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comunicazionemax ☆ Osserviamo i messaggi, decifriamo i linguaggi, riconosciamo i segnali.

Per capire davvero come nasce e agisce la > Canale WhatsApp : https://whatsapp.com/channel/0029Vb6HxNZDJ6H2Um6U541H Sociologo, Speaker/Presentatore e Conduttore Radiofonico (la prima esperienza davvero in diretta risale alla fine degli anni ’80 e poi tante altre collaborazioni come reporter con network radio/tv in Italia e una bella esperienza presso Radio2 RAI).

Il “Liking Gap”: perché spesso piacciamo più di quanto crediamo1. La sensazione di aver fatto una cattiva impressioneSuc...
09/05/2026

Il “Liking Gap”: perché spesso piacciamo più di quanto crediamo

1. La sensazione di aver fatto una cattiva impressione

Succede a quasi tutti. Dopo aver conosciuto una persona nuova o aver partecipato a una conversazione importante, la mente torna continuamente sugli stessi dettagli: una battuta uscita male, una pausa di troppo, una frase poco brillante.

Spesso iniziamo a pensare di non essere stati interessanti, simpatici o abbastanza “all’altezza”. Eppure, nella maggior parte dei casi, questa percezione è distorta.

La psicologia sociale definisce questo fenomeno Liking Gap: il divario tra quanto pensiamo di piacere agli altri e quanto, invece, veniamo realmente apprezzati.

In altre parole, tendiamo a credere di aver lasciato un’impressione peggiore rispetto a quella che gli altri hanno davvero di noi.

È un meccanismo molto comune nelle prime interazioni: un colloquio, un nuovo ambiente di lavoro, una conoscenza casuale, un incontro universitario o perfino una semplice chiacchierata. Mentre parliamo, infatti, siamo spesso concentrati più su noi stessi che sull’interazione reale.

Osserviamo ogni minima esitazione, analizziamo le parole che abbiamo scelto, correggiamo mentalmente ciò che avremmo dovuto dire. Nel frattempo, però, rischiamo di non accorgerci dei segnali positivi dell’altra persona: interesse, disponibilità, curiosità o simpatia.

2. Lo studio che ha dimostrato il fenomeno

Il concetto di Liking Gap è stato studiato in modo approfondito da Erica Boothby e dal suo gruppo di ricerca, in uno studio pubblicato nel 2018 sulla rivista Psychological Science.

I ricercatori hanno osservato persone coinvolte in diverse situazioni sociali:
sconosciuti che conversavano per la prima volta;
studenti universitari che conoscevano i nuovi compagni di stanza;
partecipanti a workshop professionali e attività di gruppo.

Dopo ogni conversazione, ai partecipanti venivano chieste due valutazioni:
quanto avessero gradito l’altra persona;
quanto pensassero di essere piaciuti all’interlocutore.

I risultati furono molto chiari.

Quasi tutti tendevano a sottovalutare il gradimento ricevuto. Le persone pensavano di essere state giudicate in modo più freddo o meno positivo rispetto a quanto dichiarato realmente dagli altri.

Secondo i ricercatori, questo accade perché viviamo l’interazione da due prospettive completamente diverse:

dall’interno, vediamo tutte le nostre insicurezze;

dall’esterno, gli altri vedono soprattutto il nostro comportamento generale.

Noi ricordiamo ogni piccola imperfezione. Gli altri, invece, spesso percepiscono soltanto una conversazione normale, piacevole e spontanea.

Lo studio ha mostrato anche un altro aspetto interessante: il Liking Gap non scompare subito. In alcuni casi continuava anche dopo mesi di convivenza tra compagni di stanza universitari. Questo significa che molte relazioni potrebbero svilupparsi più lentamente proprio perché le persone sottovalutano il gradimento reciproco.

3. Perché comprenderlo può cambiare il modo in cui viviamo le relazioni

Sapere che esiste il Liking Gap può avere un effetto molto concreto sul benessere psicologico.

Molte persone convivono con una forma continua di autocritica sociale: pensano di risultare noiose, impacciate o poco interessanti anche quando non è affatto così. Questo porta spesso a evitare nuove conoscenze, esporsi meno o chiudersi gradualmente nelle relazioni.

La ricerca suggerisce invece qualcosa di sorprendente: nella maggior parte delle situazioni, gli altri ci percepiscono in modo più positivo di quanto immaginiamo.

