10/03/2023
Compio 25 anni, di attività!
1998 - 2023
ma in realtà sono molti di più,
dal 1951 a Salerno, il Nonno, Papà, sono oltre 70 anni.
Non è una vera foto,
è un vero ricordo,
il mio ricordo!
Un ricordo vivo, indelebile, nitido
dei colori, odori, rumori,
della maestosità dei macchinari pesanti
imponenti e massicci.
La macchina in basso a sinistra, la Signora “Stella”,
cuore pulsante della tipografia, di ogni tipografia.
Restavo ore ad osservarla lavorare.
Era ipnotica, non era rumorosa, era musica.
Affascinante come un treno a vapore
ma veloce come un freccia rossa.
La utilizzava Nonno Mario,
ci stampava di tutto, ci parlava, ci ballava.
Ho il ricordo indelebile della sua possente mano sulla
manopola dal pomello rosso e del suo sguardo soddisfatto
quando la portava al massimo della velocità.
Era troppo grande e macchinosa per un piccolo marmocchio curioso.
Il macchinario in alto a destra, sul banco di lavoro,
il mastro “Vulcanizzatore”, lo utilizzava Papà, produceva
timbri di ogni tipo. Silenzioso e puzzolente quando
il piombo ardente penetrava nel cartone che fungeva
da matrice per la gomma.
Per me era un ufo spaziale. Papà mi concedeva solo
di ritagliare i timbri pronti e impazzivo per quelli circolari.
Il macchinario in basso a destra il Dottor “Pantografo”.
Non so se tra me e l’incisore è stato amore a prima vista
per il fatto che era l’unico che a quell’età potevo e riuscivo
ad utilizzare ma... non ho mai più smesso di incidere.
Lo utilizzava Zio Roberto, incideva targhe e oggetti di ogni tipo.
Era geloso delle sue scatole di caratteri,
delle frese che si costruiva da solo e degli attrezzi.
Io ero un’eccezione, mi lasciava maneggiare tutto,
mi insegnò la sua arte, l’incisore.
Poi c’erano tanti altri macchinari giganti dai quali dovevo
stare alla larga come il mostruoso Tagliacarte.
Altro macchinario che mi incuriosiva e affascinava era
la “Linotype”, gigante, tutta in ferro, con una strana tastiera,
la chiamavo “macchina del tempo”.
Serviva per creare le matrici per la stampa.
Matrici che poi andavano posizionate con maestria nella “Stella”.
Un dipendente del nonno mi insegnò ad utilizzarla.
Era un’emozione unica consegnare le righe di testo a chi
aspettava impaziente di poterle utilizzare.
Papà invece preferiva comporre i timbri a mano e mi insegnò a maneggiare
il compositore, a scrivere al contrario, a riconoscere tutti i caratteri
tipografici, decine e decine di cassettoni, centinaia di piccole lettere.
Poi bisognava scomporre tutto e riposizionare con cura lettere nei cassetti.
Dopo la composizione, prima di procedere con la stampa, i timbri o le incisioni
bisognava rileggere tutto. Era un bel momento perché il controllo errori si
svolgeva sempre in coppia.
Il Nonno era sempre elegante, non si sporcava mai.
Oggi, se fosse vivo, continuerebbe a stampare con la
sua magica “Stella” rinnegando le mie stampanti digitali.
Papà indossava sempre un camice da lavoro di colore blu, e aveva sempre
le mani nere d’inchiostro. Mi insegnò a comporre a mano ed io, nel tempo,
ricambiai insegnandogli a comporre al computer e a sostituire il piombo
con la resina liquida. All’inizio fu un po’ diffidente e scettico, poi fece salti di gioia.
Oggi, se fosse vivo, gli insegnerei ad utilizzare il laser.
Zio Roberto aveva il camice bianco, a volte nero, era molto ordinato e preciso.
Oggi, se fosse vivo, impazzirebbe per l’incisore computerizzato a controllo numerico.
Io, io ero un bambino che dopo la scuola andava nel paese delle meraviglie.
Oggi sono ancora quel bambino.
Il ricordo del profumo della carta stampata, degli inchiostri,
delle mani sporche e il profumo del sudore.
Il ricordo del mio Mazzinga che svolazzava tra i macchinari.
Non è una vera foto,
è un vero ricordo, un racconto autentico,
il mio,
stampato nel cuore.