21/10/2017
LA STORIA DI UN UOMO VERO
Finalmente nel mese d’Agosto del 1997 sono riuscito ad andare in Venezuela. E’ stato un viaggio meraviglioso, ma la cosa più importante è, che ho potuto soddisfare un bisogno che sentivo da tempo premere con forza nel profondo dell’animo.Mio padre e mio fratello se n’erano andati per sempre ed io non ero mai stato presente e sentivo che era necessario anche il mio saluto per la pace delle loro e della mia anima.
Il cimitero di Caracas è completamente diverso dai cimiteri italiani. Non esistono costruzioni più o meno barocche né lapidi con lunghe iscrizioni e statue d’angeli o santi in atteggiamenti di preghiera o di sofferenza.
Un gran prato verde circondato dagli alberi come una grande radura naturale nel bosco e per terra delle semplici targhette di bronzo con il nome e le date di nascita e di morte.
La grande differenza è che nella tradizione europea il cimitero è la città dei defunti con le vie e le piazze e le abitazioni, monumentali ed ornate di marmi pregiati quelle dei ricchi e semplici con piccole lapidi e senza sculture quelle dei poveri, mentre in quella americana è la riproduzione dei pascoli del cielo dove la fede cristiana, ma non solo quella, colloca il regno delle anime che attendono la resurrezione.
L’istinto, ma anche la ragione suggeriscono che è più giusta e più cristiana la soluzione americana.
Guardavo i fili d’erba e l’azzurro del cielo e c’era tanta pace nel silenzio.
E’ stato allora naturale parlare con i miei cari, due piccole targhette accostate a farsi compagnia, e anche se non mi hanno risposto sono sicuro che mi hanno sentito.
Ho visto poi delle fotografie di mio padre e di mio fratello scattate poco tempo prima del decesso e mi ha colpito qualcosa che li rendeva somiglianti a dispetto della grande e apparente differenza.
Mio padre era ritratto seduto su una sedia ma direi più che seduto afflosciato come un sacco senza contenuto, gli occhi perduti a fissare nel vuoto.
Mio fratello era invece l’immagine della vigoria fisica e della felicità.
Dall’osservazione di tali immagini è scaturito l’impulso di tracciare, sia pure in maniera approssimativa, a causa dei ricordi molto lontani nel tempo e confusi, un profilo di ciò che fu e fece Mario Maiello nella sua vita.
E’ la storia di un uomo semplice e complicato nello stesso tempo, capace di grandi affetti e d’incredibili eccessi ed errori, ed è destinata, principalmente, a tutti i suoi nipoti che potranno da soli vedere le analogie esistenti tra padre e figli.
Mi sforzerò d’essere obiettivo, ma credo che mi potrà essere perdonato qualche accenno di partigianeria, per un uomo che ho sempre ammirato e del quale sono fiero d’essere figlio.
L E O R I G I N I
I PRIMI ANNI DEL SECOLO
La cittadina di Noto, situata sulle colline degradanti verso il mare nella punta più meridionale della Sicilia orientale, è stata sempre e per lunga tradizione, luogo di studi e contemplazione.
E’ sicuramente un gioiello d’arte, per via dei suoi palazzi barocchi e delle sue chiese monumentali, ma non si può certamente affermare che sia luogo di commerci o d’attività comunque mercantili né d’imprenditoria agricola.
La gran maggioranza dei terreni agricoli è, nei primi anni del novecento, di proprietà di poche famiglie nobiliari che li coltivano con i servi agricoli in maniera che oggi sarebbe definita irrazionale.
E’ sconosciuta la coltivazione intensiva e si produce solo ciò che basta per mantenere gli agi di poche famiglie e la vita grama dei lavoranti. Ci sono parecchie piccole attività artigianali a carattere familiare ma tutto è organizzato al servizio della cosiddetta casta nobiliare.
Anche il clero è presente in maniera significativa.
Fin dalla meta dell’ottocento Noto è sede di cattedra vescovile e conta, su una popolazione di circa 20.000 abitanti ben 33 chiese monumentali più un paio di conventi e monasteri.
A parte gli addetti alle scuole, i pochi artigiani e le famiglie nobiliari con la gente al loro servizio, la stragrande maggioranza vive negli stenti e nell’assoluta mancanza d’ogni ausilio tipo medicinali o generi di conforto.
M’immagino però che a quel tempo, nonostante tutto, la vita a Noto debba essere stata dolce per via del clima e della tranquillità che allora come oggi induce alla meditazione non disturbata dai rumori della modernità e favorita dagli intensi profumi delle essenze mediterranee prime fra tutte zagara e gelsomino.
Il 12 Agosto del 1910 è dichiarata al Comune di Trento la nascita di un bambino del quale non si conoscono i genitori. E’ registrato con il cognome Maiello e il nome Mario, figlio d’ignoti.
Molte supposizioni più o meno fantasiose saranno fatte in seguito sulle circostanze della nascita e sull’identità dei genitori naturali ma poiché ritengo non importante tale curiosità mi astengo dal manifestare ipotesi prive d’ogni fondamento reale.
A quel bambino che si affaccia alla vita in maniera già sfortunata non manca però ciò che tutti i bambini hanno: un padre e una madre.
