25/04/2026
Palermo 2009. In quel tempo vivevo a Milano e ogni volta che tornavo nella mia città natale portavo con me la Yashica 6x6 che mi regalò mio zio Augusto, con questo apparecchio mi insegno i rudimenti della fotografia. Era un po’ scassata: l’esposimetro non funzionava, a volte il trascinamento della pellicola si bloccava, facendomi fare uno scatto a vuoto, a volte funzionava a metà e sovrapponeva i fotogrammi. Alcune delle mie fotografie migliori sono quelle che non ho realizzato, che ho almeno visto nell’istante in qui il pulsante ha scattato a vuoto. Era senz’altro il periodo romantico della mia fotografia. Un giorno ebbi i soldi per farla riparare. Con questa macchina ho fatto i miei scatti più cari. Un giorno, un maestro della fotografia mi disse che gli scatti migliori che noi fotografi possiamo fare, li facciamo da giovani, all’inizio della nostra carriera. Forse può essere vero.
Non ricordo per quanti anni ho fotografato con questa macchina, era l’unica che possedevo (a parte una parentesi sfortunata con. Una Rolleyflex di terza mano forse più scassata della Yashica). Comunque come spesso accade, arrivò il giorno della separazione. Ero rimasto di fatto senza soldi e sono andata a venderla per poter fare la spesa. E qui che ho capito che la fotografia è un esperienza momentanea, ma espansa nel tempo, negli anni in cui la pratichi; che la macchina non è importante, ma è quello che hai dentro. Il daemon che ti spinge a fotografare per cercare di trattenere qualcosa della tua vita, della tua memoria e di porgerla agli altri. La fotografia una volta scattata non ti appartiene più. Già quando consegni il rullino nelle mani dello stampatore.
Photo: Una donna passa casualmente davanti la mia inquadratura. Teneva due sacchetti con la spesa. Palermo. 2009.
©Antonino Costa