Questo non significa che ogni interazione vada perfettamente o che non commettiamo errori. Significa però che il nostro cervello tende a dare un peso enorme ai piccoli dettagli negativi, ignorando tutto il resto.

Un silenzio imbarazzante che ricordiamo per ore, probabilmente, per l’altra persona è stato solo un momento irrilevante. Una frase che ci sembra “stupida” spesso viene dimenticata pochi secondi dopo.

Comprendere questo meccanismo può aiutare a:
ridurre l’ansia sociale;
vivere le conversazioni con meno pressione;
affrontare nuove relazioni con maggiore serenità;
interrompere il circolo della ruminazione mentale.

In fondo, il Liking Gap ci ricorda qualcosa di molto umano: siamo quasi sempre più severi con noi stessi di quanto lo siano gli altri.

Fonti bibliografiche

Boothby, E. J., Cooney, G., Sandstrom, G. M., & Clark, M. S. (2018). The Liking Gap in Conversations: Do People Like Us More Than We Think? Psychological Science, 29(11), 1742–1756.

Sandstrom, G. M., & Boothby, E. J. (2021). Why do people hesitate to talk to strangers? Current Opinion in Psychology.

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... In un vicolo dimenticato... a volte sono le mura a raccontare le storie più vere. ​È incredibile come un semplice pe...
05/05/2026

... In un vicolo dimenticato... a volte sono le mura a raccontare le storie più vere. ​È incredibile come un semplice pensiero, scarabocchiato possa risuonare più forte di mille discorsi. " Non odiare ... " by Max de Angelis x comunicazionemax

🖇 "Liberare la mente dal rancore" : una lettura neuropsicologica del distacco✔️Non meritano spazio nei tuoi pensieri: qu...
29/04/2026

🖇 "Liberare la mente dal rancore" : una lettura neuropsicologica del distacco

✔️Non meritano spazio nei tuoi pensieri: questa affermazione trova una base coerente nei modelli della psicologia cognitivo-comportamentale e nella neuropsicologia delle emozioni.

✔️L’odio e il desiderio di vendetta non sono stati emotivi passivi, ma processi mentali attivi che si esprimono attraverso la ruminazione rabbiosa (anger rumination).

✔️Si tratta di un ciclo ripetitivo di pensieri che mantiene l’attenzione ancorata all’offesa e che, nel tempo, può ridurre l’efficienza delle funzioni esecutive, cioè quelle capacità cognitive che regolano decisioni, pianificazione e autocontrollo.

✔️Dal punto di vista bio-psicologico, il rancore persistente tende a mantenere il sistema nervoso in uno stato di iper-attivazione (hyper-arousal).

✔️L’attenzione costante verso l’evento negativo attiva strutture cerebrali coinvolte nella risposta emotiva, in particolare l’amigdala, mentre richiede un impiego continuo di risorse metaboliche — come glucosio e ossigeno — necessarie per sostenere l’attività neuronale. Questo stato può interferire con l’efficienza della corteccia prefrontale, area associata alla regolazione emotiva e alla flessibilità cognitiva. In termini operativi, lo spazio mentale occupato da pensieri ostili diventa spazio sottratto a creatività, adattamento e progettazione del futuro.

Per interrompere il ciclo odio-vendetta, la ricerca clinica descrive strategie basate sul disinvestimento attentivo, cioè la riduzione intenzionale dell’energia mentale dedicata allo stimolo negativo.

✔️Tra gli approcci più studiati rientra la Acceptance and Commitment Therapy (ACT), che non mira a eliminare l’emozione negativa — tentativo spesso inefficace — ma a riconoscerla senza consentirle di determinare il comportamento.
✔️Un secondo ambito riguarda gli interventi sul perdono, inteso non come obbligo morale, ma come strategia di regolazione emotiva e tutela personale. Alcuni studi indicano che la riduzione della ruminazione associata al perdono può contribuire alla diminuzione di indicatori fisiologici dello stress, come livelli elevati di cortisolo, anche se l’entità di questi effetti varia tra individui e contesti.
✔️Infine, il riallineamento degli obiettivi personali — cioè lo spostamento del focus dall’offensore al proprio sviluppo — consente di trasformare energia reattiva in azione orientata alla crescita.
In questa prospettiva, l’indifferenza non rappresenta una rinuncia, ma una forma di regolazione consapevole delle risorse mentali. Il tempo cognitivo e l’attenzione sono risorse limitate: destinarle stabilmente al rancore significa prolungare l’impatto dell’evento negativo oltre il momento in cui si è verificato.