Già nei primi giorni di vita è richiesto in affidamento da una coppia di contadini di Pachino, centro agricolo posto a 20 chilometri di distanza da Noto.
rimaste intatte per moltissimo tempo e solo di recente migliorate e modificate con l’introduzione dei mezzi meccanici. Di quel tempo rimangono ricordi lontani come la lunghissima fila di carri sulle strade polverose alla sera, il rumore degli zoccoli delle bestie e gli odori d’erba tagliata di fresco e di frutta matura.
Sui campi poi, al momento di mangiare qualcosa, si tira fuori dalla bisaccia il pane di grano cotto nel forno a legna, su una panca si pone un pugno di sale grossolanamente macinato e su di esso s'insaporiscono pomodori e cipolle crude che si accompagnano al pane. E' il pasto più comune del contadino, sempre innaffiato da buone sorsate di vino scuro che si beve direttamente da piccoli recipienti di legno simili a botticelle in miniatura.
E’ certamente una vita durissima che tutti accettano in mancanza d’alternative; ma.Mario vuole di più. Capisce che gli orizzonti possibili non possono essere limitati come tanti a quel tempo credono. Egli è inquieto, ricco di fantasia e vitalità e sceglie di vivere e lavorare in paese dove ci sono anche le persone istruite, i giornali e molte possibilità di migliorare le proprie condizioni.
Viene avviato ad apprendere il mestiere di calzolaio.
Non ci sono molte notizie riguardo al periodo della sua fanciullezza e gioventù se non alcune deduzioni che è possibile ricavare dalle persone che lo hanno conosciuto in quel periodo.
Molti anni più avanti il suo primo datore di lavoro, tale Salvatore Valè, titolare di un negozio di scarpe e pelletterie nella piazza principale di Pachino, lo ricorderà con rispetto ed affetto come un suo figlio.
A quel tempo Mario è sicuramente un giovane robusto e di bell’aspetto al quale non manca la intelligenza anche se, purtroppo, l’istruzione è alquanto limitata.
Io credo che il periodo che va dal 1910, anno della sua nascita, al 1935, anno del suo matrimonio, sia da considerare come il più importante e significativo della sua vita con esperienze buone ed esperienze spiacevoli e negative com’è sempre normale che sia e a maggior ragione per quegli anni difficili per tutti.
All’età di 25 anni si è in ogni caso maturi, con o senza istruzione, e Mario non sfugge a questa regola.
Da qualche vecchia fotografia del tempo, che ricordo di aver visto, egli veste con una ricercatezza strana per un figlio di poveri contadini e i capelli nerissimi sono sempre lucidi e ben pettinati.
Non essendoci a quel tempo brillantine e pomate per capelli è molto probabile che usi semplice olio d’oliva.
Non è certamente un uomo comune e questo lo deduco dal fatto che nonno Morgana e sua moglie Rosa hanno una vera venerazione per Mario che, tra i quattro figli, è il più ascoltato e considerato come un essere superiore.
Queste ultime non sono semplici impressioni ma circostanze personalmente verificate da chi scrive all’età di circa venti anni.
Corrado Morgana e Rosa Nielfi, questi i nomi della coppia, accolgono
nella loro povera casa il piccolo come un loro vero figlio e debbo dire che, in seguito, anche per me sono stati in tutto come dei veri nonni.
Ricordo perfettamente la casa che ha visto crescere Mario.
Una costruzione a piano terra addossata alle altre del tutto simili sui due lati di una via di terra polverosa che permette a malapena il passaggio di un carro. Dalla porta d’ingresso sulla strada si accede direttamente ad un unico locale che serve per dormire, lavare e stirare, cucinare e mangiare tutti insieme. Sul retro una apertura senza porta ma con una tenda di panno immette in un altro locale più piccolo che serve da stalla per l’asino e fienile. In un angolo un grande orcio di terracotta con l’acqua per bere e lavarsi.
Infine un cortile dove si conservano gli attrezzi e il carretto con una uscita direttamente sulla strada.
Non esiste acqua corrente né luce elettrica né servizi igienici. I bisogni fisiologici si fanno all’aperto nel cortile e periodicamente, quando sono ben secchi, sono raccolti per usarli come concime.
Se si pensa che in quel tempo parecchie case sono già dotate di condutture dell’acqua, di vasche da bagno, water e luce elettrica si può agevolmente comprendere il grave handicap che Mario ebbe a soffrire già nei primissimi anni della sua esistenza.
Mi piace pensare che tali condizioni di vita anziché essere accettate come normali da Mario siano state la molla che, in seguito, lo avrebbero sempre portato alla ricerca di qualcosa di meglio.
Questo è un istinto dell’animo che, secondo chi scrive, è trasmesso ed è stato sicuramente trasmesso, assieme al patrimonio genetico, ai suoi figli.
Dopo l’arrivo del piccolo Mario altri tre maschi arrivano in quella casa ed è una benedizione perché, in quel tempo, i maschi in casa di un contadino sono braccia di lavoro per i campi da coltivare a mano con vanga e zappa senza alcun ausilio meccanico.
Mario però non corrisponde a tale aspettativa. Finisce le scuole elementari e anziché ai lavori nei campi preferisce la vita in paese. A quel tempo Al tempo dei raccolti o d’altri importanti lavori agricoli si dorme addirittura in campagna in piccole costruzioni di sassi e paglia.
Chi scrive ha visto personalmente l’ambiente e le abitudini di quel tempo
lavorare la campagna significa partire la mattina prima dell’alba con un carretto trainato da un asino, solo i più fortunati possiedono un mulo, lavorare tutto il giorno sotto il sole e fare ritorno a casa al tramonto.