08/09/2026
Il maestrale sardo soffiava quel tanto che bastava per far sventolare gli angoli delle pagine, mentre la battigia di granito e quarzo rimandava riflessi accecanti. Ero lì, spiaggiato con l’illusione di staccare la spina e regalarmi una vacanza “rigenerante”, quando per l’ennesima volta ho dovuto fare i conti con le mie discutibili scelte in fatto di relax.
Quel volume tascabile, Era la nostra casa di Marcus Kliewer, non veniva dalla vetrina patinata di un aeroporto: lo avevo scovato a maggio, tra i cartoni di una bancarella dell’usato, attirato dal prezzo d’occasione e da una copertina che prometteva tensione pura.
“Lo tengo da parte per le ferie, un bel passatempo distensivo”, mi ero detto allora con spudorata ingenuità.
E infatti eccomi lì, con le gambe ancora piene di sabbia e il battito cardiaco accelerato, arrivato esattamente a pagina 209: l’inserto intitolato a caratteri cubitali “DOC_C03_MACCHIE D’INCHIOSTRO”.
La pagina riportava le note dello psichiatra fittizio Bjørn Erikson:
«La pareidolia è un fenomeno psicologico in cui la mente umana attribuisce modelli e forme familiari a stimoli casuali... In breve, è la tendenza del cervello a interpretare stimoli astratti come qualcosa di significativo e riconoscibile [...] Dal punto di vista della selezione naturale, può essere vantaggioso percepire le minacce dove non esistono: quella vaga forma nell'oscurità potrebbe essere solo una roccia... ma anche un predatore pronto a balzare...»
Ho alzato lo sguardo dal libro verso la riva.
A pochi metri da me, la risacca disegnava bave di schiuma sui ciottoli scuri. Per una frazione di secondo, un agglomerato di alghe e roccia bagnata ha assunto i tratti grotteschi di una maschera umana contratta in una smorfia. Ho dovuto sb****re le palpebre due volte per ricondurre quell’ammasso a ciò che era realmente: solo sassi e posidonia.
La vacanza rilassante era ufficialmente andata a farsi benedire.
Il thriller aveva appena innescato il cortocircuito scientifico.
Quello che Kliewer utilizza come preludio all’incubo dei suoi protagonisti poggia infatti su un fenomeno percettivo reale. Il cervello umano dispone di regioni particolarmente sensibili alla configurazione dei volti, tra cui aree del cortex fusiforme ventrale, nel giro fusiforme.
Nel 2009 Nouchine Hadjikhani e colleghi mostrarono, attraverso la magnetoencefalografia, qualcosa di particolarmente adatto a rovinare una tranquilla giornata al mare: oggetti che venivano percepiti accidentalmente come volti producevano un’attivazione del cortex fusiforme ventrale già intorno a 165 millisecondi dopo la comparsa dell’immagine, con tempi e localizzazione simili a quelli osservati durante la percezione di volti reali.
Non si trattava quindi di una lenta reinterpretazione cosciente dell’oggetto. Il riconoscimento della configurazione facciale emergeva molto presto nel processo percettivo.
In altre parole: prima ancora di avere il tempo di pensare con calma “tranquillo, sono solo due pietre e un’alga”, una parte del sistema percettivo ha già individuato lì dentro qualcosa che assomiglia terribilmente a due occhi e una bocca.
Ed è proprio questo il punto inquietante: per vedere un volto non abbiamo sempre bisogno che un volto esista davvero.
Ma pagina 209 andava oltre, collegando la pareidolia all’ansia e ai test di Rorschach:
«...l’intensità della pareidolia è stata direttamente collegata al livello di ansia di un soggetto; ad esempio, nei test di Rorschach, più un soggetto è angosciato, più è probabile che individui dei volti nelle macchie d’inchiostro (specialmente volti minacciosi).»
Qui, però, la suggestione letteraria va separata dalla dimostrazione scientifica.