✔️Proteggere la propria ecologia mentale implica quindi riconoscere che il distacco emotivo non cancella il passato, ma ne riduce la capacità di influenzare il presente.er interrompere il ciclo odio-vendetta, la ricerca clinica descrive strategie basate sul disinvestimento attentivo, cioè la riduzione intenzionale dell’energia mentale dedicata allo stimolo negativo._

✔️Tra gli approcci più studiati rientra la Acceptance and Commitment Therapy (ACT), che non mira a eliminare l’emozione negativa — tentativo spesso inefficace — ma a riconoscerla senza consentirle di determinare il comportamento.
✔️Un secondo ambito riguarda gli interventi sul perdono, inteso non come obbligo morale, ma come strategia di regolazione emotiva e tutela personale. Alcuni studi indicano che la riduzione della ruminazione associata al perdono può contribuire alla diminuzione di indicatori fisiologici dello stress, come livelli elevati di cortisolo, anche se l’entità di questi effetti varia tra individui e contesti.
✔️Infine, il riallineamento degli obiettivi personali — cioè lo spostamento del focus dall’offensore al proprio sviluppo — consente di trasformare energia reattiva in azione orientata alla crescita.
In questa prospettiva, l’indifferenza non rappresenta una rinuncia, ma una forma di regolazione consapevole delle risorse mentali. Il tempo cognitivo e l’attenzione sono risorse limitate: destinarle stabilmente al rancore significa prolungare l’impatto dell’evento negativo oltre il momento in cui si è verificato.

✔️Proteggere la propria ecologia mentale implica quindi riconoscere che il distacco emotivo non cancella il passato, ma ne riduce la capacità di influenzare il presente.

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🖇 Dinamiche della regolazione cognitivaIn questo post tratto i meccanismi psicologici alla base del superamento dei bias...
25/04/2026

🖇 Dinamiche della regolazione cognitiva

In questo post tratto i meccanismi psicologici alla base del superamento dei bias cognitivi, focalizzandoci sulla transizione da schemi mentali rigidi a modelli di adattamento funzionale.
✔️La letteratura in psicologia cognitiva e comportamentale evidenzia come il benessere individuale dipenda dalla capacità di ristrutturare i propri schemi interpretativi.
Esaminiamo adesso i 3 domini critici: la percezione di immobilità, l'internalizzazione eccessiva della colpa e il fatalismo temporale.

✔️ Attraverso l'analisi dei modelli di Seligman, Dweck e Weiner, dimostriamo di seguito si come la flessibilità cognitiva e l'attivazione strategica siano predittori fondamentali della resilienza e della salute mentale.

✔️La regolazione cognitiva non è un processo di "pensiero positivo" astratto, ma una ristrutturazione basata su evidenze.
La capacità di migrare da attribuzioni interne rigide e percezioni di immobilità verso una mentalità orientata alla crescita e all'azione rappresenta il cardine dell'adattamento psicologico moderno. L'integrazione di questi modelli offre strumenti robusti per promuovere la resilienza individuale in contesti di elevata incertezza.

Passiamo quindi ai 3 capitoli [ ovviamente riporto gli studi fatti da vari autori in sintesi esplicativa e.non esaustiva ] :

1. Impotenza appresa e mentalità di crescita

Il primo ostacolo al cambiamento è la percezione di immobilità ("Non cambierà mai"). In ambito clinico, questo fenomeno è riconducibile al costrutto di impotenza appresa (learned helplessness), dove l'individuo, in seguito a esposizioni ripetute a stimoli avversivi incontrollabili, sviluppa una passività cognitiva e comportamentale (Seligman, 1975).
A contrasto, la mentalità di crescita (growth mindset) postulata da Dweck (2006) suggerisce che le capacità e le situazioni esterne siano malleabili. La transizione verso una maggiore flessibilità cognitiva permette di interpretare l'errore non come un fallimento definitivo, ma come un dato informativo utile per l'adattamento. Studi longitudinali confermano che tale assetto mentale correla positivamente con la capacità di problem-solving e la riduzione dell'evitamento (Yeager & Dweck, 2012).

