10/05/2026
1980, via Trento, Pescara.
È da qui che tutto è iniziato.
Davanti a quella vetrina, dentro una piccola tipografia, Tonino Tiberi muoveva i primi passi di un’avventura nata con le mani, con il sacrificio, con l’esperienza costruita giorno dopo giorno dopo un periodo da operaio.
Non era solo un lavoro. Era un mestiere vero.
Di quelli che si imparano respirando l’odore dell’inchiostro, ascoltando il rumore delle macchine, vivendo ogni stampa come qualcosa di unico.
Con la sua scomparsa se ne va uno degli ultimi tipografi veri della città di Pescara.
Di quelli che non facevano solo stampa, ma davano forma alle idee.
Poi il trasferimento in via Balilla, dove ancora oggi siamo presenti.
Un nuovo capitolo, ma con le stesse radici.
Tonino però non è stato solo tradizione.
Aveva capito molto prima di tanti altri che il mondo della tipografia sarebbe cambiato.
Che il futuro sarebbe passato dalla grafica al computer, dalla litografia e poi dalla stampa digitale.
Prima ancora dell’arrivo dei computer Macintosh, aveva già investito in una sofisticata macchina per la fotocomposizione, una tecnologia costosissima e all’avanguardia per quei tempi, destinata però nel giro di pochi anni a essere sostituita proprio dall’evoluzione informatica.
E quando tutti vedevano ancora il computer come qualcosa di lontano e inutile per questo mestiere, lui fece un investimento enorme: oltre 10 milioni di lire per un computer Apple dedicato alla grafica.
Una scelta coraggiosa, visionaria, fatta quando in pochi riuscivano persino a immaginare quale sarebbe stato il futuro della stampa.
Era il suo modo di vedere avanti.
Di non fermarsi mai.
Di capire che innovare significava continuare a esistere.
Oggi quella tradizione continua nei nostri laboratori, dove un piccolo reparto tipografico è ancora attivo.
Un servizio “premium” ormai raro, che abbiamo scelto di mantenere vivo non solo per la qualità che offre, ma per ciò che rappresenta.
Una parte di lui.
Che vive ancora in ogni dettaglio, in ogni stampa, in ogni lavoro fatto con la stessa cura.
Perché certe storie non finiscono.
Si trasformano e continuano a lasciare il segno.