Il rapporto diretto tra livello di ansia e quantità di volti percepiti nelle tavole di Rorschach non può essere considerato un dato scientificamente consolidato. Gli studi che hanno cercato di mettere in relazione specifiche caratteristiche delle risposte al Rorschach con l’ansia hanno prodotto risultati contrastanti, e anche revisioni successive hanno sottolineato i limiti metodologici di questo tipo di associazioni. Una revisione recente degli studi di neuroimaging sul Rorschach conferma inoltre che i meccanismi percettivi, sociali ed emotivi coinvolti sono complessi e ancora oggetto di ricerca.
Questo, però, non manda affatto in fumo l’intuizione di Kliewer.
La ricerca sull’ansia mostra infatti qualcosa di più preciso: nelle persone ansiose l’attenzione può diventare maggiormente sensibile agli stimoli collegati alla minaccia. Studi sperimentali hanno osservato, per esempio, una maggiore vigilanza verso volti minacciosi in soggetti con disturbi d’ansia, soprattutto nelle prime fasi dell’elaborazione dello stimolo.
Ed è qui che entra in scena un altro principio perfettamente adatto a una casa che scricchiola nel cuore della notte: la teoria della detezione del segnale e, in chiave evoluzionistica, la Error Management Theory.
Haselton e Nettle hanno proposto che, quando dobbiamo prendere una decisione in condizioni di incertezza e i due possibili errori hanno conseguenze molto diverse, la selezione naturale possa aver favorito sistemi cognitivi orientati verso l’errore meno costoso.
Immaginiamo un nostro antenato nella savana.
Una forma si muove nell’erba.
Può essere il vento.
Può essere un predatore.
Scappare quando non c’è nessun leone significa perdere qualche minuto e un po’ di energia: falso positivo.
Restare fermi quando il leone c’è davvero significa invece rischiare di non avere una seconda occasione per affinare le proprie capacità statistiche: falso negativo.
Se il costo dei due errori è così asimmetrico, essere occasionalmente paranoici può diventare una strategia migliore che essere perfettamente razionali. È questo il nucleo dell’Error Management Theory: non che il cervello cerchi sempre la rappresentazione più accurata possibile della realtà, ma che, in determinate condizioni di incertezza, possa essere vantaggioso sbagliare sistematicamente dalla parte meno pericolosa.
Quando Kliewer intrappola i suoi protagonisti tra le mura di una casa che sembra mutare, porta questo meccanismo al limite.
Ogni venatura del legno può diventare uno sguardo.
Ogni scricchiolio può diventare un passo.
Ogni ombra può nascondere qualcosa.
Non perché il cervello sia impazzito, ma perché è una macchina costruita per estrarre significati da informazioni incomplete. E quando il contesto suggerisce che potrebbe esserci una minaccia, l’ambiguità diventa terreno fertile per l’interpretazione.
È lo stesso fascino che rende così potenti le dieci tavole pubblicate da Hermann Rorschach nel 1921: davanti a una forma ambigua, il cervello non ama limitarsi a registrare macchie. Cerca qualcosa. Organizza. Confronta. Completa.
Vede.
A volte anche quando non c’è niente da vedere.
Una folata improvvisa di vento ha piegato pagina 209 all’indietro.
Ho riposto il segnalibro, scosso la sabbia dai piedi e guardato il mare turchese della Sardegna.
Comprato a maggio su una bancarella per pochi spiccioli, quel thriller avrebbe dovuto essere semplicemente una lettura da spiaggia. Invece mi stava trascinando dentro una piccola radiografia dei meccanismi della percezione umana, con un esperimento sulla pareidolia gentilmente offerto da alghe, rocce e maestrale.
Ho richiuso il libro e mi sono alzato verso l’acqua.
Se proprio il mio cervello ancestrale insisteva a cercare predatori tra la schiuma della risacca, tanto valeva tuffarsi e costringerlo ad ammettere che, almeno quella volta, era solo mare.