2. Stili attribuzionali e autoefficacia percepita

La tendenza all'eccessiva autocritica ("È colpa mia") è strettamente legata alla teoria dell'attribuzione (Weiner, 1985). Gli individui che tendono ad attribuire esiti negativi a cause interne, stabili e globali (es. "Ho fallito perché sono incapace") mostrano una maggiore vulnerabilità a stati depressivi e ansiosi.
L'equilibrio del giudizio si raggiunge attraverso la distinzione tra responsabilità personale e variabili contestuali. La ricerca di Neff (2003) sulla self-compassion evidenzia come un'autovalutazione equilibrata non neghi la responsabilità, ma la integri con la consapevolezza dei fattori esterni, promuovendo una regolazione emotiva più efficace e una protezione dell'autostima.

3. Attivazione comportamentale e prospettiva temporale.

L'idea che sia "troppo tardi" per agire costituisce una barriera cognitiva che alimenta la procrastinazione e il disinvestimento affettivo. Questo schema viene scardinato dai protocolli di Attivazione Comportamentale (BA), i quali postulano che il cambiamento dell'umore sia conseguente, e non necessariamente precedente, all'azione (Jacobson et al., 2001).
L'attivazione di piccoli cambiamenti comportamentali produce un incremento del senso di autoefficacia, rompendo il ciclo dell'apatia. Tale processo è supportato da una visione flessibile del tempo (time perspective), che trasforma la percezione del presente da una conclusione inevitabile a uno spazio di manovra per obiettivi futuri (Zimbardo & Boyd, 1999). Sebbene non tutti gli obiettivi passati siano recuperabili, la letteratura conferma che il progresso parziale e immediato ha una rilevanza clinica significativa nel ripristino del funzionamento quotidiano.

Di Max de Angelis per
comunicazionemax e Gruppo di comunicazionemax

Capitolo 2 / Ansia e società 2 di 2: una lettura sociologica dell’angoscia contemporanea.Il pensiero di Heidegger assume...
29/03/2026

Capitolo 2 / Ansia e società 2 di 2: una lettura sociologica dell’angoscia contemporanea.
Il pensiero di Heidegger assume particolare interesse se osservato in relazione alla vita sociale. La distinzione tra paura e angoscia aiuta a comprendere come molte forme di inquietudine contemporanea non dipendano solo da pericoli concreti, ma da una percezione diffusa di instabilità e cambiamento.
Heidegger descrive la quotidianità come dominata da ciò che chiama das Man, traducibile come “il Si”. È la dimensione impersonale della vita sociale, in cui si agisce secondo ciò che “si fa”, si pensa come “si pensa”, si seguono modelli condivisi senza interrogarsi troppo sul loro significato. In questa condizione, l’individuo può vivere in modo automatico, adattandosi alle aspettative sociali senza sviluppare una consapevolezza personale.
L’angoscia interrompe questa continuità. Costringe a fermarsi e a interrogarsi su ciò che si sta facendo e su ciò che si desidera diventare. In termini sociologici, questo passaggio può essere letto come una rottura temporanea rispetto ai modelli sociali dominanti. L’individuo, davanti all’angoscia, non può più nascondersi dietro abitudini o ruoli: deve confrontarsi con la propria libertà.
Questa prospettiva aiuta anche a interpretare alcuni fenomeni della società contemporanea. Le trasformazioni rapide, l’incertezza economica, la moltiplicazione delle scelte e la pressione verso la prestazione continua possono aumentare forme diffuse di ansia. In questo senso, l’angoscia descritta da Heidegger non è solo un tema filosofico, ma una chiave utile per comprendere il rapporto tra individuo e società.
L’aspetto più significativo del suo contributo è forse questo: l’angoscia non va vista esclusivamente come qualcosa da eliminare, ma come una condizione che può favorire consapevolezza e responsabilità. In un contesto sociale complesso, questa interpretazione invita a considerare l’ansia non solo come fragilità individuale, ma come segnale di una tensione più ampia tra identità personale e struttura sociale.
comunicazionemax by Max de Angelis
Gruppo di comunicazionemax

Heidegger e l’ansia (Angst) 1 di 2 : comprendere l’angoscia tra esperienza personale e vita sociale.Capitolo 1 — Chi è H...
29/03/2026

