11/09/2026
Queste sono le mani di Mammina e le mie.
Mammina ha quasi 89 anni. Babbuccio quasi 88.
Nella loro vita hanno lavorato, pagato tasse e versato contributi per decenni. Facendo due conti molto alla buona, tra IRPEF, contributi, imposte e tutto quello che lo Stato si è preso nel corso di circa 40 anni, probabilmente siamo più o meno vicini al milione di euro.
E va bene così. Quel milione è servito anche agli altri.
A pagare pensioni, ospedali, cure, assistenza, servizi. È servito magari a salvare la vita a persone che non avevano un euro. È questo il principio di una società civile: oggi pago io, domani magari servirà a te.
Però, diciamocelo: un milione di euro è sempre un milione di euro.
Se invece di versarlo allo Stato lo avessimo messo da parte, oggi Mammina probabilmente avrebbe una clinica privata tutta sua, una stanza con vista mare e almeno tre cessi d’argento con il filo d’oro che gira intorno alla tavoletta.
Ma noi siamo persone serie. Abbiamo scelto lo Stato. E quindi eccoci qua.
Mammina, nel frattempo, nei referti è diventata una “grande anziana”.
Perché “vecchia” evidentemente è offensivo.
“Anziana” forse sembra ancora troppo giovanile.
“Grande anziana” invece ti dà subito quell’aria istituzionale che fa capire che stai inguaiato, però con eleganza.
Io, a 51 anni, sono passato da ‘O Zi’ a… ‘O Signore e, per dirla tutta, aspiro a diventare come Mammina… Grande Anziano.
Da alcuni mesi, purtroppo, entriamo e usciamo da pronto soccorso, ospedali, reparti e ambulatori.
Ed è proprio qui che quel famoso milione di euro dovrebbe finalmente cominciare a restituire qualcosa.
In teoria.
Perché in pratica entri in un mondo che Nanni Loy, se fosse ancora vivo, ci avrebbe fatto una serie Netflix di dodici stagioni.
Per le cure di Mammina c’è il PUA (non so che vuol dire).
Il PUA deve attivare l’ADI (Assistenza Domiciliare Integrata).
L’ADI la deve fare il reparto.
Il reparto deve mandare la documentazione.
Però il medico non ha lo SPID.
Allora l’assistente sociale dell’ospedale, chiama il medico di sala, che deve chiamare un altro medico che ha lo SPID, ma che deve trovare la password, perché quella vecchia non la ricorda più.
Semplice.
Solo che poi scopriamo che l’ADI è sbagliata.
Al PUA di Piazza Nazionale è arrivato il referto di un’altra paziente, che tra l’altro aveva subito una tracheotomia.
Mammina, fortunatamente, no.
Arriva quindi l’infermiera a casa per curarla, legge il piano e praticamente dice: “Signò, io così non posso fare niente”.
Torniamo al PUA.
Il PUA dice che deve correggere l’ospedale.
L’ospedale deve mandare una comunicazione per certificare che, effettivamente, mia madre non è l’altra signora.
Passano i giorni.
Nel frattempo, siccome le piaghe di Mammina non conoscono i tempi della Pubblica Amministrazione, paghiamo noi un infermiere privato, farmaci e pure medicazioni.
Poi finalmente arriva l’ADI corretta.
🎉 MIRACOLO.
Ma proprio quando pensi di aver sconfitto il mostro finale del videogioco, Mammina ha un altro problema e viene ricoverata di nuovo.
E quindi?
L’ADI si ferma.
Va modificata.
Chi la modifica?
Il medico curante?
No.
Il reparto?
Forse.
Il PUA?
Dipende.
Vai al PUA.
Il PUA dice che può mandare il modello 5 il medico curante.
Vai dal medico curante.
Il medico manda il modello 5.
Mammina, dopo venti giorni, viene dimessa.
Ora bisogna riattivare l’ADI.
Ma prima deve ve**re il chirurgo.
Aspettiamo il chirurgo.
Nel frattempo Mammina ha la febbre.
Pronto soccorso.
Cardarelli.
E anche qui entra in scena un altro piccolo dettaglio del nostro meraviglioso sistema.
Perché con il trasporto ufficiale rischi che, per scendere quattro piani, una persona allettata venga trasportata in un telo!
Quindi paghi un trasporto privato, che è fornito di sedia pieghevole.
Arriviamo al Cardarelli.
Mammina viene curata.
Dimessa.
Ci prescrivono la terapia.
Ci sono i nomi dei farmaci.
Benissimo.
Peccato che non siano indicate chiaramente né la durata né la posologia.
Quanti milligrammi?
Per quanti giorni?
Il medico di famiglia non lo sa, la farmacia non lo sa.
Serve il piano terapeutico per alcuni farmaci.
E quindi?
Si torna al Cardarelli.
Nel frattempo trovi il piano terapeutico, trovi i farmaci, trovi la terapia… ma scopri che l’ADI non è stata ancora modificata.
E allora di nuovo PUA.
ADI.
Modello 5.
Medico.
Reparto.
SPID.
Infermiera.
Chirurgo.
Piano terapeutico.
A un certo punto non sai più se stai curando tua madre o se stai partecipando a una escape room organizzata dall’ASL.
Però una cosa buona da tutta questa storia l’ho capita.
Se potessi tornare indietro di sessant’anni, a Mammina e Babbuccio forse direi:
“Sentite a me. Lavorate pure… ma fatelo a nero!”.
Perché magari quel milione di euro oggi starebbe sul vostro conto corrente, in più Mammina risulterebbe nullatenente, avrebbe diritto a tutto gratuitamente…
…e io e mia sorella, invece di impazzire tra un PUA e un’ADI, avremmo pure il milione di euro da ereditare, la famosa clinica privata e i famosi tre cessi d’argento col filo d’oro.
Naturalmente scherzo. Perché le tasse vanno pagate.
I contributi vanno pagati. Lo Stato sociale va difeso.
Ma proprio per questo, dopo aver pagato per una vita intera, a 89 anni non dovresti essere costretto a conoscere la differenza tra PUA, ADI, modello 5, piano terapeutico e SPID meglio di un dirigente dell’ASL.
A quell’età dovresti avere una sola incombenza burocratica: dire dove ti fa male.
Al resto dovrebbe pensare lo Stato.
Altrimenti, noi figli che ci ostiniamo a voler bene ai nostri genitori, più di quanto loro abbiano voluto bene a noi da piccoli quando avevamo la febbre, rischiamo da “vecchi” di non diventare “grandi anziani” come Mammina, ci fanno morire prima.
Una precisazione.
In questi mesi, anzi anni, un grazie va agli infermieri, ai medici che lavorano ogni giorno nei reparti, nei pronto soccorso, e alle forze dell’ordine che con pazienza presidiano i nostri ospedali.
Perché lavorano in condizioni difficili, ben oltre il famoso giuramento di Ippocrate che fanno.
Sono purtroppo l’ultimo anello di una catena che funziona male dall’origine.
Sono loro che ci mettono mani, volto, faccia e anche famiglia.
Sono loro che devono correre durante turni impossibili.
Loro che devono lasciare i propri figli alle nonne, agli zii, per mantenere in piedi un sistema che ha costi esorbitanti, sprechi enormi e che è da rifare.
Come sapete, ho lavorato 11 anni nella Pubblica Amministrazione e penso di conoscerla nel profondo, nell’animo.
Ciò che va riorganizzato è il livello più alto, non “l’infermiere”, che alla fine davvero ci mette l’anima, forse anche più di quanto possa metterne un figlio per un proprio genitore.