06/06/2026
L’ ULTIMA TRASMISSIONE
messaggio arrivò alle 03:17, ora del ciclo standard. Mara Voss stava
dormendo nella sua cuccetta quando il terminale mandò il segnale
acustico — tre impulsi brevi, uno lungo. Codice Omega.
Si alzò di scatto, il
cuore che batteva già fuori ritmo prima ancora che i piedi toccassero il
pavimento di metallo freddo.
Codice Omega significava una sola cosa: comunicazione ad alta priorità da
una sorgente non classificata. In dodici anni di servizio sulla Stazione Kepler-9, Mara non aveva mai visto un Codice Omega. Li aveva studiati nei manuali durante l'addestramento, come si studiano i protocolli per i meteoriti di classe
Extinction — cose per cui ci si prepara sapendo che non accadranno mai.
Sullo schermo principale, avvolte nell'interferenza di un campo gravitazionale
di proporzioni enormi, c'erano le coordinate di sua figlia.
Mille anni luce di distanza.
Giulia era partita con la sonda-laboratorio Abisso tre anni prima, in direzione
della nebulosa NGC 604 — uno degli ambienti di formazione stellare più
attivi della Via Lattea. Era biologa astrofisica, specializzata in chimica prebiotica. La missione prevedeva cinque anni di viaggio in stato di ibernazione, poi due anni di ricerche, poi altri cinque per tornare. Nessuno si
aspettava comunicazioni prima dell'anno 2195. La fisica non lo permetteva
— il ritardo di propagazione del segnale era matematicamente invalicabile.
Eppure.
▶ T R A S M I S S I O N E I N E N T R A T A
«Mamma. Stai dormendo, lo so. Scusa se ti sveglio così. Ho trovato qualcosa.
Non siamo soli — ma non è quello che pensavamo. Non è quello che pensava
nessuno. È molto più antico di qualsiasi cosa avessimo immaginato. E ci sta
guardando da sempre. Non so quanto tempo ho. Ti voglio bene.»
Poi il silenzio. Lo statico freddo del cosmo che riempiva gli altoparlanti.
I I — L ' A N A L I S I
Mara rimase immobile davanti allo schermo per quasi un'ora, a fissare la
forma d'onda del segnale come se potesse estrarne qualcosa di più. Poi si
mosse, perché era una scienziata prima ancora di essere una madre, e i due
ruoli in quel momento parlavano la stessa lingua.
Il segnale era reale. Non era rumore di fondo, non era un'eco anomala, non era
un artefatto strumentale. La firma spettrale corrispondeva esattamente al
trasmettitore bionico impiantato nel polso sinistro di Giulia all'atto
dell'arruolamento — una tecnologia di identificazione personale unica, non
replicabile. Era sua figlia.
Ma la fisica continuava a non tornare. Per ricevere quel messaggio in tempo
reale, Giulia avrebbe dovuto trovarsi a non più di poche ore-luce dalla
stazione. Invece le coordinate incorporate nel segnale indicavano una
posizione a 1.247 anni luce nel quadrante sud-est, ben oltre NGC 604, in una
zona di spazio che sulle mappe dell'Agenzia era contrassegnata
semplicemente con la dicitura: Vuoto Extragalattico — Dati insufficienti.
Mara passò le ore successive a incrociare i dati con il Centro di Controllo
Missioni sulla Terra. Il collegamento richiedeva 4,2 anni di ritardo — aveva
già inviato il file del segnale prima ancora di svegliarsi del tutto, per riflesso
condizionato. Sapeva che non avrebbe ricevuto risposta per anni. Era sola, come sempre.
Come sempre, lavorò da sola.
I I I — Q U E L L O C H E L ' A B I S S O A V E V A T R O V A T O
Nel segnale, nascosti nella modulazione di frequenza come messaggi in
codice dentro una melodia, c'erano i dati. Giulia era una scienziata: anche
nella paura, anche nell'urgenza, aveva pensato a documentare tutto. Ci volle a
Mara quasi un giorno intero per decomprimerli e interpretarli.
Quello che emerse sullo schermo la lasciò senza fiato.
