29/03/2020
IL VALORE DELLA VITA DI UN ARCHITETTO (SECONDO INARCASSA)
Tra le cose che abbiamo scoperto in questi giorni ce n’è una davvero importante.
E’ il valore della vita di un architetto italiano. Quotato in euro.
Lo ha fissato Inarcassa, l’ente previdenziale dedicato, in base al numero di architetti esistenti, sulla loro effettiva utilità sociale e sulla situazione economica generale.
In caso di morte da coronavirus, Inarcassa ha stabilito di dare un rimborso nella misura di 5000 euro ai familiari della vittima, ma solo se in regola coi pagamenti. In ogni caso, il futuro morto, prima di spegnersi, può tranquillamente saldare gli arretrati. O dare disposizione in merito.
La cifra ha sollevato un vespaio di polemiche.
Ma a parer mio, non bisogna scandalizzarsi.
Va accolta secondo un principio di razionalità.
Partiamo dalle spese purtroppo necessarie.
C’è subito un lato positivo: chi muore oggi non ha bisogno del funerale, solo un minimo servizio cimiteriale che possiamo quantificare in 800 euro. 1000 se l’architetto vive al quarto piano senza ascensore e per calarlo necessita di manovalanza qualificata.
Situazione che raramente si verifica, poiché gli architetti non sono così ricchi da abitare al centro storico nei palazzi storici difesi dalla soprintendenza come il “Cenacolo” di Leonardo, ma, per una questione di dignità, non stanno neppure nelle palazzine popolari della “167”, unici due modelli di edifici nazionali ancora privi di ascensore.
A questo va aggiunto, chiaramente, il prezzo della bara.
Anche in questo caso, Inarcassa ha calcolato che secondo lo stile in uso, la maggior parte degli architetti preferirebbero abbracciare la corrente minimalista. Nessun architetto oggi sceglierebbe di passare l’eternità in una bara barocca con bordi dorati e intarsi. Ma soprattutto, nel dubbio, nessun familiare di architetto, addestrato con dosi massicce di “Less is more”, spenderebbe denaro per sotterrarlo rinchiuso nel mogano australiano. Va dunque benissimo una bara minimal, anche detta “cassa” (o, se preferite, inarCASSA) con gli angoli squadrati, modello «Louis Kahn», 500 euro in saldo.
Un vero affare.
In alternativa ci sarebbe la cremazione: rapida, ecologica e maggiormente poetica, ma tutto sommato, sui prezzi siamo là.
A questo punto va aggiunto il costo della tomba.
Pure per questo Inarcassa ha effettuato un’analisi di mercato piuttosto rigorosa che fa ancora affidamento sull’amore per l’essenziale e sulla capacità dell’architetto di apprezzare la sperimentazione di materiali alternativi e “poveri”. Nonché assolutamente biodegradabili, come del resto, in questo caso, il contenuto. Una bella tomba in cartone ignifugo riciclato, stampato in 3D e con 250, massimo 300 euro, si risolve.
Infine, essendo solitamente indigenti, gli architetti lasciano poco o niente ai successori, che così eludono dispendiose pratiche ereditarie.
A questo punto ai familiari, completate le operazioni di sepoltura, restano ben 3200 euro. Facciamo 3000 cifra tonda.
Sembrano pochi, ma ora occorre calcolare i vantaggi di aver rimosso un architetto da casa. Iniziamo dalle spese.
Prima di tutto quelle relative allo studio professionale. Si pensi agli architetti che praticano in affitto, costretti a pagare anche bollette di acqua, luce, gas di riscaldamento e connessione internet.
Ma anche se l’architetto svolge regolarmente lavoro da casa, è chiaro che quella stanza, divenuta eccedente, può essere subaffittata (o addirittura venduta) al vicino, o meglio ancora utilizzata per un’attività extralberghiera tipo bed&breakfast. Al netto del risparmio delle bollette, una bella camera con bagno può elargire una rendita fissa annua che, in zone turistiche, può raggiungere anche i 4000 euro.
Ovviamente l’architetto defunto non dovrebbe più pagare quote contributive all’ente, con un risparmio-guadagno netto per il nucleo familiare di circa 3200 euro annue.
A questo vanno aggiunte tutte le spese lavorative non rimborsabili, tipo quelle relative agli spostamenti in auto. Anzi, siccome la macchina dell’architetto in famiglia non serve più, la si può rottamare, con un altro profitto annuo, tra bollo, assicurazione e carburante di almeno 5000 euro.
Ma soprattutto al nucleo familiare andrà attribuita una pensione di reversibilità, che nella peggiore delle ipotesi va quantificata in 6000 euro annui.
Potremmo fermarci qui, ma, per prudenza, io direi di aggiungere almeno altri 2000 euro per commissioni indirettamente connesse al lavoro (tipo corsi di aggiornamento, commercialista, visite di mostre, libri, riviste ecc.).
Tecnicamente la scomparsa dell’architetto, per il nucleo familiare, vale almeno 20000 euro all’anno, ai quali nel primo anno si sommano pure i 3000 che generosamente Inarcassa elargisce.
A questo punto i familiari dovrebbero chiedersi se il loro architetto domestico, adduce un guadagno di 20000 euro annui (23000 nel primo anno) e soprattutto, se li reca, a quali stress accessori sottopone la famiglia.
Pensate ad esempio ai giovani architetti che sono costretti a lavorare senza nemmeno un rimborso.
O a quelli che lavorano da matti, ma non vengono mai pagati e tuttavia, imprudentemente, affidandosi ai futuri compensi, si concedono persino il lusso di indebitarsi.
Alla luce di queste considerazioni è già tanto che non siano i familiari ad ammazzare l’architetto prima ancora del virus.
E che Inarcassa si ravveda e decida che l’architetto può morire pure gratis.