Heidegger e l’ansia (Angst) 1 di 2 : comprendere l’angoscia tra esperienza personale e vita sociale.
Capitolo 1 — Chi è Heidegger e cosa significa davvero l’angoscia (Angst)
Martin Heidegger (1889–1976) è uno dei filosofi più influenti del Novecento. Nato a Meßkirch, in Germania, insegnò nelle università di Marburgo e Friburgo e divenne noto soprattutto con la pubblicazione di Essere e tempo (Sein und Zeit, 1927), un’opera che ha modificato profondamente il modo di pensare l’esistenza umana.
Al centro del suo pensiero vi è il concetto di Dasein (“Esserci”), termine con cui Heidegger indica l’essere umano inteso non come individuo isolato, ma come essere che vive sempre dentro un mondo fatto di relazioni, significati e possibilità. L’esistenza, secondo Heidegger, non è solo un fatto biologico o psicologico: è un continuo confronto con le scelte, il tempo e la consapevolezza della propria finitezza.
In questo quadro emerge il concetto di Angst, spesso tradotto come ansia o angoscia. Heidegger non la intende come malattia o disturbo clinico, ma come esperienza fondamentale dell’esistenza. L’angoscia, infatti, è diversa dalla paura. La paura è sempre rivolta verso qualcosa di preciso — un pericolo, una minaccia concreta — mentre l’angoscia non ha un oggetto definito.
Quando si sperimenta l’angoscia, ciò che normalmente appare familiare perde temporaneamente la sua stabilità. Le abitudini quotidiane non offrono più sicurezza immediata e l’individuo si trova davanti alla propria libertà e responsabilità. Heidegger descrive questo momento come una condizione che può rivelare qualcosa di essenziale: l’essere umano non è semplicemente ciò che accade, ma ciò che può diventare attraverso le proprie scelte.
Da un punto di vista divulgativo, questa idea consente di comprendere l’ansia non soltanto come disagio, ma anche come esperienza che mette in luce la condizione umana di incertezza e possibilità.
comunicazionemax by Max de Angelis
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📲   — Canale WhatsAppStudiare come un messaggio viene trasmesso e imparare a riconoscerlo è il primo passo per comprende...
24/03/2026

📲 — Canale WhatsApp

Studiare come un messaggio viene trasmesso e imparare a riconoscerlo è il primo passo per comprendere davvero la .

Ho creato questo canale per condividere riflessioni, esempi e spunti utili per osservare con maggiore consapevolezza i linguaggi e i messaggi che ci circondano.

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Il silenzio dell’universoPerché nello spazio non si sente nulla (ma il cosmo “comunica” comunque). Immagina di trovarti ...
12/03/2026

Il silenzio dell’universo

Perché nello spazio non si sente nulla (ma il cosmo “comunica” comunque). Immagina di trovarti nello spazio. Davanti a te una stella esplode, una nebulosa brilla, un asteroide passa lentamente. È uno spettacolo gigantesco.

Eppure… non sentiresti assolutamente nulla.

Nessun boato.
Nessun rombo.
Solo silenzio cosmico.

Il segreto è nell’aria. Il suono, per esistere, ha bisogno di qualcosa che lo trasporti. Sulla Terra il mezzo è l’aria. Quando parliamo o produciamo un rumore succede questo:

1. le corde vocali o l’oggetto vibrano
2. le molecole d’aria vibrano a loro volta
3. l’onda sonora arriva al nostro timpano
4. il cervello interpreta quella vibrazione come suono

È lo stesso principio delle onde in uno stagno quando si lancia un sasso. Ma nello spazio questo meccanismo non può funzionare.

Perché nello spazio non si sente nulla. Tra pianeti e stelle c’è quasi il vuoto.

Non c’è aria e la quantità di particelle presenti è estremamente bassa. Senza un mezzo che trasmetta le vibrazioni, le onde sonore non possono propagarsi.

Per questo motivo, nello spazio: un’esplosione non produce boati, i motori di un’astronave non si sentirebbero due oggetti che si scontrano resterebbero visivamente spettacolari ma silenziosi. È ciò che molti astronauti descrivono come un silenzio assoluto.

Ma lo spazio non è completamente vuoto. Il cosmo contiene comunque gas, plasma e polveri interstellari. Queste particelle sono però talmente rarefatte che non riescono a trasmettere il suono nel modo in cui lo percepiamo sulla Terra.

In alcune zone molto dense dell’universo esistono perfino onde di pressione simili al suono, ma hanno frequenze così basse da risultare impossibili da ascoltare per l’orecchio umano.

