20/01/2026
Era il 2003, facevo la prima superiore.
I Meganoidi li conoscevo già dal primo disco, che avevo abbondantemente “consumato”.
Poi uscì questo pezzo.
Il secondo album della band, fortemente influenzato dagli eventi del G8 di Genova — la loro città — aveva un tono diverso, più disilluso, più politico. Zeta reticoli, nella sua ermeticità, sembra essere un brano che denuncia un sistema capitalistico in grado di addormentare ogni rivoluzione…
L’intro di basso, tanto semplice quanto viscerale e ormai iconico (quante volte l'ho suonato nella mia cameretta), ti butta nell’atmosfera del pezzo: cupo ma vivo, rassegnato ma non spento.
Il brano cresce gradualmente in intensità fino a un reprise finale esplosivo, che però si chiude in modo secco, e sospeso – a suggerire che forse la rivoluzione è solo rimandata perché, in fondo, qualcosa “brucia ancora”.
Non posso dire, oggi, di riconoscermi negli ideali di questo brano (o almeno non del tutto e non in questa forma), ma è uno dei pezzi della mia adolescenza e, ogni volta che lo ascolto, mi rivedo con lo zaino in spalla, i pantaloni larghissimi, senza barba ma con decisamente più capelli... ed è subito nostalgia.
Questi sono i colori che, secondo me, lo rappresentano.
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