
È avvenuta all’Arenella. Piazza Medaglie d’Oro si trova nel quartiere Arenella.

E chi è dell’ambiente lo sa: l’Arenella è il Vomero che non ce l’ha fatta.
È quella zona dove finisci quando il pedigree nobiliare non regge più e il portafoglio dice “guagliò, adattati”.

E già questo è un primo primato nostro.

Secondo primato: i rapinatori.
Non italiani, come si sono affrettati a dire le TV nazionali con la solita superficialità… ma napoletani.

Grazie all’attenta analisi degli ostaggi (che a Napoli sono praticamente linguisti della Federico II), si è capito che l’accento era stretto, roba da centro storico.
E qui si apre uno scenario che manco FBI.

A Napoli, con quasi un milione di abitanti, noi siamo in grado di capire da dove vieni solo da come dici “uè”. Capisci il quartiere, la strada, forse pure il pianerottolo.

Quindi: erano del centro storico, diciamo prima, seconda e terza municipalità, circa 300.000 persone.
Sappiamo che erano maschi e possiamo stringere a 150.000 indiziati; togli over 80 e under 18, restano 60.000 / 80.000 napoletani del centro storico.

Ragazzi, praticamente li abbiamo già presi.
Manca solo la fila per riconoscerli.

Ma la cosa che mi ha fatto veramente cadere dalla sedia è un’altra.

Nel mio libro, Storie verosimili della città di Napoli vol. 2, parlo di Don Pasquale detto “’o Decumano” (storia 135).
Uno che conosceva tutti i cunicoli sotterranei della città e si muoveva sotto Napoli meglio della metro linea 1.

E ora nel 2026, noi davvero pensiamo che sia fantascienza?

Cioè: entrano dalla banca, raccolgono gli ostaggi, aprono le cassette di sicurezza… e poi?
Escono da sotto terra, mentre fuori la salumeria AMODIO è aperta tranquillamente al civico prima della banca, i motorini stanno parcheggiati sul marciapiede come sempre, e le forze dell’ordine — con tutto il rispetto — stanno arrivando da Livorno.

Tempo tecnico per fare una rapina con calma, prendersi un caffè, magari pure due sfogliatelle.

Nel frattempo i rapinatori stanno già a Mergellina, si fanno quattro bagni e poi tornano a casa come se nulla fosse.

Se volete capire meglio cosa è successo, guardatevi la serie TV Everybody Loves Diamonds.
È la versione “tv" di quello che abbiamo visto dal vivo all'Arenella.

Alla fine, di tutta questa storia, mi resta solo un cruccio.

Non avere qui con noi il grande Federico Salvatore.
Perché lui queste cose le aveva capite prima di tutti.
E soprattutto le avrebbe raccontate meglio.

Molto meglio.

Perché Napoli non è solo una città: è un luogo alla ricerca dell’ingegno perenne… e chi non lo capisce resta sempre indietro, pure nelle rapine.

13/04/2026

“Storie verosimili della città di Napoli – Vol. 2” è stato presentato al TG3 LeggiLibri.
Un traguardo che, detto senza giri di parole, mi rende orgoglioso.

Grazie al mio editore, De Nigris Editore , che ha creduto in questo progetto fin dall’inizio, quando era solo un’idea e qualche appunto sparso.

Questo libro sta camminando con le sue gambe. Sta vendendo, sì, ma soprattutto sta arrivando alle persone giuste. A chi Napoli non la vuole patinata, ma vera. A chi la conosce nei dettagli: nelle crepe dei muri, nei sorrisi improvvisi, nelle contraddizioni che fanno male ma anche vivere.

È una Napoli sincera, senza filtri. A volte dura, a volte ironica. Sempre autentica.

E un grazie lo devo a chi ha camminato con me dentro queste pagine: Grazie alle foto di Cammarano , Balsamo, Fabrizio Reale, Giancarlo De Luca, Leandro Felicioni, Salvatore Elefante, Quagliuolo e alle magnifiche prefazioni di Ceva Grimaldi e Capezzuto .

Questo non è solo un libro. È un pezzo di città messo nero su bianco.
E se sta arrivando fin qui… vuol dire che Napoli, quando è raccontata bene, non ha bisogno di urlare.

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Indirizzo

Naples
80139

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