I veri “linguaggi” dell’universo. Se il suono non viaggia nello spazio, come si trasmettono le informazioni nel cosmo?

L’universo utilizza altri canali: luce e radiazioni elettromagnetiche sono il principale modo con cui osserviamo stelle, galassie e pianeti.

Onde gravitazionali. Increspature dello spazio-tempo prodotte da eventi estremi come collisioni tra buchi neri.

Particelle cosmiche. Neutrini e raggi cosmici attraversano lo spazio a velocità incredibili portando informazioni su fenomeni energetici.

In sostanza, l’universo non parla con il suono, ma con energia, luce e particelle.

Perché nei film lo spazio fa rumore. Il cinema di fantascienza mostra spesso esplosioni fragorose nello spazio. In realtà è una scelta narrativa.
Se una scena fosse scientificamente realistica vedremmo: il lampo dell’esplosione, i detriti che si espandono in nessun suono

Il rumore nei film serve semplicemente a rendere la scena più spettacolare e comprensibile per lo spettatore.

L’universo è pieno di eventi colossali: stelle che nascono, galassie che collidono, buchi neri che divorano materia. Eppure tutto accade in un silenzio quasi totale.

Un gigantesco spettacolo cosmico…
che si svolge senza alcun rumore.

by Max de Angelis
La scienza non è solo conoscenza: è anche il modo più potente per raccontare l’universo.

comunicazionemax Max de Angelis Gruppo di comunicazionemax

🦋Il linguaggio dei colori nelle farfalle🖇 Oggi, camminando lungo la costa romagnola, mi è capitato un piccolo episodio c...
09/03/2026

🦋Il linguaggio dei colori nelle farfalle

🖇 Oggi, camminando lungo la costa romagnola, mi è capitato un piccolo episodio che mi ha fatto riflettere. Alcune farfalle gialle si sono posate vicino ai miei piedi, sul terreno sabbioso. Ho fotografato il momento 🌊🌤

Da osservatore curioso della natura – e da persona che da anni si occupa di comunicazione – non ho potuto fare a meno di pensare che anche questi insetti, in fondo, comunicano. E lo fanno soprattutto attraverso il colore.

Nel mondo delle farfalle il colore delle ali non è soltanto un elemento estetico. È un vero sistema di comunicazione evolutiva ⭐️

Le combinazioni cromatiche servono per riconoscersi tra individui della stessa specie, per attrarre i partner durante la riproduzione e, in alcuni casi, per avvertire i predatori della propria tossicità. In altre specie il colore svolge la funzione opposta: mimetizzarsi nell’ambiente per ridurre il rischio di essere catturate.

✔️ Dal punto di vista scientifico, questi colori derivano sia da pigmenti chimici sia da minuscole strutture presenti sulle squame delle ali, capaci di riflettere specifiche lunghezze d’onda della luce.

Le farfalle che ho osservato oggi appartengono con molta probabilità alla famiglia delle Pieridi, molto diffuse anche in Europa.

Il colore giallo ha diversi vantaggi ecologici. Prima di tutto rende gli individui facilmente visibili durante il volo, facilitando l’incontro tra partner. Inoltre molte di queste specie depongono le uova su piante con fiori chiari o giallastri: il colore diventa quindi anche un segnale per individuare l’habitat adatto. Un altro aspetto interessante riguarda la temperatura. Le pigmentazioni più chiare riflettono parte della luce solare e aiutano l’insetto a evitare il surriscaldamento quando resta esposto al sole.

La scena che ho osservato – farfalle posate vicino alle scarpe – è un comportamento noto in entomologia come mud-puddling.

🦋🦋 Le farfalle adulte si nutrono soprattutto di nettare, ma nel nettare spesso mancano alcuni minerali fondamentali, soprattutto il sodio. Per questo motivo cercano queste sostanze nel terreno, nel fango o nei residui organici.

A volte possono trovarle anche nel sudore umano. È proprio per questo che, durante una semplice passeggiata sulla spiaggia, possono avvicinarsi alle nostre scarpe o ai nostri piedi.

A volte basta fermarsi qualche minuto, osservare e fotografare ciò che accade intorno a noi per scoprire che anche un piccolo incontro con una farfalla racconta molto di più: una storia di evoluzione, adattamento e comunicazione naturale.✨️

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Costa romagnola 🌊 – 2026

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