La sonda Abisso aveva individuato, nella regione del Vuoto, una struttura. Non
una stella. Non una nebulosa. Non un pianeta. Una struttura. Geometrica,
simmetrica, estesa per quasi due anni luce in ogni direzione, costruita con una
materia che i sensori della sonda non sapevano classificare — né ordinaria, né
esotica secondo i parametri conosciuti. Qualcosa di completamente altro.
I dati spettrali suggerivano un'età di circa 900 milioni di anni. La struttura era
lì da prima che la vita complessa comparisse sulla Terra. Da prima dei
dinosauri. Da prima dei primi organismi pluricellulari. Forse da prima che il
pianeta Terra avesse ancora un oceano liquido.
E stava emettendo segnali. Deboli, periodici, strutturati — segnali che la
Abisso aveva iniziato a ricevere prima ancora di avvicinarsi abbastanza da
vedere la struttura a occhio elettronico. Segnali che, scriveva Giulia nelle sue
note, «sembrano contenere una mappatura completa della Via Lattea, aggiornata.
Come se qualcuno avesse tenuto un registro di ogni stella, ogni pianeta, ogni sistema.
Come se avessero monitorato tutto. Per sempre.»
▶ T R A S M I S S I O N E I N E N T R A T A
«Mamma, la cosa che mi spaventa di più non è la struttura. È che nella
mappatura c'è anche la Terra. C'è anche Kepler-9. Ci siamo noi, con coordinate
precise, con date, con — non so come dirlo — con annotazioni. Come schede in
un catalogo. Qualcuno sa che esistiamo. Lo sa da molto tempo.»
I V — L A R I S P O S T A
Quella notte — se "notte" aveva ancora un senso in un ciclo artificiale di 24
ore — Mara si sedette alla postazione principale e guardò le stelle attraverso il
grande oblò della stazione. Le conosceva tutte. Aveva passato dodici anni a
catalogarle, misurarle, studiarle. Le sentiva sue, quasi.
Adesso le guardava in modo diverso.
Si chiese quante di quelle luci fossero annotate in quella mappa. Si chiese se ci
fosse qualcosa là fuori che, in questo preciso momento, stesse ricevendo dati
sulla sua posizione, sul suo respiro, sulla temperatura del caffè che stringeva
tra le mani. Si chiese se il senso di essere osservata che aveva avuto tante volte
nella vita — quella sensazione irrazionale e fugace che tutti conoscono —
fosse in realtà qualcosa di molto più concreto di quanto avesse mai pensato.
Poi fece quello che aveva imparato a fare da sua figlia: smise di avere paura e
iniziò a pensare.
Se quella cosa — quella struttura, quell'entità, quell'intelligenza antica come
il mondo — avesse voluto fare del male, avrebbe avuto novecento milioni di
anni per farlo. Invece aveva aspettato. Aveva guardato. Aveva registrato. Come
un astronomo che studia una stella lontana senza interferire con la sua vita.
Come una madre che guarda crescere un figlio da lontano, senza svegliarlo.
Mara aprì il canale di trasmissione e iniziò a parlare. Non verso la Terra —
troppo lontana, troppo lenta. Verso le coordinate che Giulia le aveva mandato.
Verso quel punto del Vuoto dove qualcosa di antico e immenso teneva i suoi
occhi su tutto ciò che aveva nome nell'universo.
Non sapeva se la sua voce sarebbe arrivata. Non sapeva se sarebbe stata
capita. Non sapeva nemmeno cosa dire.
Disse la prima cosa che le venne in mente.
▶ T R A S M I S S I O N E I N E N T R A T A
«Siamo qui. Lo sapete già. Ma volevamo dirlo anche noi.»
Poi aspettò. Fuori dall'oblò, le stelle continuavano a bruciare, indifferenti
come sempre — o forse, finalmente, non più indifferenti del tutto.
Da qualche parte nel buio profondo, a novecento milioni di anni di distanza
nel tempo e a mille anni luce nello spazio, qualcosa registrò la trasmissione.
E per la prima volta in tutta la sua storia infinita, aggiunse una nota nuova
alla scheda.